2000battute

«Appartengo a una generazione disgraziata a cavallo fra i vecchi tempi ed i nuovi, e che si trova a disagio in tutti e due. Per di più, come lei non avrà potuto fare a meno di accorgersi, sono privo d’illusioni.» –Tomasi di Lampedusa

Specie di spazi – Georges Perec

specie di spazi

SPECIE DI SPAZI
Georges Perec
Traduttore R. Delbono

Bollati Boringhieri 2011

Ma insomma, mi chiedo io, questo libro come si dovrebbe catalogare? Narrativa? Saggistica? Biografia? Fantasy? (no, fantasy sono sicuro di no). Non lo so, lascio il compito a chi è esperto di queste cose. Io dico soltanto:

Vertiginoso.

Sì, vertiginoso, “che provoca vertigine”, come d’altra parte lo è Georges Perec, del quale avevo già commentato quell’altra perla che è Un uomo che dorme, uno scrittore inclassificabile, folleggiante, funambolico, talmente esuberante nel rovesciare sulle pagine pensieri e fascinazioni allucinatorie della propria essenza di parte del reale da diventare egli stesso trama del racconto, groviglio di narrazione e labirinto di parole che tirano altre parole che tirano pensieri che tirano altri pensieri che tirano immagini che tirano altre immagini che tirano simboli che tirano altri simboli che, alla fine, si condensano in frammenti di realtà, minuzie sbriciolate di realtà, pulviscolo di realtà, che aleggia, come una nebbia, come una coltre di fumo oppiaceo o di scarico industriale, come un particolato in sospensione, come uno sciame di moscerini al tramonto, aleggia, galleggia, immobile ma frenetico, sospeso ma radicato, proprio davanti a noi, davanti ai nostri occhi, spennellato dal nostro sguardo, dal nostro sguardo incerto, timido, distratto, incespicante, mai abituato a fissare, fissarsi, fissare a lungo, per minuti, per molti minuti, perfino moltissimi minuti, un’inezia, un’apparente inezia come un formicaio brulicante, di persone però, di oggetti, di ombre, di intelaiature, di strade, di cartelli, di finestre, di lavandini, di soggiorni, di sassolini animati, di pesciolini con braccia e gambe, di zanzarette ronzanti sotto il cappello e la messa in piega, tra pareti, incroci, marciapiedi, carreggiate, tombini, scoli dell’acqua, sopra un groviglio, di tunnel sotterranei, interrati, scavati, trapanati, trivellati, le fogne, i sottopassi, i vuoti sotto lo scalpiccio di scarpette, di tacchi, di tomaie, sfrigolanti sul ghiaino, sullo sbriciolino del selciato, e tutt’attorno, ma non solo attorno, anche in mezzo, anche nelle fessure, anche di là dai muri, fuori dalla città, dentro la città, nel quartiere, lungo le scale, nel bagno, nell’anti-bagno, nell’ingresso, dell’ufficio, della casa, del museo, della chiesa, sul tram, e anche nell’automobile, e fuori dall’automobile, tutto attorno, tutto intorno, dappertutto c’è lo spazio.

Lo spazio.

Questo è spazio.

Anche questo è spazio.

Facile vero? Sì, facilissimo, Potrei andare avanti per cento pagine a fare spazi, o mille, o mille milioni, potrei fare spazi e dire Questo è spazio fino all’ultimo dei miei giorni, incluso, s’intende.
Ma Georges Perec fa di più. Riempie lo spazio di parole e con le parole fitte fitte dentro lo spazio disegna lo spazio, si fa spazio, vede lo spazio, crea spazio. Nella sua vertigine, nella vertigine di Specie di spazi, tutto è spazio, vuoto, spazio di nulla, non spazioso o spaziato, non quanto spazio che c’è in questa casa! e neppure lo spazio delle astronavi, ma lo spazio come il niente punteggiato dalla realtà.

Il libro inizia con l’immagine dello spazio. È la Carta dell’oceano (Ocean Chart) di Lewis Carroll, tratta da La caccia allo snark.

Ocean-Chart-Hunting-of-the-Snark

La vertigine ha inizio. Chi ne soffre si sforzi, è noto che poi passa, anzi, in questo caso non passa, però inebria, e quando si è inebriati i confini sfumano e le forme ondeggiano, le sagome si fluidificano e il passo si fa malfermo, non perchè siano malfermi i piedi, ma per via del terreno, del selciato, del marciapiede che si squaglia e scivola (tutto questo lo sapeva benissimo anche Boris Vian).

Dice Perec nell’attacco:

L’oggetto di questo libro non è esattamente il vuoto, sarebbe piuttosto quello che vi è intorno, o dentro (cfr. fig. I) [Nota: La Carta dell’oceano]. All’inizio, insomma, non c’è un gran che: il nulla, l’impalpabile, l’immateriale: c’è la distesa, l’esterno, quello che ci è esterno, ciò in mezzo a cui ci spostiamo, l’ambiente, lo spazio tutt’intorno.

Specie di spazi è un po’ di cose diverse. Se avete letto La vita istruzioni per l’uso, il suo libro più celebre, o anche se ce l’avete nella libreria in attesa di essere letto (come me), o anche se non ce l’avete ma pensate di leggerlo, questo Specie di spazi è la sua premessa, in altro ambito potremmo dire che è il backstage, il dietro le quinte de La vita istruzioni per l’uso, il turbinio mentale e girovago di Perec, quel vortice di minuzie estrapolate e rimesse a posto che costituisce l’antefatto del libro celebre.

Ma è non solo questo. Specie di spazi, l’ho già detto e mi ripeto consapevolmente, è una vertigine sul vuoto, ma non è esattamente il vuoto, sarebbe piuttosto quello che vi è intorno, o dentro; una vertigine dentro o intorno al vuoto e per questo una vertigine inebriante, assuefacente, allucinatoria e produttrice di sorrisi fluidi, la vertigine provocata dal mettersi in scia a una mente assoluta e sezionatrice della realtà, come un intarsiatore al contrario che invece di collocare i minuscoli frammenti e scagliette in fessure sagomate alla perfezione, li estraesse pian piano una a una, meticoloso, lentamente, con estrema lentezza, osservando ogni frammento prima di inserire le pinzette per sottrarlo alla composizione e così facendo aprire spazi nel reale.

Georges Perec è genio allo stato puro, si potrebbe dire un folle classificatore e sezionatore dell’immagine della realtà, si potrebbe dire e forse è vero, ma di certo è un manipolatore delle parole come pochi altri; lui scrive, scrive di questo nulla riempito di oggetti, corpi, linee, sagome, forme, persone e ne ricava quello che sta intorno a quella moltitudine di oggetti, corpi, linee, sagome, forme, persone, ma come si fa a dar forma all’informe? Con la genialità selvaggia e matematica di Perec: con le parole, che non solo riempiono, ma svuotano anche, e svuotando danno forma all’informe.

È genio vertiginoso, signore e signori, io meglio di così non so descriverlo.

Esercitazioni

Osservare la strada, di tanto in tanto, magari con una cura un po’ sistematica.
Applicarsi. Fare tutto con calma.
Annotare
il luogo: i tavolini di un caffè vicino all’incrocio Bac-Saint Germain
l’ora: le sette di sera
la data: 15 maggio 1973
il tempo: bello stabile
Annotare quello che si vede. Quello che succede di notevole. Sappiamo vedere quello che è notevole? C’è qualcosa che ci colpisce?
Niente ci colpisce. Non sappiamo vedere.

Bisogna procedere più lentamente, quasi stupidamente.
Sforzarsi di scrivere cose prive d’interesse, quelle più ovvie, più comuni, più scialbe.

La strada: cercare di descrivere la strada, di cosa è fatta, a cosa serve. La gente nelle strade. Le macchine. Che tipo di macchine? I palazzi: notare che sono piuttosto confortevoli, piuttosto ricchi; distinguere i palazzi d’abitazione dagli edifici pubblici.
I negozi. Cosa si vende nei negozi? Non ci sono negozi d’alimentari. Ah, sì, c’è una panetteria. Chiedersi dove la gente del quartiere fa la spesa.
I bar. Quanti bar ci sono? Uno, due, tre, quattro. Perché aver scelto questo? Perché lo si conosce, perché è al sole, perché è un bar-tabacchi. Gli altri negozi: antiquari, abbigliamento, Hi-Fi, ecc. Non dire, non scrivere «ecc.». Sforzarsi di esaurire l’argomento, anche se sembra grottesco, o futile, o stupido. Non si è ancora guardato nulla, si è solo scoperto quanto era già scoperto da tempo.

Costringersi a vedere più piattamente.

Percepire un ritmo: il passaggio delle macchine: le macchine arrivano a gruppi perché, più su o più giù nella strada, sono state fermate da qualche semaforo.
Contare le macchine.
Guardare le targhe delle macchine. Distinguere le macchine immatricolate a Parigi dalle altre.
Notare l’assenza di taxi, mentre, per l’appunto, sembra che parecchie persone ne stanno aspettando uno.

Leggere quanto è scritto nella strada; colonne Morris, edicole, manifesti, cartelli stradali, graffiti, dépliant gettati per terra, insegne dei negozi.

Bellezza delle donne.
Vanno di moda i tacchi troppo alti.

Decifrare un pezzo di città, dedurre le evidenze: l’ossessione della proprietà, per esempio. Descrivere il numero di operazioni a cui attende il conducente di un’automobile quando posteggia al solo scopo di andare a comprare cento grammi di gelatine di frutta:
– posteggiare mediante un certo numero di manovre
– spegnere il motore
– togliere la chiave, mettendo così in azione un primo dispositivo antifurto
– estrarsi dal veicolo
– tirar su il finestrino della portiera anteriore sinistra
– chiudere a chiave
– verificare che la portiera posteriore sinistra sia chiusa bene; se no:
aprirla
mettere la sicura
sbattere la portiera
verificare se è effettivamente chiusa bene
– fare un giro intorno alla macchina; se necessario, verificare che il bagagliaio sia ben chiuso a chiave
– verificare che la portiera posteriore destra sia chiusa bene; se no, ricominciate l’insieme delle operazioni già effettuate sulla portiera posteriore sinistra
– tirar su il finestrino della portiera anteriore destra
– sbattere la portiera anteriore destra
– chiuderla a chiave
– prima di allontanarsi, gettare uno sguardo circolare come per assicurarsi che la macchina è ancora lì e che nessuno se la porterà via

… vertiginosamente allucinatorio… e dritto dritto tra Gli imperdibili, secondo me.

Un commento su “Specie di spazi – Georges Perec

  1. condivido, si tratta di un genio puro

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