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«Appartengo a una generazione disgraziata a cavallo fra i vecchi tempi ed i nuovi, e che si trova a disagio in tutti e due. Per di più, come lei non avrà potuto fare a meno di accorgersi, sono privo d’illusioni.» –Tomasi di Lampedusa

L’ottavo giorno – Thornton Wilder

ottavo giorno - wilder

L’OTTAVO GIORNO
Thornton Wilder
Traduzione di M.P. Dèttore

LIT 2012 

LIT Edizioni ripubblica L’ottavo giorno, ottimo libro di Thornton Wilder del 1967, pubblicato dopo un’assenza ventennale dell’autore e una vita e un percorso letterario fatti di trionfi e ritiri, stanze d’albergo e celebrazioni.

Il libro racconta l’epopea di due famiglie di Coaltown, squallida cittadina mineraria dell’Indiana, gli Ashley e i Lansing, legati quasi solo dalle apparenze affettuose e affettate della vita nella piccola comunità, i cui destini, in seguito a un fatto tragico, si uniscono indissolubilmente tanto quanto le circostanze invece li allontanano.

Il romanzo dipana via via le vicende famigliari e le parabole personali dei singoli protagonisti: come appaiono, come sono in realtà, come le famiglie sono giunte a Coaltown, come vi hanno vissuto, come si sono allargate, come hanno cresciuto i figli e poi ancora, ma questo nel finale, come si sono formate quelle famiglie, come è nato l;amore o l’affetto tra i coniugi, chi diventano i figli e come si riuniranno.
L’occhio del narratore segue da vicino ogni movimento, sussulto e slancio dei protagonisti. In questo L’ottavo giorno è un’epopea americana degli inizi del Novecento, con una parte di epica della frontiera, una parte di puritanesimo famigliare e una parte di ascesa e caduta dei simboli americani.

Però il libro ha altre due sfumature. La prima è il noir della trama che ruota attorno a un omicidio: il capofamiglia degli Ashley uccide il capofamiglia dei Lansing in modo e per motivi inspiegabili. La storia quindi vive sospesa da questo interrogativo.
La seconda sfumatura la offre direttamente Wilder entrando nel racconto con la propria voce, talvolta cambiando ritmo e provocando rotture di senso, altre volte con aforismi se non addirittura pistolotti paternalistici. Spesso però Wilder interviene instillando dubbi, quasi a ricordare al lettore che la storia è solo invenzione della sua fantasia ed è tutto sommato semplice oltreché appassionante, ma che il senso di quanto si narra, il senso metaforico, simbolico, inscritto tra l’iconografia della tradizione è invece incerto, ambiguo, ogni convinzione viene prima affermata poi smentita, le apparenze si disgregano, i personaggi eccedono, per sorte o volontà, prima da una parte poi dall’altra, i figli contraddicono i genitori poi vi si riuniscono nuovamente e così via costruendo un intreccio che è lineare nel suo svolgimento narrativo ma conflittuale nei ruoli dei personaggi che via via conquistano il fronte del palcoscenico.

Lo stile di Wilder è bello per eleganza e scorrevolezza, dimostra una grande penna descrittiva, da americano con lo sguardo immerso nell’orizzonte largo e lontano e da scrittore attento ai pensieri che rovistano sotto pelle ma appena increspano l’espressione di un volto.

Con L’ottavo giorno descrive anche il suo personale conflitto tra l’ateo e il credente, tra il destino inscritto in un disegno superiore e il caso creatore di vite, ma anche tra il suo essere uomo ormai anziano riemerso dall’isolamento per ritornare nuovamente al suo pubblico con un romanzo che appare in un’epoca di rottura, di contestazione, di sovvertimenti, sani o insalubri, inevitabili o sciagurati, liberatori o distruttivi rispetto le certezze dell’epoca precedente.

Non credo sia il romanzo perfetto, la sinfonia magica, credo che molti dei conflitti che nasconde e che lo generano ne condizionino anche l’equilibrio e la musica. Soprattutto il finale mi è sembrato eccessivamente caricaturale, fin troppo teso a tirare tutti i fili lasciati penzolare lungo il percorso, troppo perfetto, troppo pacificato per sostenere tutto il peso dei simboli, dei dubbi e dei conflitti.

Però, scaricata la critica, penso anche che L’ottavo giorno sia una storia bellissima, appassionante, lucida anche nei suoi paternalismi e anticonformismi, una saga letteraria di quelle che ti inchiodano pagina dopo pagina, sentendo, allo stesso tempo, lo sguardo di Wilder calarsi sulla nuca china, soddisfatto perché pagina dopo pagina non è solo l’epopea degli Ashley e dei Lansing a prendere corpo ma anche la sua voce e le sue inquietudini. Bello, sì.

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Questa voce è stata pubblicata il 7 settembre 2013 da in Autori, Editori, LIT, Wilder, Thornton con tag , , , .

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