2000battute

«Appartengo a una generazione disgraziata a cavallo fra i vecchi tempi ed i nuovi, e che si trova a disagio in tutti e due. Per di più, come lei non avrà potuto fare a meno di accorgersi, sono privo d’illusioni.» –Tomasi di Lampedusa

Per una tomba senza nome – Juan Carlos Onetti

Per una tomba senza nome

PER UNA TOMBA SENZA NOME
Juan Carlos Onetti
Traduzione di D. Puccini

Editori Riuniti 1982 

[Libro disperso]

Tutti noi, i notabili, quelli che ci fregiamo del diritto di giocare a poker nel Club Progresso e di tracciare le nostre sigle con pigra vanità in calce ai conti di bevande e pranzi al Plaza. Tutti noi sappiamo com’è un funerale a Santa María. Uno o due di noi, al momento opportuno, è stato il miglior amico della famiglia; e ci è stato offerto il privilegio di vedere la faccenda fin dal principio e, per di più, il privilegio di iniziarla.
È meglio, più elegante, che la cosa cominci di notte, poco dopo o poco prima dell’arrivo del sole. Si va da Miramonte o da Grimm, «il postiglione svizzero». A volte, parlo dei veterani, si poteva optare; altre volte la scelta era decisa nei corridoi della Casa funeraria, per un motivo, per dieci o per nessuno. Io, quando posso, scelgo Grimm per le vecchie famiglie. Si sentono più a loro agio dentro la brutalità o l’indifferenza di Grimm, che insiste nel fare di persona tutto l’indispensabile e che lo inventa a capriccio. Preferiscono il vecchio Grimm per ragioni razziali, questo lo può vedere chiunque; ma io ho notato, tra l’altro, che gli son grati per la sua mancanza d’ipocrisia, per il sollievo che procura a tutti nell’affrontare la morte come un semplice affare, nel considerare il cadavere come un qualsiasi peso trasportabile.

È il dottor Diaz Grey che parla, mai nominato in tutto il romanzo, ma è lui, inconfondibilmente altezzoso e bifronte, e apre così questo piccolo meraviglioso libro di Juan Carlos Onetti, autore verso cui il mio amore ha ormai scavalcato il recinto dell’adorazione e galoppa felice nella prateria. Perciò, questo commento sarà il canto di un innamorato, la strimpellata dell’amore e l’applauso del fan. Ve l’avevo detto fin dall’inizio che io non scrivo recensioni ma commenti e quindi non garantisco nulla, equilibrio e misura soprattutto, tranne ciò che ho garantito.

Per una tomba senza nome sono 120 pagine della più pura prosa onettiana, striate di immaginazione favolosa e dense di fascino che ha l’effetto di una droga pastosa e benefica, quella dell’epopea di Santa Maria e del cerchio perfetto formato da Raccattacadaveri e Il cantiere.

Ancora una volta mi vien da sorridere: Onetti si è fatto beffe dei suoi lettori e dei critici e degli editori e di tutti, barando con le carte e facendo scivolare uno sull’altro i piani logici.
Per una tomba senza nome fu pubblicato nel 1959, Il cantiere nel 1961 e Raccattacadaveri nel 1964. Ed ecco il gioco di prestigio o la mano del baro: Per una tomba senza nome richiama in maniera esplicita la vicenda di Raccattacadaveri, anzi ne è una costola, mentre accenna appena a qualcosa de Il cantiere, quindi va considerato come ultimo; Raccattacadaveri, come già ho detto spesso, viene per primo, preceduto solo da La vita breve, che è l’atto fondativo e seguito da Il cantiere che chiude il cerchio perfetto rappresentato dalla storia di Larsen.

Onetti ha fatto apposta a rimescolare l’ordine; lui questi libri li ha scritti tutti insieme, Raccattacadaveri e Il cantiere è certo, non lo invento io: l’ordine narrativo è l’inverso dell’ordine di pubblicazione.
Mi viene perfino un po’ da ridere a ripensare ai commenti e alle prefazioni scritte anche da gente del livello di Mario Benedetti che si è fatta ipnotizzare da quel marpione di Onetti e non si raccapezzava con questi libri che sono apparsi in un certo ordine ma seguono un tempo narrativo invertito.

D’altra parte, così è Santa Maria, dove il tempo che vige è quello della fantasia di Brausen, il creatore, il protagonista de La vita breve, onnipresente in forma di statua equestre da condottiero volta ambiguamente verso Sud, non certo vige il tempo dei lettori, degli editori, dei critici e neppure dell’autore. Anche per questo il fascino che emana Santa Maria è un aroma che può stordire.

Per una tomba senza nome, come già detto, è una costola di Raccattacadaveri, come lo era Lasciamo che parli il vento, di molto successivo però, fu pubblicato nel 1979, e a mio avviso il meno riuscito. Questo è tutt’altra cosa, è un altro ramo della vicenda che in Raccattacadaveri rimane in penombra dietro la figura indimenticabile di Larsen: la storia di Jorge Malabia, il ragazzino che fuma la pipa. Di Raccattacadaveri eredita il tono sublime che Onetti suona come un tango, scandaloso e miserabile, affascinante e sudicio, lucidato di brillantina in una baracca lercia. Si sente in modo palpabile, quasi carnale l’ispirazione di Onetti che non lascia scampo sogghignando, con quello sguardo velato di odio e di comprensione, di tedio e di rassegnazione. Quando scrive in questo modo, per conto mio, Onetti è musica, è una bisca con carte segnate e volute di fumo, è carne tiepida e squallore permanente, immagini profumate e vita sconcia, è un arcobaleno vecchio, arrugginito e impolverato. È semplicemente bellissimo da leggere, come pochissimi altri.

Con una mano dalle dita corte e dagli anelli complicati cercò una sigaretta, la infilò nel bocchino giallastro e l’accese. In quel momento ella si staccò timida dalla parete, sorrise nervosa, parlò balbettante. Forse qualcosa la costrinse a lasciare penzolare e all’indietro il braccio destro, come se reggesse una cavezza invisibile. Via via che recitava si andava pentendo; vide che gli abbondanti capelli avevano bisogno di trovare compagnia; vide che il colletto della camicia era sfilacciato e unto, che la sgargiante cravatta era consunta, che l’abito d’inverno era stato usato durante numerose estati.

È la storia di Rita e il capro, di Jorge Malabia e di Tito narrata dal dottor Diaz Grey, tutti personaggi di Raccattacadaveri. Rita era la servetta di Julita, Jorge il ragazzino, Tito l’amico e Diaz Grey è l’anima saggia e sconcia di Santa Maria e di Onetti.
Il capro è un caprone e la storia, insensata come lo è Santa Maria, ruota intorno a lui. Inizia col funerale della donna, il feretro caricato su una carrozza malridotta e seguito solo da Jorge e dal capro. Diaz Grey, onnipresente, come sempre, osserva e interviene. Da lí, da quel funerale squallido, ha avvio la narrazione di Jorge Malabia a Diaz Grey, che nel finale si farà ambigua, contraddittoria, irrisolta, come tutto è irrisolto ed eterno a Santa Maria, senza una conclusione, né un ordine, né una consolazione.

C’è la prostituzione, l’accanimento, la malvagità, consapevoli e inevitabili; c’è un ritmo placido stagionale, un riflusso d’onde marine imperturbabili e indifferenti, c’è una morbidezza nell’arsura della terra polverosa che rende la miseria non meno misera ma almeno disillusa, c’è il fatalismo tipico di Santa Maria che sa di non avere una storia fuori dei propri confini e della fantasia di Brausen, ci sono i personaggi di Onetti, che non si agitano mai, che non vincono mai, tragici ma indolenti, prostitute amate e ragazzini vecchi, ipocrisia accettata di buon grado e onore senza scopo. Onetti è il maestro nell’unire contraddizioni e incoerenze usando la colla pastosa della realtà sfumata nel sogno.

Sporco d’unto, sudando quella miscela d’odio e d’angoscia che annerisce la pelle più di qualsiasi desolazione, più di qualsiasi lavoro, freddo e sudicio, gli scrissi ogni settimana la mia brava lettera. E quella volta, sì; quella volta, quell’anno, le mie lettere sembravano copiate da un epistolario per figli assenti e amorevoli. Le ho rilette.
Mi mostrò i denti, interrotto dalla fatica o dalla sfiducia, e serví da bere.
«E due — pensai. — La seconda sudiceria sta nel fatto che gli è morta ogni passione di rivolta e cerca di sostituirla col cinismo, con ciò che sta a disposizione di qualunque uomo realizzato.»
Forse lo rese sospettoso il mio assentire con la testa, il mio silenzio o il mio sguardo; andò di nuovo a discorrere con il cavallo dalla finestra e ritornò con aria di stanchezza e di sonno. Ritornò anche ringiovanito, quasi esattamente d’un anno; ma questo durò poco perché avevo imparato a trattarlo.

È un brano di uno dei dialoghi tra Diaz Grey e Jorge Malabia, e vi si concentra il ritmo indolente e cinico, la prosa funambolica, l’ambiguità fumosa, l’odore intenso di anime straziate e squallide. Per conto mio è una delle prose più belle, rimane attaccata alla pelle come sudore e penetra come una pomata preziosa.

Libro bellissimo, seducente e quasi introvabile, salvo nelle biblioteche ben fornite, penso letto da ben pochi in Italia. Ottima la traduzione di Dario Puccini.
Ma anche libro indispensabile, imprescindibile per chi ha respirato Onetti e ora ha quella sostanza inebriante in circolo nel sangue.

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