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«Appartengo a una generazione disgraziata a cavallo fra i vecchi tempi ed i nuovi, e che si trova a disagio in tutti e due. Per di più, come lei non avrà potuto fare a meno di accorgersi, sono privo d’illusioni.» –Tomasi di Lampedusa

Lettere a Theo – Vincent Van Gogh

lettere a theo - van goghLETTERE A THEO
Vincent Van Gogh
Traduzione di M. Donvito e B. Casavecchia

Guanda 2012

Uno degli epistolari più celebri, quello tra Vincent Van Gogh e il fratello Theo. Venne pubblicato per la prima volta integralmente nel 1914 dalla vedova di Theo Van Gogh e consta di 821 lettere, delle quali 668 indirizzate a Theo.
In italiano ci fu un’unica edizione del 1959 dell’intero epistolario. Questa edizione di Guanda ne presenta 97 di lettere, tutte indirizzate a Theo, a partire dal settembre 1875 (l’epistolario originale inizia nel 1872) quando Vincent Van Gogh aveva ventidue anni e il fratello Theo diciotto e termina con una lettera, l’unica mai inviata, del 27 luglio 1890. Gli fu trovata in tasca il 29 luglio, quando morí a seguito della ferita causata dal tentato suicidio o del suicidio a effetto ritardato, come preferite.

Queste le poche note essenziali per comprendere il tipo di libro. Come tutti gli epistolari reali, ovvero non prodotti di finzione letteraria, lo sguardo del lettore, sguardo che il lettore percepisce distintamente di avere addosso o internamente alla testa o appiccicato sui bulbi oculari (io non so come ve lo sentiate voi lo sguardo, io me lo sento sulla fronte e sulle mani), è profondamente diverso rispetto a quello che spontaneamente si crea con un romanzo o un’opera di letteratura. Sono confidenze, confessioni, sfoghi, dialoghi privati quelli dentro i quali ci si intrufola. Un po’ ci si vergogna a guardare, e penso sia giusto farlo almeno un poco, e un po’ si respira, con la pelle e con gli occhi, l’intimità sciolta in quelle parole, la realtà di quei pensieri e la vita che quelle lettere hanno concentrato. Per questo gli epistolari sono spesso toccanti, emozionanti e commoventi in un modo tutto particolare, siano essi scambiati tra amanti sospiranti, soldati al fronte, condannati a morte, scrittori, statisti, poeti o prostitute.

Questa piccola premessa per, in un certo qual modo, pesare la tara delle Lettere a Theo, la tara dovuta dal suo essere un epistolario. Quel che avanza è la loro anima, unica e personale.
A quella cercherò di fare riferimento da qui in poi.

Le Lettere a Theo sono tanto commoventi che se ne esce con il cuore per forza spaccato, se si ha un cuore, ed emozionanti, letteralmente, per quanto forte e intensa e spontanea è l’anima di queste lettere che Vincent Van Gogh – un pittore povero, uno spirito tormentato, un uomo isolato e, come spesso è vero per gli uomini isolati, traboccante di umanità e desiderio di umanità, all’inseguimento dell’amore, dell’amicizia, della solidarietà e dell’arte – scrisse al fratello, mercante d’arte e sua unica fonte di sostentamento ed unica presenza certa, fedele, costante dell’intera sua vita.

Quello che scrive non è il Van Gogh stella della pittura e genio celebrato. Non lo fu mai. Neanche lo immaginava. Non è neppure il Van Gogh pazzo scarnificato e irsuto che si recise un orecchio, il gesto simbolo della follia artistica, il Van Gogh icona della demenza selvatica e geniale che inevitabilmente ed esteticamente finisce con lo spararsi. Non fu mai neanche quello, o meglio, non quello come è stato dipinto dalla interessata e morbosa e superficiale patina del glamour commerciale e populista del chiacchiericcio dell’arte del caravan serraglio dei cataloghi, della memorabilia e dell’iconografia cultural-mondana.
È invece un uomo solo che scrive al proprio fratello, l’unica persona col quale il legame umano fu perenne.
È l’uomo che visse quasi in miseria, spesso in gravi ristrettezze fino a patire la fame, e che, da spirito solitario, si formò una propria religiosità, una propria estetica, una propria concezione della vita, dell’arte, dell’amore e dell’umanità e ad essa rimase sempre fedele.
È l’uomo che visse con tutta la fragilità umana e paura e panico e speranza e ragione e illusione la propria malattia mentale, se di malattia mentale si trattò, o la propria condizione di salute che andò via via peggiorando rapidamente negli ultimi anni.
È l’uomo che scriveva al fratello dopo le crisi di follia, dopo aver perso la ragione e compiuto gesti e azioni anche a lui incomprensibili, e scriveva terrorizzato da se stesso ma anche e sempre razionale, sforzandosi di essere razionale, tentando di darsi fiducia, soprattutto confortando il fratello evidentemente angosciato.
È l’uomo trascinato dalle grandi passioni. Prima religiose, ripudiate in seguito, almeno nella concezione clericale e canonica. Poi colmo d’amore per una donna che lo respinse. «Lei e nessun’altra» ripete e concettualizza nelle lunghe spiegazioni al fratello. «Lei e nessun’altra» non è semplice testardaggine o esagerazione, ma la pulizia morale che un uomo solo necessita per dare forza alla propria coscienza isolata. È la dichiarazione d’amore suprema, è la rivendicazione della purezza del proprio sentimento di uomo solo che non vuole e non può rimpiazzare l’amore per una persona con null’altro che con un’assenza.

Ora accade che al mondo, in contrasto con caratteri come quello, ci siano ad esempio dei caratteri come il mio. Io mi curo tanto poco di quel che il mondo dice quanto quell’uomo si è curato di agire con giustizia. Il sembrare giusto gli è bastato; quanto a me, non mi importa nulla dell’opinione del mondo. Quello che io ritengo abbia maggiore importanza è di non ingannare né abbandonare una donna. Se una donna rifiuta di avere nulla a che fare con me, come Kee, io non cerco di costringerla, per quanto forte sia il mio amore; la lascio con la desolazione nel cuore non appena abbia opposto il suo «non lui di certo» al mio «lei e nessun’altra».

La “desolazione nel cuore” per il rifiuto di Kee gli rimarrà addosso come un’ombra cupa e fredda di dolore e di morte per tutta la vita e per tutte le lettere successive.

Parallelamente alla sua ricerca di un tepore familiare e del calore dell’amore, le lettere testimoniano l’incrollabile ricerca, personale, caparbia, di nuovo solitaria, dell’arte. Grande estimatore di Delacroix e dei ‘coloristi’, Van Gogh era estraneo alla scuola impressionista che furoreggiava all’epoca. La sua fu una lunga e ininterrotta educazione artistica, nel disegno, nel ritratto, nelle varie tecniche, acquerello, carboncino, olio e soprattutto nella ricerca dei colori. L’arte, Vincent Van Gogh, la cercò sempre nei colori, incessantemente, con qualunque soggetto, anche i più semplici.

Le Lettere a Theo sono emozionanti perchè in esse si specchia la crescita artistica di uno dei più grandi pittori di ogni epoca; la fatica, la sofferenza, la caparbietà spesso contro ogni evidenza e sorte che lo hanno accompagnato. Ma, come una corrente sotterranea, gelida e contraria, le lettere rispecchiano anche il progressivo cedimento fisico e psichico dell’uomo. Si assiste con sgomento, leggendole, alle conseguenze dell’erosione implacabile dovuta agli stenti fisici e ai tormenti di un’anima cosí sensibile e rigorosa.
Leggendo Lettere a Theo è come se il grande artista Van Gogh sbocciasse sotto i nostri occhi e l’uomo, Vincent, morisse, ogni lettera sempre un po’ di più, fino all’epilogo finale, drammatico, con l’esplodere della malattia (schizofrenia secondo alcuni, una forma di psicosi epilettica secondo altri) e le lettere, incessanti, che proseguono nel testimoniare i pensieri dell’uomo che sente la sua arte fiorire e la sua vita spegnersi, capisce che il proprio cervello gli sta sfuggendo e lo commenta nei periodi di lucidità, cosí come commenta il suo soggiorno nella casa di cura, in manicomio, tra i pazzi, anche lui, pazzo tra i pazzi, se ne convince, lo concettualizza, lo riordina, da mente rigorosa qual è.

Il finale dell’epistolario è straziante. La lettera del 19 marzo 1889, quando cerca di tranquillizzare il fratello dopo essere stato internato a forza in ospedale ad Arles a seguito di una petizione di ottanta concittadini turbati, o infastiditi, dalle sue crisi ricorrenti è uno dei brani più drammatici dell’intera letteratura per il mescolarsi di sensazioni che traspaiono: il panico, la paura, lo sdegno, la vergogna, il tentativo di proteggere il fratello, di sminuire la gravità dei fatti, di razionalizzare una deriva implacabile e il senso di morte che aleggia pesante.

Preparatevi a sentire le lacrime scendere sulle guance, da spettatori impotenti di fronte allo strazio di un uomo che avrete imparato a conoscere e al quale, giunti a quel punto, volete bene e vorreste abbracciare e surrurrargli ‘non sei solo, Vincent, non sei solo’.
Preparatevi anche a conoscere lo sconosciuto e silente Theo, non ci sono le lettere che Theo scrisse a Vincent quindi non sentiamo mai la sua voce, ma solo per via indiretta lo incontriamo come interlocutore di quelle di Vincent. Se Vincent incarna l’umanità fragile e traboccante dell’uomo solo, Theo incarna l’amore fraterno, l’umanità vicina che non tradisce mai, per nessuna ragione, in nessuna circostanza, fino alla fine. Theo Van Gogh muore pochi mesi dopo il fratello, per un male incurabile. Espresse il desiderio che venisse pubblicato l’epistolario in memoria e per far giustizia della figura di Vincent.

Una nota personale: io mi sono sentito toccato molto nel profondo dalla lettura di queste lettere che considero uno dei documenti più straordinariamente densi di umanità che si possa incontrare.
Non è detto che ciò valga per tutti, naturalmente. Quello che però credo varrà in ogni caso per tutti è che dopo la lettura delle Lettere a Theo, mai più guarderete i girasoli, la camera da letto, il ritratto del dottor Gachet o la Berceuse con gli stessi occhi, con gli occhi degli osservatori di un quadro famosissimo e bellissimo, ma avrete dentro gli occhi, e non potrete fare nulla per evitarlo, le Lettere a Theo, il respiro sofferto di Vincent, la bontà premurosa di Theo, e quei quadri famosissimi non saranno più solo e tanto ‘quei’ quadri famosissimi, ma diventeranno, per sempre, le immagini, le tracce e le testimonianze di questi scritti e della vita di due uomini come nessuno mai l’aveva raccontata.

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2 commenti su “Lettere a Theo – Vincent Van Gogh

  1. Michele C.
    27 maggio 2014

    Ci siamo però dimenticati di riportare quella parte delle lettere in cui Van Gogh, perenemmente in bolletta, escogita tutte le più pietose scuse pur di ricevere più denaro dal fratello Theo. Lettere in cui cerca di far breccia nelle finanze di suo fratello ormai sposato e ”sistemato”. Lettere dove è possibile scontrarsi con la macchiavellica e meno nobile natura dell’artista che sa di dover inseguire la propria formazione e natura e non ha nè il tempo nè la volontà residui per cercare introiti per altre vie. Una buona sezione epistolare che ci fa vedere quanto bassa, tosta e immortale era la sua anima di pittore.

    • 2000battute
      27 maggio 2014

      Hai ragione, anche le lettere più ordinarie, quelle sui problemi quotidiani di Vincent, il suo misero sostentamento, l’acquisto di pennelli e colori, anche le idee commerciali per riuscire a vendere qualche quadro sono fondamentali in questo carteggio e rendono Van Gogh quanto più umano, testardo e fragile.

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Questa voce è stata pubblicata il 13 luglio 2013 da in Autori, Editori, Guanda, Van Gogh, Vincent con tag , , , , .

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