2000battute

«Appartengo a una generazione disgraziata a cavallo fra i vecchi tempi ed i nuovi, e che si trova a disagio in tutti e due. Per di più, come lei non avrà potuto fare a meno di accorgersi, sono privo d’illusioni.» –Tomasi di Lampedusa

In questa Italia che non capisco – Mark Twain

TwainIN QUESTA ITALIA CHE NON CAPISCO
Mark Twain
Traduzione di S. Pezzani

Mattioli 1885, 2011

Come posso spiegarlo? Intendo, spiegare la sensazione che mi dà la lettura di Mark Twain. Già perché Twain ha un sapore che è unico, solo lui ha quel sapore, è inconfondibile, nessuno scrive come Twain. È come il tartufo, il tartufo ha quel sapore lì, forte e intenso, e solo il tartufo sa di tartufo. Se vi piace il tartufo, dovete assaggiare il tartufo, non ci sono alternative.

Così è per Mark Twain. Forte e intenso. Senza mezze tinte, e le sue tinte sono talmente sfavillanti e mescolate in grumi di colori contrastanti che, se vi piace Twain (ma non necessariamente anche il tartufo), dovete leggere Twain e solo lui vi riempie gli occhi con quei grumi di colori.
Io ho un amore per Mark Twain, forse si è capito. Per me ci sono due autori imprescindibili nella letteratura statunitense, tra quelli che ho letto io, almeno: lui e J. D. Salinger; Twain più imprescindibile di Salinger: si può rinunciare, con gran sacrificio, a Salinger, non si può rinunciare a Mark Twain.

E perché? magari dirà qualcuno. Non so bene perché, ma privarsi di Mark Twain è come privare un bambino delle favole, è di più di rinunciare a un piacere, anche un piacere intenso. È come non vivere un viaggio sorprendente e avventurosissimo, uno di quei viaggi che ti aprono gli occhi – si dice così no? – durante il quale capisci alcune cose che altrimenti non avresti capito mai, cose che poi non dimenticherai più.

Mi torna in mente quell’episodio che racconta Guido Conti ne Il grande fiume Po, quello di Vittorio Di Nunno e Giacomo Enrichetti i quali, diciassettenni, partirono da Casalmaggiore nell’agosto del 1958, con una zattera fatta di bidoni di petrolio e legname alla volta di Venezia. Le cronache riportano che i due ragazzini abbiano giustificato la loro idea da folli con l’entusiasmo suscitato dalla lettura di Huckleberry Finn. E io ci credo al 100%!

Il punto, infatti, non è che i due siano partiti dopo aver letto la storia di Huck scritta da Twain, ma il contrario, il fatto che sia stato Twain a scrivere la storia di Huck. Quante ne avranno scritte di storie di ragazzini che partono all’avventura? Decine? Centinaia? Di più? Tantissime. Ma è con quella scritta da Mark Twain che due ragazzini possono decidere di partire da Casalmaggiore su una zattera e arrivare fino a Venezia.
Perché Twain è potente, la sua scrittura è potente, è una forza della natura, è poderosa, wagneriana, travolge qualunque ostacolo, ogni obiezione, ogni alzata di ciglia, ogni rilievo cisposo da criticuzzo, ogni distacco da lettore sospettoso, tutto.

Voi immaginate di trovarvi di fronte a Mark Twain. Alto, austero, con quei baffoni e il cappello e gli occhi d’aquila che vi fissano. Lui vi squadra e dice: «Siete un ridicolo buffone!» oppure «Siete una patetica donnetta!» – «Ma come vi siete vestiti?» Cosa fate? Pensate di rispondere a tono? Di aggredirlo? Ah!
Se lo conoscete non fate nulla di tutto ciò, incassate silenziosi sapendo che vi ridurrebbe in poltiglia con una battuta se solo abbozzaste; ma non solo per questo, anzi, non tanto per questo. Stareste zitti perché attorno a voi si distende Pompei al tramonto in una serata tersa e sapreste, ne sareste certi conoscendo Mark Twain, che rimanendo zitti non vi caccerebbe e di lì a poco potreste sentire pronunciata da lui una delle descrizioni più commoventi della inebriante bellezza tragica di quel luogo e delle sue ombre immobili da duemila anni. E ringraziereste Mark Twain per essere Mark Twain.

Mark Twain è così, per me, tanto è strepitosamente bravo come narratore e tanto è totalmente privo di scrupoli nel dire quello che vuole, quasi brutale a volte, per poi, un attimo dopo, diventare delicatissimo, scrivere addirittura fiabe per bambini e, magari, sterzare di nuovo e ridiventare sanguinario nei giudizi. Il tutto con un’ironia suprema, da grande snob, imperiosa, un’ironia marziale, colma di umanità. Mark Twain è infinitamente sottostimato dalle nostre parti, io credo.

Chiudo il peana e vengo al libro.
In questa Italia che non capisco è un testo editoriale, ovvero non è un’opera originale dell’autore, ma sono gli estratti che riguardano la sua permanenza in Italia durante un lungo viaggio per il mondo che fece e che venne pubblicato a puntate verso la fine dell’Ottocento col titolo The Innocents Abroad. Esiste un altro libro in edizione italiana, sempre dedicato ai suoi racconti di viaggio, che si intitola Seguendo l’Equatore. In viaggio intorno al mondo; ve lo consiglio moltissimo, come anche questo che sto commentando e come tutto quanto abbia scritto Mark Twain.

In questo viaggio italiano, Twain giunge a Genova in nave. Da lì si sposta a Milano,  Como, Lecco, Venezia, poi scende verso Firenze, Pisa e Livorno. Si imbarca nuovamente fino a Civitavecchia, prosegue per Roma via terra e infine conclude il viaggio a Napoli e Pompei risalendo per l’ultima volta a bordo del piroscafo.
Commenta quello che vede. A modo suo. Da spaccone dotato però di crudele lucidità quando vuole affondare i colpi – e questo lo fa soprattutto contro le persone, vive o morte, pezzenti, borghesucci, con tonaca o senza, grandi artisti o aristocratici non fa nessuna differenza -, con lirismo poetico quando si lascia ammaliare dalla bellezza dei luoghi, dal senso del tragico e dall’umanità sofferente. Scrive con ironia, a volte sarcasmo, e sempre lontano mille miglia dal banale.
Capovolge i luoghi comuni e il comune sentire, è un iconoclasta incallito: sbeffeggia Michelangelo e i grandi maestri cantando le lodi degli svillaneggiati artisti minori del Rinascimento; disprezza sommamente frati, domenicani e ordini penitenti; è insofferente ai santi e al popolino adorante, ma allo stesso tempo tratta nobili e gentildonne come miseri cafoni puzzolenti; denigra Firenze e Roma per poi cadere in contemplazione estatica di alcuni scorci di intensa bellezza; si accanisce contro la crudeltà dei Dogi e dei Papi. E così via, ve lo dovrei raccontare tutto, perchè è un tale turbine di commenti che mi dispiace citarne alcuni e tralasciarne altri.
Così come il talento da battutista che ha, meriterebbe mille citazioni. Ne spara a raffica di stilettate divertentissime, fosse per me ve le riporterei anche tutte, solo che poi temo che l’editore Mattioli 1885 mi chiederebbe i danni per avergli ricopiato l’intero libro.

Un pezzetto della ruvida interazione con il personale dell’albergo milanese.

La voce di Dan si è fatta sentire nell’aria: 
“Ehi, vi spiacerebbe portarmi del sapone?”
La risposta è giunta in italiano. Dan si è fatto sentire di nuovo:
“Sapone. Voglio dire… sapone. Ecco cosa voglio: sapone. S-a-p-o-n-e, sapone, S-a-p-o-n-e, sapone. Sbrigatevi! Non so come voi italiani lo chiamiate, ma lo voglio. Chiamatelo come vi pare, ma andatemelo a prendere. Sto gelando.”
Ho sentito il dottore dire queste parole di grande effetto:
“Dan, quante volte abbiamo detto che questi stranieri non capiscono l’inglese? Perché non ti fidi di noi? Perché non ci dici quello che vuoi e lasci che siamo noi a chiederlo nella lingua del paese? Ci risparmieresti un bel po’ delle umiliazioni che la tua biasimevole ignoranza ci procura. Mi rivolgerò a questa persona nella sua lingua madre: ‘Qui, cospetto! Corpo di Bacco! Sacramento! Solferino! Sapone, figlio di un cane!’ Dan, se lasciassi che fossimo noi a parlare per te, non metteresti mai a nudo la tua incolta grossolanità.”

Orgogliosamente americano Mark Twain lo è sempre stato, in ogni suo scritto, anche nelle critiche più feroci e nelle condanne più dure contro lo schiavismo, le disuguaglianze sociali e l’ipocrisia puritana. Mark Twain non si è mai atteggiato a intellettuale affumicato da arie europee, ma sempre fiero yankee, soprattutto quando scatena la verve ironica.

A Venezia, dove pare aver particolamente notato la bellezza delle donne italiane.

Moltissime di queste donne sono bellissime e vestite con raro buongusto. Stiamo lentamente e faticosamente facendo nostra la pessima abitudine di guardarle negli occhi senza battere ciglio, non perché una condotta del genere ci aggradi, bensì perché è l’uso del paese e si dice che alle ragazze piaccia. Desideriamo apprendere tutte le abitudini curiose e inconsuete di tutti i paesi diversi in modo da poterci ‘pavoneggiare’ e stupire il prossimo, una volta tornati a casa. Ci va di suscitare l’invidia dei nostri amici che non hanno viaggiato, attraverso le strane usanze forestiere di cui non riusciamo a sbarazzarci. Tutti i nostri passeggeri rivolgono notevole attenzione a questa cosa, con l’obiettivo che ho menzionato. Il gentile lettore non saprà mai e poi mai che razza di consumato somaro possa diventare fintanto che non va all’estero. Ovviamente, parlo dall’assunto che il gentile lettore non sia stato all’estero e che, dunque, non sia già un consumato somaro. In caso contrario, gli chiedo scusa e lo accolgo come collega, chiamandolo fratello. Sarò sempre felicissimo di incontrare un somaro dai miei stessi gusti una volta che avrò finito di viaggiare. 

Mark Twain non è solo un geniale battutista e un grande narratore. È un acuto osservatore e legge la trama meglio degli altri, dicendo cose che dopo più di un secolo lasciano di sasso.

Ci sono parecchie cose che in questa Italia io non capisco, ancor meno io capisco come sia possibile che un governo in bancarotta possa avere scali ferroviari così sontuosi e strade statali così fantastiche. […]
Queste cose mi conquistano più delle centinaia di gallerie piene di tesori d’arte d’Italia, perché le une sono in grado di capirle, mentre le altre non ho la competenza per apprezzarle. Nelle strade, nelle ferrovie, negli scali e nei nuovi viali di case identiche di Firenze e di altre di queste città vedo il genio di Luigi Napoleone, o meglio, vedo imitate le opere di quello statista. Ma Luigi si è impegnato a far sì che in Francia ci sia una base per quelle migliorie: soldi. Ha sempre i mezzi per sostenere i suoi progetti; rafforzano la Francia e non la indeboliscono mai. La sua prosperità materiale è genuina. Qui, invece, la faccenda è diversa. Questo paese è in bancarotta. Non c’è una solida base per queste opere grandiose. La prosperità che dovrebbero indicare è una finzione. Non ci sono soldi nelle casse del tesoro, e dunque, invece che rafforzarlo, lo indeboliscono. […]
[L’Italia] Senza alcuna esperienza in campo amministrativo, si è gettata in spese inutili di ogni tipo e ha affondato il suo erario quasi in un solo giorno. Ha scialacquato milioni in una marina di cui non aveva bisogno e, alla prima occasione in cui ha fatto entrare in azione il suo nuovo giocattolo, il disastro è stato enorme.[…]
Ci sono migliaia di chiese in Italia, ciascuna con tanto di forzieri contenenti milioni taciuti di tesori e ciascuna con il proprio battaglione di preti da sostenere. E poi ci sono le tenute della Chiesa, acri su acri delle terre più ricche e delle foreste più nobili d’Italia, che immancabilmente danno immense rendite alla Chiesa e non versano un solo centesimo di tasse allo stato. […]
Ora, che senso ha lasciare che tutte queste ricchezze restino infruttifere mentre metà della comunità non sa praticamente da un giorno all’altro come fare a tenere insieme corpo e anima? E che senso ha permettere che centinaia su centinaia di milioni di franchi restino confinati nell’inutile pompa delle chiese in tutta Italia e che il popolo sia oppresso a morte dalle tasse che sorreggono un governo votato al fallimento?
Per quel che capisco, l’Italia per millecinquecento anni ha concentrato tutte le sue energie, tutte le sue finanze e tutta la sua operosità nella costruzione di una vasta gamma di meravigliosi edifici ecclesiastici, affamando metà dei suoi concittadini pur di riuscirci. Al giorno d’oggi è un grande museo di magnificenza e di miseria. […] e io ho detto: “Figli dell’Italia classica, lo spirito di intraprendenza, di fiducia in voi stessi, di nobile impegno è del tutto morto in voi? Sia maledetta la vostra indolente indegnità: perché non depredate la vostra chiesa?”

Non aggiungo commenti, però amo Mark Twain.
Forse vi ho spento il sorriso con questo brano. Allora concludo provando di riaccenderlo con una parte di una scenetta comicissima dedicata a quelli che Twain definisce “quei seccatori delle guide europee”.

Le guide conoscono l’inglese necessario per per complicare le cose in maniera tale che un uomo non ci capisce un’acca. Conoscono la storia a memoria, la storia di ogni statua, dipinto, cattedrale o altre meraviglie che vi fanno vedere. La conoscono e ve la raccontano a mo’ di pappagallo e, se le interrompete, fate perdere loro il filo e sono costrette a tornare indietro e ripartire da capo. Per tutta la loro vita, il loro lavoro consiste nel mostrare cose strane a degli stranieri e nell’ascoltare le loro esclamazioni ammirate. È nella natura umana apprezzare l’ammirazione entusiasta. […]
Dopo che lo abbiamo scoperto, non abbiamo mai più sperimentato altre estasi, non abbiamo più provato ammirazione per alcunché, non abbiamo mostrato altro che facce impassibili e scialba indifferenza di fronte alle meraviglie più sublimi che la guida avesse da esibire. Avevamo trovato il loro punto debole. Da allora ne abbiamo fatto buon uso. Talvolta abbiamo fatto di quegli uomini dei selvaggi, ma la nostra serenità non l’abbiamo mai persa.
In genere è il dottore a fare le domande, perché è in grado di restare serio, di sembrare un idiota ispirato più di chiunque altro e di assumere un tono di voce più ebete di qualsiasi altro essere umano vivente. Gli risulta naturale. […]
Si era riservato per il finale quella che lui considerava la sua meraviglia più grande: una mummia reale egiziana, forse quella meglio conservata al mondo. Ci ha portati lì. Stavolta, era così sicuro di sè che gli era tornato un po’ del suo vecchio entusiasmo:
“Vedete signori! Mumia! Mumia!”
Gli occhiali sono tornati al loro posto con la stessa calma e lentezza di sempre.
“Ah, Ferguson, com’è che ha detto che si chiamava quest’uomo?”
“Come si chiamava? Non ce l’ha un nome. Mumia! Mumia giziana!”
“Già, già. È nata qui?”
“No! Mumia giziana!”
“Ah già. È francese, giusto?”
“No! No francese, no romana! Nata in Egitta!”
“Nata in Egitta. Mai sentito parlare di Egitta prima d’ora. Una località straniera, suppongo. Mummia. Mummia. Com’è calma, composta… È… è morta?”
“Sacre bleu! Morta da tremila anni!”
Il dottore se l’è presa furiosamente con lui.
“[…] Se ha un bel cadavere fresco, lo tiri fuori! Altrimenti, perbacco, le spacchiamo la testa!” […]
Esiste un’espressione (già menzionata) che finora ha immancabilmente disgustato queste guide. La utilizziamo sempre quando non ci viene in mente nient’altro da dire. Una volta che hanno esaurito la loro scorta di entusiasmo nel tessere le lodi di un’immagine bronzea antica o di una statua dalle gambe spezzate, noi le rivolgiamo un’espressione inebetita, restando in silenzio per cinque, dieci, quindici minuti, in effetti fintanto che resistiamo, prima di chiedere:
“È… è morta?”

Un ultimo persiero affettuoso a quelle povere guide turistiche che hanno avuto la malasorte di finire nelle mani di quel mostro di Mark Twain e dei suoi compari.

4 commenti su “In questa Italia che non capisco – Mark Twain

  1. Transit
    27 dicembre 2012

    No, no, no quello che da piccolo ho visto correre veloce sotto il muro, nero e lucido, con le sue zampette pelosette(o forse era ‘nu suricillo sciuotto sciuttto cioè chiattulillo))non era un cicles ma proprio ‘nu scarrafone. probabilmente era orfano perché sua madre non si è fatta sentire. a me mi hanno portato in ospedale: lì, davvero, ci sono un sacco di cicles buttati dappertutto. di tanto in tanto lì puoi farti una pancia accussì.

    Prima di mangiarlo e masticarlo,(faceva crac, croc e cric come un qualsiasi crostaceo di millenaria generazione) intendo ‘o scarrafone, ci ho parlato un po’ Anzi, era lui che si sbatteva tanto nel cercare un dialogo. Lo tenevo per una zampetta, ma lui scalciava, per modo di dire, in maniera frenetica: insomma, lo scarrafone aveva capito che la sua nera e umida esistenza era agli sgoccioli. A un certo punto faccio per mangiarlo, ma sento una voce che dice: – Ehi, bello, ma tu non sai chi sono io. – Però gli altri adulti e bambini erano alle estremità del vicolo e la porta di casa mia e quelle delle altre erano chiuse. A quel punto mi è venuto di staccare una zampetta allo scarrafone. E ho sentito un urlo acuto.

    -Porca miseria ma allora sei proprio un sadico e un animale. Mi hai staccato una zampa, adesso claudicherò e tu lì a chiamarmi lo Zoppo del quartiere. Adesso però fermati e non commettere altre sciocchezze contro di me. –

    Mamma mia ma sei proprio tu a parlare, eppure ‘e scarrafone da che mondo è mondo non hanno mai parlato, e accussì gli ho detto:

    – Sai come mi chiamo? –
    – No, ma dillo tu, perché gli indovinelli mi scocciano –
    – Sono lo scarafaggio più importante e noto della storia della letteratura: insomma un racconto scritto da un grande scrittore ebreo praghese mi ha reso famoso e immortale: io sono Gregor Samsa –
    -Embè c’aggia fa che sei Grigorio –
    -Innanzitutto un pò di rispetto per me e per Franz –
    – Grigorio, sentimi bene, finiamo qui questa specie di discussione, ma secondo me la fame e la curiosità hanno fatto venire le traveggole, cioè sono deperito e debole sento la tua voce che non esiste, ma è soltanto il frutto di un allucinazione da stomaco che non mangio … perciò, Grigorio ma finiscila di parlare perché tengo anche da fare, devo andare a giocare con i miei amici che stanno laggiù … perciò mò faccio un morso solo e ti saluto –

    E mentre ho inghiottito lo scarrafone parlante quello sbraitava come davvero fosse stato il famoso insetto nato dalla penna di Franz Kafka che io non conosco né di vista né direttamente. Non so se ci azzecca ma qui dicono: Mò pure il muschillo, cioè un insetto piccolissimo, tiene la tosse.

    Quando mia sorella Tellina d’o Mar uscendo di casa mi ha visto masticare e ingoiare, spaventata mi ha detto: – Cosa stai mangiando che qui nella credenza non ci sono neanche gli occhi per piangere? –
    – Mi sono mangiato a Grigorio Samsa – le ho detto ridendo.
    – Vuoi dire un biscotto un pezzo di cioccolato? – ha chiesto
    – Ma quale biscotto o cioccolatino. –
    – E allora parla cosa hai mangiato? –
    – A Grigorio Samsa ‘o scarrafone mi sono mangiato. Tellì forse non mi credi, quello parlava e si è lamentato pure –

    E così mia sorella urlava, chiedeva aiuto e correndo i ha portato in ospedale. A questa storia nessuno ha creduto mai.

    Ma le storie si sa sono tutte frutto di fantasia.

  2. Transit
    27 dicembre 2012

    Buon Natale a chi viene da lontane.
    E a quelli della di terra nostra.

    Buona Natale ai non credenti o atei.
    E a quelli che non commentano mai.

    Buon Natale a chi si lascia cadere mani,
    dita e silenzio in grembo.

    Buon Natale ai poeti vecchi e nuovi.
    E a quelli sparsi nell’universo.

    Buon Natale al poeta Alda Merini.
    E a quelle che non sanno di esserlo.

    Buon Natale alle parole degli ultimi.
    E a quelli che non aspettano.

    Buon Natale alle frasi d’amore mai dette.
    E quelle sconfinate di luce.

    Buon Natale alla voce dimenticati.
    E a carezze, sospiri e voli ai ceppi.

    Buon Natale agli amori degli occhi.
    E a quelli di fuoco, lava e lapilli.

    Buon Natale a te che non hai gli occhi.
    E a te che stai morendo.

    Buon Natale al sole che riscalda.
    E alla pioggia che ride sovente.

    Buon Natale ai bambini orfani.
    E la freddo nelle ossa.

    Buon Natale a quell’uomo ragazzo.
    Alla ricerca disperata dell’amore.

    Buon Natale a chi deve affacciarsi
    e aspettare.
    E sperare la bontà.

    Buon Natale a chi a Natale non c’è.
    E piange di nascosto nostalgia.

    Buon Natale a chi nascendo è perso.
    E dimenticato, perché invisibile.

    Buon Natale a me così disperato.
    E a chi non mi ha mai conosciuto.

    Ciao. Arrivederci. Addio.
    E buon Natale.

    Post Scriptum:
    Togli le due parole iniziali e mettine
    almeno una che colpisca non tanto
    al bersaglio grosso … ma sottopelle;
    per quanto mi riguarda, provo a
    mettere vita, per cui avremo:

    Vita al sole che scalda.
    E alla pioggia che sovente ride.

    Vita ai bambini orfani.
    E al freddo nelle ossa.

    Vita a chi non c’è.
    E piange di nascosto nostalgia.

    Vita al papa che calza scarpe griffate.
    E grazia il cameriere che mesceva

    vino pregiato, invecchiato per decenni,
    in botti di rovere.

    Vita ai bambini orfani.
    E senza pane.

    PS: Su un foglio bianco a quadretti a mo di segnalibro ho scritto quanto sopra.

  3. Transit
    26 dicembre 2012

    Aveva gli occhi
    sfusi

    e turgidi capezzoli
    profumati.

    nel sorriso
    corridoi lunari,

    negli occhi fotografia
    di malinconia

    e carrozze veloci
    le gambe operaie:

    lo sguardo
    abbarbicato ai lobi

    e le braccia a tenaglia
    remoto il fastidio.

    e femmina di ago e filo
    la gonna lunga,

    e gelosia
    a collo di pelliccia.

    PS: Dietro la copertina del libro di Anonimo Poesie sui marciapiedi.

  4. Transit
    22 dicembre 2012

    E adesso eccomi a un mezzo(in attesa di crescere nella scrittura e nella lettura e quindi per prepararsi a morire) corpo a corpo con il principe dell’ironia intelligente e corrosiva, ossia Mark Twain. Ho letto molto tempo fa i suoi libri a proposito di Tom Sawyer e Huckleberry Finn, ossia due opere che parlano del’infanzia adolescenza dei maschi dell’intera umanità.

    Poi ho comprato di Twain in data 14 – 8 – 2005(altro vizio non solo quello di scrivere dietro le copertine dei libri comprati, ma incidere anche la data della compera, giusto per precisare il contesto) Autobiografia. Lo feci per sapere le cose della sua vita e innanzitutto della sua scrittura e degli attrezzi del mestiere di scrivere di prima mano, ovvero le sue dita, le sue penne, la sua macchina da scrivere.

    Ma veniamo a ciò che trovo scritto di mia mano(destra: puah! spesso penso di mozzarmela. il perché, voi volete sapere il perché? giusto, però potreste anche farvi gli affaracci vostri. Ma poiché siamo in un tema introdotto da me, dirò solo che non mi va la destra, ecco tutto.): Girando la copertina della Garzanti che ha in basso un disegno di un battello a vapore, trovo: 1) Autobiografia di uno gnu; 2) L’autobiografia dello gnu.

    Volevo leggere la biografia di Twain ma anche quella di altri, come Charlie Chaplin per rubacchiare qua e là delle cose sul genere dell’autobiografia, anche se storcevo il naso perché non intendevo personalizzare troppo un eventuale libro scritto da me, ma anche da altri sulla mera personalizzazione.

    Insomma stavo preparando o scrivendo da tempo un libro che avesse come protagonista principale ‘O Guaglione capa di bomba che cade a terra e non si rompe o capa di vacca che va in terra e non si spacca. I libri sui due adolescenti mi servivano per sviscerare il principale interesse del mio protagonista, ossia il gioco e il gioco come avventura e innanzitutto conoscenza del singolo individuo e della comunità che era presente nelle case, nel vicolo, nel quartiere, nei rioni e nell’intera città e provincia; insomma una macchia di umanità che si allarga sempre più a dismisura, ma che riporta sempre da dove si è partiti. Ebbene i due libri sull’adolescenza dell’umanità andavano bene, ma a una condizione:appena letti andavano dimenticati o supportati diversamente.

    ‘O Guaglione però ha una caratteristica ben precisa fin dalla sua nascita, anche se lui inizialmente non lo sa; lui, è un proletario. Un proletario con l’enorme eredità di dio sul groppone e i santi, specie il santo patrono Faccia ‘Ngialluta nella mano sinistra e la a madonna e il bambinello biondo pieno di salute e dagli occhi azzurri nella mano destra. Se anche i ricchi piangono, anche i bambini e i guagliuncielli del proletariato, vogliono a desiderano giocare. Spesso gli viene impedito: non vanno a scuola, ma a lavorare si. Anche perché se non portano i soldi a casa non si mangia. E poi se non si va a scuola bisogna imparare un mestiere, tra l’altro è sempre bene imparare un mestiere e metterlo da parte.

    Il protagonista, cioé Guaglione, al di là dei personaggi adolescenti di Twain vorrebbe dire la sua … ma per farlo innanzitutto deve scalare le montagne: ebbene ‘O Guaglione è ignorante come una capra(davvero la capra è ignorante così da meritarsi d’essere ignorante in eterno, un po’ come il lupo che il lupo è cattivo fino alla fine dei suoi giorni?), quindi come farà a dire la sua? Innanzitutto attraverso il lascito del vento dell’oralità … ma il cartaceo e la penna e l’inchiostri e i pensieri che spuntano dappertutto come i funghi dopo la pioggia e poi il sole? ‘o Guaglione ha l’età dei due ragazzetti di Twain, quindi come fare?

    Ebbene, ‘O Guaglione spesso sente la Voce che si aggira presso di lui e attorno a lui e non gli dice le cose, ma sta lì per diventare la Voce a livello letterario, poetico e narrativo.

    Ce la farà ‘O Guaglione a imparare a leggere a scrivere per poter scrivere il libro che non lui ma le condizioni in cui vive assieme alla Voce gli dicono che DEVE scrivere?

    E in chi si riconosce il piccolo proletario ‘O Guaglione per capre di essere a tutti gli effetti un proletario nonostante la Tv che non fa altro che bombardarlo di merci? E poi quegli altri che vogliono che lui sia sempre bravo e ancora più bravo a livello umano?

    ‘O Guaglione deve aspettare che passi del tempo in modo da tornare indietro, andare avanti e poi tornare indietro, in modo da focalizzare la propria identità non solo in termini individuale.

    Il tempo passa e ‘O guaglione guardando quei meravigliosi documentari sugli animali, s’imbatte nell’animale in cui può paradossalmente prendere coscienza di sé … lo Gnu. ‘O Guaglione è uno Gnu: lo Gnu … l’autobiografia inizia a prendere corpo a partire dal corpo. Tanti corpi per un corpo solo. Il corpo di uno che include i corpi di tutti.

    Titolo del libro: 1) Autobiografia di uno gnu; o semmai: L’autobiografia dello Gnu.

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