2000battute

«Appartengo a una generazione disgraziata a cavallo fra i vecchi tempi ed i nuovi, e che si trova a disagio in tutti e due. Per di più, come lei non avrà potuto fare a meno di accorgersi, sono privo d’illusioni.» –Tomasi di Lampedusa

Tito di Gormenghast – Mervyn Peake

tito di gormenghast - peake

TITO DI GORMENGHAST
Mervyn Peake
Traduzione di Anna Ravano
Adelphi 1981 

Non avevo mai sentito parlare di Tito di Gormenghast fino a che non ho letto un trafiletto nel quale si annunciava l’uscita, in questo inizio d’anno, dell’edizione economica, al che mi sono ripetuto mentalmente due o tre volte quel nome, “Tito di Gormenghast… Tito di Gormenghast… Tito di Gormenghast”, Ah! Che suono meraviglioso! Tito di Gormenghast, si sente subito quel saporino gustoso di arcano e di misteri, brume e ombre, spade, corazze e manieri decrepiti. Sa di gotico.

E quindi l’ho preso, che a me piacciono anche le storie arcane e gotiche alla C.S. Lewis o alla Tolkien, e quasi subito mi sono trovato nel tunnel di Gormenghast. Anzi, più che un tunnel, nel labirinto di Gormenghast, perché questo è un labirinto. In più ho scoperto che non è gotico, arcano sì, misterioso anche, e pure ironico, grottesco, addirittura comico, ma gotico no.
Quindi un enorme labirinto arcano, misterioso, immemore, grottesco e perfino comico. Non male come miscela.

Tito di Gormenghast, il cui titolo originale è Titus Groan ma per una volta tanto è forse meglio quello della traduzione, è il primo libro di una trilogia a cui segue Gormenghast e Via da Gormenghast (Titus alone). I tre formano un’unica opera, lunghissima, e quindi da leggere rigorosamente in ordine temporale.
Peake la scrisse negli anni ’40, Tito di Gormenghast appare nel 1946 e a seguito a distanza di pochi anni dagli altri due, nello stesso periodo nel quale scrivevano altri due giganti del genere arcano: C.S. Lewis, che con la sua trilogia si avvicina alla fantascienza immaginando uno scontro tra il tecnicismo e l’umanesimo con la partecipazione di entità intersellari, e Tolkien, il celebre autore de Il signore degli anelli, che ripesca ed elabora miti nordici, leggende druidiche e saghe dell’Inghilterra primitiva. Mervyn Peake fu quello meno celebre al tempo, Gormenghast ebbe fama postuma, enorme fama. Fama meritata, aggiungo.

C’è un motivo per la minor fama, probabilmente, anche se non la minor qualità, anzi, forse è proprio Peake il migliore dei tre ed è Gormenghast il mondo più stupefacente e oscuro tra tutti i mondi arcani. Il motivo è che il mondo di Gormenghast, con la sua ambigua comicità surreale, è il più misterioso, quello che sfugge maggiormente alla comprensione. È un mondo sornione, in perenne agguato, un mondo felino, che dorme senza dormire mai, che si muove con infinita pigrizia ma è pronto a saettare, che finge semplicità e nasconde le sue intenzioni.
Non è una miscela banale quella di Gormenghast, è un equilibrio di molte parti che si sostengono una con l’altra con leve e puntelli nascosti. Gormenghast è come una nebbia che sale lentamente fino ad avvolgere il lettore e perderlo nel suo labirinto.
Grande libro, deve piacere il genere, arcano e lunghissimo e lentissimo.

La lentezza: questa è un’altra caratteristica cruciale dell’opera, da cui discende necessariamente la lunghezza (ognuno dei tre libri si aggira intorno alle 600 pagine).
Tito di Gormenghast è di una lentezza che dapprincipio può arrivare a sembrare esasperante: si sa, non perché Peake lo dica esplicitamente ma perché lo si intuisce fin da subito, che la storia sarà rocambolesca e piena di avvenimenti, di svolte e di sorprese e quindi si parte con questa aspettativa di avventura, quasi l’ansia di entrare nel turbine delle manovre arcane che si svolgeranno nel castello di Gormenghast, imponente come un’isola solitaria in una landa selvaggia punteggiata di boschi cupi, anfratti ostili e rogge pericolose e affacciato, a un giorno di viaggio, all’arcigno monte Gormenghast, la cui cima è perennemente coperta da nubi e flagellata da tempesta. La triste distesa tra monte e castello è solcata da un fiume, il Gormenghast.

fucsia e ferraguzzo

Fucsia e Ferraguzzo

Il signori dell’immensa fortezza di Gormenghast, dalle Mura Esterne a quelle Interne si percorron cinque chilometri, sono i conti de’ Lamenti (Groan). Tito (Titus) è il nuovo nato. Ha una sorella di quattordici anni, Fucsia (Fuchsia Groan). Il padre, il Conte Sepulcrio (Sepulchrave) è uomo ombroso e introverso, dedito, come pretende la tradizione millenaria, al Rituale, «i tempi esatti, le vesti da indossare in ogni occasione, i gesti simbolici da eseguire», un inconcepibile sistema di norme che regolano in modo sia pratico che simbolico la vita del castello, note interamente solo al Maestro del Rituale, il demonico Agrimonio , vestale della tradizione immutabile, conservatore delle migliaia di tomi che definiscono il canore ritualistico e, pur non appartenendo alla nobiltà, unico interprete e ordinatore del sacro rituale.

gertude

La contessa Gertrude

La Contessa Gertrude è una figura straordinaria. Immensa come un monumento, un corpo enorme drappeggiato di nero sormontato da una testa di dimensioni inconsuete. Il viso duro, privo di espressione, come di pietra, che non lascia trasparire nessuna emozione, nessun sentimento, nulla. I capelli rosso cupo attorcigliati sul capo, con lunghe ciocche serpentine che scendono sulla nera montagna umana come lingue di lava. Gli unici rapporti umani, la Contessa li ha con gli animali, e sono straordinari. Richiama decine di uccelli di ogni specie riproducendo il verso di ognuno. Il frullo d’ali la circonda continuamente. Poi con i gatti. Una colonia di duecento gatti bianchi, da lei adorata, compare e scompare al suo comando. Quando la Contessa si sposta per il castello, la figura massiccia e pesante avanza come su un mare lattiginoso, tra onde di panna, soffici, candide, impalpabili: i suoi gatti. La famiglia de’ Lamenti si completa con due gemelle, sorelle del Conte, Cora e Clarice: due vizze zitelle, ritardate e accidiose.

Poi viene l’esercito di altri personaggi: Lisca (Flay), Ferraguzzo (Steerpike), Abiatha Sugna (Abiatha Swelter), il Dottor Floristrazio (Doctor Alfred Prunesquallor) e la sorella Irma, Keda, gli Scultori Radiosi, la signora Stoppa, i Lustrapietre Grigi etc.

Torno alla lentezza. Inizialmente, dicevo, ci si aspetta l’avventura, gli accadimenti, che la storia decolli e piroetti. Invece questo non avviene. Non emergono i personaggi nel viluppo di una storia immaginifica. Si susseguono vicende, certo, entrano moltissimi personaggi, ma tutto avviene a un ritmo anomalo. Troppo lento per essere una storia di avventura, una storia gotica, una storia di cappa e spada, una ripresa di miti e saghe primitive. Il mistero di Gormenghast inizia quando ci si accorge che qualcosa non torna rispetto a quello che ci si aspettava, perché allo stesso tempo è chiarissimo che tutto è voluto e perfettamente controllato dall’autore, non c’è mai il minimo dubbio che l’anomalia possa nascondere imperizia o titubanza. È volutamente anomalo. Volutamente lentissimo.
Perché? Iniziate a chiedervelo. Che cosa sta succedendo in questo libro? Non avete che da proseguire per saperlo. E proseguite. Non ci sono maghi, draghi, miti, cavalieri, dame, guerre, non c’è nulla dell’immaginario tolkeniano, non ci sono nemmeno le saghe nordiche, gli Odino e il Graal, i druidi. Gormenghast è un mondo isolato, in tutti i sensi, e vi accorgete che questi sensi sono più di quelli che immaginavate. Non c’è nulla oltre Gormenghast, iniziate a capirlo, ma, capirlo… che vuol dire capirlo? Che significa che non c’è nulla oltre a Gormenghast?

tito e il castello

Tito con sullo sfondo una veduta del castello di Gormenghast. Peake ha schizzato immagini di tutti i personaggi, ma mai del castello. Questo scorcio accennato qui è uno dei rari esempi.

Significa che il personaggio del libro, l’interprete principale, e la storia del libro o la leggenda del libro, la magia della storia e il suo arcano è Gormenghast stesso, il castello, la fortezza, e poi la landa che lo circonda, il fiume e il monte con cui si specchia. Questo è il vero personaggio del libro, quello che pulsa, respira e definisce la storia. Il momento in cui ve ne accorgete è illuminante e stupefacente, come assistere a una magia.

Ecco il perché della lentezza e del ritmo anomalo: chi scandisce il tempo narrativo non sono i personaggi con le loro vicende ma è la fortezza immemore, con i suoi abitanti e le loro vicende. Il ritmo della prosa è il ritmo delle stagioni, il ricorrere ciclico e impassibile del tempo, l’immobilità del susseguirsi di albe e tramonti. È la lentezza implacabile dell’arcano.
Quindi, ecco personaggi che entrano ma senza prendere la scena, scena che si sposta da una stanza all’altra, da corridoio a corridoio, salendo scale, scendendo scale, entrando in stanzini che si allargano su saloni dai quali si passa a un ballatoio che porta a una soffitta da cui si prosegue sui tetti osservando decine di torri scendendo poi in una diversa ala del maniero attraversando corridoi curvi o angolati, stretti col soffitto altissimo o basso oppure larghi polverosi infestati da topi illuminati da lampade a olio dai vetri colorati o da fiaccole per poi scendere, quanti piani? non si sa tre, cinque, sei, nove, sopra la terra, sotto la terra finché non si esce in un cortile si seguono per chilometri le mura si entra in una corte tra decine di altre corti…

Disegnare la mappa di Gormenghast è impossibile. Non esiste una planimetria del castello di Gormenghast semplicemente perché è infinito, liquido, non ha forma né tempo, è immemore e con regole millenarie per un eterno presente immutabile in un mare di Storia senza confini.
Questo è il mondo di Gormerghast ed è vero quello che si dice nella Presentazione di A. Burgess:

Esso rimane sostanzialmente il frutto di una fantasia chiusa in se stessa dove l’evocazione di un mondo parallelo al nostro è condotta con uno spessore di dettagli quasi paranoico. Ma è una pazzia illusoria, l’autocontrollo non viene mai meno. […] In tutta la nostra letteratura in prosa non si può trovargli l’eguale: è splendidamente unico ed è giusto che lo si definisca un classico moderno.

Tito di Gormenghast, il primo terzo della saga di Gormenghast, che va dalla nascita di Tito alla sua celebrazione come nuovo Conte in seguito alla morte tragica del padre, il rogo della Biblioteca, le trame diaboliche di Ferraguzzo e lo scontro tra Lisca e Sugna, è perfetto nella sua coerenza interna e nel suo equilibrio immemore, come deve essere.

Se arrivate in fondo, ovvero se superate la barriera delle 500 pagine che aprono i cancelli del libro fluviale, allora proseguirete.
Io l’ho già fatto col secondo e vi annuncio sorprese.

L’inizio del mondo di Gormenghast:

Gormenghast, ovvero l’agglomerato centrale della costruzione originaria, avrebbe esibito, preso in sé, una certa qual massiccia corposità architettonica, se fosse stato possibile ignorare il nugolo di abitazioni miserande che pullulavano lungo il circuito esterno delle mura inerpicandosi su per il pendio, semiaddossate le une alle altre, fino alle bicocche più interne che, trattenute dal terrapieno del castello, si puntellavano alle grandi mura aderendovi come patelle a uno scoglio. Questa fredda intimità con la mole incombente della fortezza era concessa alle abitazioni da leggi antichissime.

Note: tutte le immagini degli schizzi dei personaggi sono dello stesso autore Mervyn Peake e tratte da Gormenghast – The official website. Ne consiglio caldamente la consultazione.

2 commenti su “Tito di Gormenghast – Mervyn Peake

  1. Agataelatempesta
    24 marzo 2018

    L’ho scoperto poco fa leggendo un’intervista a Michele Mari, che ti posto qui, se può interessare. Messo in lista.

    http://www.iltascabile.com/linguaggi/intervista-a-michele-mari/

    • 2000battute
      26 marzo 2018

      grazie, leggo cosa dice Mari.

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Questa voce è stata pubblicata il 15 marzo 2014 da in Adelphi, Autori, Editori, Peake, Mervyn con tag , , , , , , , .

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