2000battute

«Appartengo a una generazione disgraziata a cavallo fra i vecchi tempi ed i nuovi, e che si trova a disagio in tutti e due. Per di più, come lei non avrà potuto fare a meno di accorgersi, sono privo d’illusioni.» –Tomasi di Lampedusa

La concessione del telefono – Andrea Camilleri

LA CONCESSIONE DEL TELEFONO
Andrea Camilleri
Sellerio

Prima di commentare La concessione del telefono di Andrea Camilleri, mi trovo in obbligo di premettere una nota un po’ vergognosa, seguita da un tentativo di giustificazione rispetto al quale mi premuro io stesso di dimostrarne la risibilità.

È il primo libro di Camilleri che leggo.
(pausa, capo chino e silenzio contrito)

«Sì lo so, tu mi guardi con quella faccia sbieca… ma è stato che io non sono un grande appassionato di gialli, cioè proprio non li leggo mai praticamente, o quasi e quindi tutta la saga di Montalbano io non l’ho letta e per me Camilleri era quello che scriveva Montalbano.»
«Ma che giustificazione è che tu non leggi i gialli e allora non leggi uno come Camilleri?»
«Sì sì… c’hai ragione, ma cerca di capirmi, c’hanno fatto anche la serie tv di Montalbano, non so per quanti anni, che io vedevo la pubblicità sui giornali, con quello pelato, ma io non ho la tv da un secolo e mi viene l’orticaria a sentire parlare dei programmi della tv…»
«Ma cosa c’entra la tv con i libri di Camilleri? Se ti viene l’orticaria a vedere la tv è un conto, ma non è che ti viene l’orticaria anche se leggi un libro e poi da questo qualcuno ci fa le puntate alla tv, sai?»
«Ma sì, sì… lo so, ti dico che c’hai ragione, lo so, ma che devo dire? È che poi a me, non so perché, ma gli scrittori seriali compulsivi, quelli che ci saranno trenta o quaranta titoli in catalogo, se anche penso di leggerli, alla fine scelgo sempre qualcuno che ha scritto poco. Simenon, Balzac, pure Amélie Nothomb, non c’hanno fatto la serie tv e non scrive gialli… tutti compulsivi! E io non li ho mai letti, come Camilleri.»
«Questa è la scusa più ridicola di tutte! Secondo la tua logica quindi è meglio leggere, che so, uno che per sbaglio ha scritto un libercolo senza manco saper tenere la penna in mano di uno che ha prodotto decine di opere e continua ad avere successo con milioni di lettori entusiasti?»
«No, no… non intendevo dire questo, dicevo solo che è… non so come dire… come al supermercato quando ci sono troppe marmellate e non sai cosa scegliere e alla fine prendi la Nutella…»
«Basta con queste scuse!»
«Sì basta, sono pentito.»

Bene. Cosparsomi il capo di cenere, parlo del libro e mi scuserete se da novizio camilleriano mi soffermerò su tratti invece noti e stranoti a tutti voi, a partire dalla lingua che Camilleri usa, quell’imbarbaglio di italo-siciliano forse mezzo inventato forse no, non so, che è stupendo, per quanto non così diverso dalla lingua rustica ed onomatopeica con la quale, ad esempio, parlano le persone reali di quel grandissimo libro di testimonianza sulla Sicilia degli anni Cinquanta che è Banditi a Partinico di Danilo Dolci.

Intanto, questo libro l’ho letto perché citato da Tullio de Mauro nell’ottima introduzione a I mezzemaniche di Georges Courteline come altro splendido esempio di letteratura che si è fatta beffe delle demenziali contorsioni e contraddizioni e, a tratti o in alcuni rappresentanti, degli stati di vero e proprio squilibrio mentale della burocrazia.
Courteline metteva in scena una commedia di folli scalmanati, Camilleri mette in scena, con una fluidità di scrittura da vero maestro e un’ironia quasi da sadico, una commedia del grottesco decadente, con oggetto, per l’appunto, la concessione di una linea telefonica al protagonista, Filippo «Pippo» Genuardi, da parte dell’autorità competente, il Ministero delle Poste e Telecominicazioni, nella sua emanazione dell’Officio Regionale – Via Ruggero Settimo 32 – Palermo.
Siamo alla fine dell’Ottocento, nel 1891 per l’esattezza, in quel di Vigàta, provincia di Montelusa (che io so che voi, montalbaniani di ferro, conoscete benissimo) e la concessione di una linea telefonica non è cosa semplice, in quanto vanno piantati i pali, tirati i fili, quindi un’iter autorizzativo di una certa importanza.

Filippo Genuardi invia la sua richiesta a Sua Eccellenza Illustrissima Vittorio Parascianno, Prefetto di Montelusa.
È il 12 giugno 1891 e la richiesta si chiude con:

Gratissimo per la benigna attenzione che V.E. vorrà dedicare alla richiesta, si professa devot.mo in fede 

Il 12 luglio 1891, invia una seconda richiesta, che si chiude con:

Gratissimo per la benigna attenzione che V.E. saprà dedicare alla mia richiesta e profondamente iscusandomi per il disturbo arrecato alle Sue Alte Funzioni, mi professo devot.mo in fede 

Il 12 agosto 1891, invia una terza supplica, che chiude con:

Certo di non meritare lo sdegnoso silenzio di Vostra Eccellenza, il sottoscritto per la terza volta si prosterna, impetrando la Vostra Augusta Parola.
Gratissimo per la benigna attenzione e profondamente iscusandomi per il disturbo arrecato alle Vostre Alte Funzioni, mi professo di V.E. devot.mo in fede 

Per sfortuna di Pippo Genuardi, però, la richiesta di concessione di una linea telefonica non doveva essere inoltrata al Prefetto, quanto all’Officio Regionale del Ministero delle Poste e Telecomunicazioni, e quel che è peggio, il Prefetto si chiamava Marascianno, e non Parascianno.
Da qui prende il via la strepitosa commedia a cui Camilleri dà vita, in larga parte in forma epistolare (che Camilleri chiama “Cose scritte”, mentre i dialogi sono “Cose dette”) con scambi di formalità e ruvidità tra una folla di personaggi che si ingrossa vieppiù e che comprende: il Prefetto, il Questore, i Carrabbinera, la Polizia, il Commendatore uomo di rispetto, il suocero, la moglie, gli anarchici, la suocera, l’amico, i comunisti, l’amante, i sindacalisti, il traditore, il ladro, il picciotto, il geometra, il prete, il poliziotto, il tenente dei carrabbinera, l’altro tenente dei carrabbinera che sostituisce quello di prima, il Ministro, il Generale e sicuramente qualche altro che mi sto dimenticando (sì, riguardando l’elenco dei personaggi riportato in prima pagina, qualcuno l’ho lasciato per strada).

Non anticipo nè svelo assolutamente nulla nè cito alcun brano, perchè l’intreccio è fenomenale e delinquenziale, in senso lato, e non va svelato in nessun modo; certo come vada a finire la faccenda è cosa nota a tutti, anche a chi non ha ancora letto questo libro e pure a chi non lo leggerà mai: la burocrazia perde al massimo qualche battaglia, ma mai la guerra, tanto più in Sicilia e in Italia.

Vi riporto l’epigrafe al libro, che merita di essere letta.

E qual rovinio era sopravvenuto in Sicilia di tutte le illusioni, di tutta la fervida fede, con cui s’era accesa la rivolta! Povera isola, trattata come terra di conquista! Poveri isolani, trattati come barbari che bisognava incivilire! Ed eran calati i continentali a incivilirli; calate le soldatesche nuove, quella colonna infame comandata da un rinnegato, l’ungherese colonnello Eberhardt, venuto per la prima volta in Sicilia con Garibaldi e poi tra i fucilatori di Lui ad Aspromonte, e quell’altro tenentino savojardo Dupuy, l’incendiatore; calati tutti gli scarti della burocrazia; e liti e duelli e scene selvagge, e la prefettura dei Medici, e i tribunali militari, e i furti, gli assassinii, le grassazioni, orditi ed eseguiti dalla nuova polizia in nome del Real Governo; e falsificazioni e sottrazioni di documenti e processi politici ignominiosi: tutto il primo governo della Destra Parlamentare! E poi era venuta la Sinistra al potere, e aveva cominciato anch’essa con provvedimenti eccezionali per la Sicilia; e usurpazioni e truffe e concussioni e favori scandalosi e scandaloso sperpero di denaro pubblico; prefetti, delegati, magistrati messi al servizio dei deputati ministeriali, e clientele spudorate e brogli elettorali; spese pazze, cortigianerie degradanti; l’oppressione dei vinti e dei lavoratori, assistita e protetta dalla legge, e assicurata l’impunità degli oppressori…
-Luigi Pirandello, I vecchi e i giovani

9 commenti su “La concessione del telefono – Andrea Camilleri

  1. Transit
    30 settembre 2012

    Guagliù, currite currite sta arrivanno ‘o vint’e terra –
    allucca a cannarone apierto ‘o Guaglione ai cumpagnielli suoi di vico Lepre ai Ventaglieri d’o centro storico a Montesanto poco distante da piazza Dante ca a mità Seiceinto si chiammava Mercatello e addò chillu curnuro scurnacchiato sfruttatore e parassita d’o Vice a rre spagnola e chella zoccola d’a Riggina e i loro surdate Mazannates appennevano i mariuncielli e ‘a plebe scurtucata in tutte le maniere, a scuntà ‘a pena p’e na mariulanza ‘e nu piezzo di pane, dint’e gabbie di ferro appise dint’a tutt’a piazza.

    E llà dinto mureveno di sete e di fame e se puteveno vedè comme addivintavano pelle e ossa, sarebbe a dicere scheletri. Chesto era p’e ‘mparatura. Insomma ‘o popolino dei decumeni e d’o centro antico e delle periferie contadine dovevano imparare la lezione:

    Se sgarrate, dicevano ‘o Rre e chella cessaiola latrinara d’a riggina, vi facciamo fare questa fine, sarebbe a dicere appise e murte ‘e famme dint’a na gabbia.

    Songo passati secule e secule e qual è a diffrenza tra tanno a mmò? Allora mureveno dint’e gabbie, mò ‘e proletari e ll’operaie se ne stanne ‘nchiuse ‘o dint’e fabbriche o dint’e case o se chiagnere dint’e strade d’a cittte ‘e muorte lloro.

    Guagliù, currite currite sta arrivanno ‘o vint’e terra.

    Ragazzi, correte correte sta arrivando il vento di terra. Era il grido di battaglia delle bande dei piccirilli che iniziando a correre, partendo dall’inizio di un vicolo, mandavano per aria tutto quello che trovavano sulla loro strada, cioè panni stesi, sedie, tavolini, scope appoggiate ai muri eccetera eccetera.

    Ci sono stati periodi in cui quei guaglincielli diventati adulti tra lavoro nero, evasione scolastica, disoccupazione, arrangiamento quotidiano ed emigrazione qualche volta hanno fatto come Donchisciotte, ma all’incontrario. Insomma, l’utopia non era qualcosa che non si capiva o che per tante difficoltà si rimandava sempre: i padroni contro cui lottare erano i padroni(di sempre), i fascisti erano i fascisti e il sottobosco dei servi e dei venduti nei loro intrallazzi non facevano una piega, anzi in quelle pieghe sancivano il loro potere. Così va la vita, ma …

    Guagliù, currite currite sta arrivanno ‘o vint’e terra.

    E ci fuje chi penzaie ‘e parlà ‘a lengua napulitana pe’ nun se fa capì d’o furastiero. Chillo, ‘o ‘nfamone furastiero, cchiù nun capisce chello ca dicimmo e cchiù ‘o putimmo ‘mbruglia meglio.

    Chesta storia d’e lengua napulitana mica è accumminciata aiere.

    No, no p’ammore e ddio, essa è accummenzata già quanno se parlava ‘o latino e pure quanno Cicerone e Nerone veneveno dalle nostre parti a svacante ‘o fucile e pe’ se arrecriare d’e terme e d’e bellezze schinatacore e schiunatuocchie d’o mangià d’e femmene e d’e ll’uommene e ninetemeno pe’ recità ‘o tiatro dint’e scenarie naturali di Puteoli, Cumae, Arco Felice, Pitecusa, l’antro d’a Sibilla e i Fraglioni e n’aria accussì doce e bella.

    PS:Sempre a proposito di antifascismo, guagliuni, lavoro, disoccupazione e lengua, intesa come “dialetto” o anche lingue minori. E sottolineo ancora, per chiarezza, che se il cortese e gentile padrone di casa ritenga superfluo e non inerente al post tale commento, può sopprimerlo e amici come prima.

  2. Transit
    29 settembre 2012

    Mariò, te si’ arrubbato ‘o core mio.
    Ma crideme, nun me ‘mporta.

    Ma tu, tu chi si’?
    ‘O sape ‘o munno sano chi si’ tu:

    si’ ‘na mariola ‘e panni appise,
    ca s’annasconne addereto ‘e resate,

    ‘a parola ammore e ciente lacreme.
    Chiagnive comm’a ‘na criatura;

    specie quanno te cuglievo
    facenno ‘o juoco d’e tre carte:

    chesta vince, chesta perde,
    chesta… perde, chesta vince…

    Te dicevo: Me vuò bene?
    E tu, redenno, rispunnive:

    Te voglio bene assaje,
    cchiù d’a vita mia.

    E io, piglianno ‘o cielo cu ‘e mmane,
    comm’a nu gelato me sciuglievo ‘ncopp’a lengua.

    Mariuolo, ‘nfame e ‘ngannatore:
    traditore ‘e st’ammore verace.

    Ma nun me ‘mporta d’e buscie,
    ‘e ‘na povera femmena senza curaggio.

    Si’ nun perduono a chi vuò bene nun è
    ammore e si è ammore overo, perduone ‘o stesso.

    Però, vulesse sapé sultanto comm”he fatto? Commme
    he fatto a te arrubbà ‘o core mio? Eppure stavo scetato.

    Comme he fatto a me squarta ‘o pietto
    e cu ‘na mano m’he stracciato ‘o core?

    Nisciuno se ne accorto, nisciuno ‘o vede,
    ma ‘o sango nun se ferma cchiù.

    Dint’e vene scorre lava ca m’appicce ‘e viscere.
    E nun me fa campà.

    Traduzione

    Ladra, ti sei rubato il mio cuore.
    Credimi, non me ne importa.

    Ma tu, tu chi sei?
    Il mondo intero sa chi tu sei.

    Sei una ladra di vestiti stesi,
    che si nasconde dietro le risate,

    la parola amore e cento lacrime:
    piangevi come una bambina.

    Specie quando ti sorprendevo
    facendo il gioco delle tre carte:

    questa vince, questa perde
    questa vince… questa perde…

    Ti chiedevo: Mi vuoi bene?
    E tu, ridendo, rispondevi:

    Ti voglio molto bene,
    più della mia vita.

    E io, prendendo il cielo con le mani,
    mi scioglievo come un gelato sulla lingua.

    Ladra, infame e ingannatrice:
    traditrice di questo amore sincero.

    Ma non m’importa delle bugie
    di una povera femmina priva di coraggio.

    Se non perdoni chi ami non è amore
    e se è amore vero, perdoni ugualmente.

    Però, vorrei sapere come hai fatto?
    Come hai fatto a rubare il mio cuore?

    Eppure ero sveglio.

    Come hai fatto a squartarmi il petto
    e con una mano l’hai strappato?

    Nessuno se n’é accorto; nessuno lo vede,
    ma il sangue non si ferma più.

    Nelle vene scorre lava che m’incendia le viscere.
    E non mi lascia vivere.

    PS: Quanto sopra, chiaramente, non è attinente con la trama, la storia e l’intreccio del libro di Camilleri. Lo è invece perché avevo fatto debito con la bocca nel precedente commento e perché la poesia che ho postata è in vernacolo.
    Se il padrone di casa ritiene opportuno cancellarla per ovvi motivi non mi sentirò affatto offeso. Grazie. Ah, volevo aggiungere un altra cosa: come sono giunto a questo blog. Ci sono arrivato leggendo la notizia nelle pagine del Venerdì di la Repubblica.

    Buona serata

  3. Transit
    29 settembre 2012

    Il libro di Camilleri è qui sul mio comodino alla mia sinistra da circa sei giorni. E tra un caffè, un cruciverba di Bartezzaghi della Settimana Enigmistica, e la lettura de La Repubblica; e retaggio dell’estate, del Corriere dello Sport e oltre a varie poesie scritte da me medesimo e postate in vari blog; il libro del siciliano me lo sto spozzoleando chianu chiano come quanno me magno ‘na sfugliatella di Scaturchio e cammino p’e strade d’a città, pe’ nun dicere vicino ‘ mare, abbascio Santa Lucia, a nu passo di via da piazza del Plebiscito.

  4. anna ferracuti
    24 settembre 2012

    Non per fari scumazza ma ci suggerisco alcuni libri di Camilleri con i quali principiare (a tia e a Claudia):
    Se ti scanta il dialetto (che proprio dialetto siciliano non è) puoi cataminariti in qualichi raccolta di racconti brevi. Potresti principiare con “Un mese con Montalbano” o “Gli arancini di Montalbano”, che ti presenterebbero ammodo anche il commissario. Se invece ti siddìa Montalbano puoi leggerti il nunnàtu “Il diavolo, certamente” decisamente semplice da leggere. Oppure puoi leggerne alcuni scritti metà in tagliàno metà in viganese tipo “Il nipote del Negus”.
    A mia “La concessione del telefono” e il “Birraio di Preston” sono piaciuti assà.
    Ma quello che mi è piaciuto di più, non della saga di Montalbano, piccamora, è uno dei meno conosciuti, nicareddru e sdiliziusu: “Maruzza Musumeci”.
    A disposizione. (che Camilleri mi perdoni)
    Anna Ferracuti

  5. Claudia Leonardi
    20 settembre 2012

    Approfitto di questo post per chiederti un consiglio! Aimè, mi vergogno a dirlo ma non ho ancora mai letto niente di Camilleri, nonostante gli innumerevoli inviti della mia migliore amica (siciliana!). Da cosa mi consigli di iniziare? Quello che mi ha sempre frenato un po’ è stato l’utilizzo del dialetto siciliano e il conseguente timore di perdermi qualcosa! Aiutami a ricredermi ;) Grazie!

    Claudia
    http://www.clodsbooks.wordpress.com

    • 2000battute
      20 settembre 2012

      Anche io non avevo letto nulla di Camilleri prima di questo e anche io ogni volta che ci provavo mi bloccavo davanti alle decine di titoli.
      Questo che ho commentato è strepitoso, secondo me, e anche se non posso paragonarlo ad altri lo consiglio senza alcun dubbio.
      Per quelli della saga di Montalbano credo ci sia almeno un vago ordine, ma i tantissimi lettori di Montalbano possono aiutarti in questo caso.
      Per la lingua che usa Camilleri, fai una prova per sentire che effetto ti fa. Di certo Camilleri ha una fluidità di scrittura da grandissimo scrittore, mai forzato, mai usa il dialetto per puro estetismo.
      È facile che ti piaccia moltissimo.
      Io ho preso Grande Circo Taddei come prossimo di Camilleri da leggere, sempre non della saga di Montalbano.

    • Claudia Leonardi
      20 settembre 2012

      Grazie per il consiglio! Visto che devo iniziare da qualcosa comincerò da La concessione del telefono!! Poi ti faccio sapere come è andata!

      Claudia

  6. andreaomicini
    18 settembre 2012

    Benvenuto nel club! Un po’ ti invidio: devi per esempio ancora leggere “Il birraio di Preston”, e questa è una bella fortuna :)

  7. 12axel
    17 settembre 2012

    Ho controllato tra i miei molti libri di Camilleri… Questo mi è sfuggito! Provvedo subito a rimediare!

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Questa voce è stata pubblicata il 15 settembre 2012 da in Autori, Camilleri, Andrea, Editori, Sellerio con tag , , .

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