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«Appartengo a una generazione disgraziata a cavallo fra i vecchi tempi ed i nuovi, e che si trova a disagio in tutti e due. Per di più, come lei non avrà potuto fare a meno di accorgersi, sono privo d’illusioni.» –Tomasi di Lampedusa

Gormenghast – Mervyn Peake

gormenghast

GORMENGHAST
Mervyn Peake
Traduzione di Roberto Serrai
Adelphi 2005 

Con il finale di Tito di Gormenghast Peake ci lascia in sospeso: Tito bambino di due anni diviene il nuovo Conte di Gormenghast con una cerimonia di una solennità ineguagliata perfino nelle leggende dei re, ma già segni impercettibili di cambiamento sfuggono alla tradizione imperitura, fatti trascurabili stridono come presagi delle nubi cupe che si vanno addensando. Piove sul mondo di Gormenghast, i celebranti e il nuovo conte infante ripetono riti di passaggio da una consuetudine a un’altra sotto una pioggia color piombo, fredda e crudele. Ferraguzzo spietato assassino tesse la tela degli inganni attorno al potere dei de’ Lamenti, solo la Contessa, monumentale e circondata dai gatti bianchi e dagli uccelli, rimane inavvicinabile.
Presagi. Crepe sottili come capelli corrono senza essere notate. Il mondo di Gormenghast rabbrividisce.

Aveva tra le braccia un bambino e parve a Fucsia di scorgere per un attimo gli scuri filamenti di pioggia in trasparenza, al di là del corpicino. Si fregò gli occhi e tornò a guardare. Era così lontano, come esserne sicuri?

Presenze misteriose compaiono tra gli abitanti delle capanne di fango: una bambina, dell’età di Tito, una figlia del delitto e sorella di latte del piccolo conte; la prima ribellione di Tito che ritira le manine rifiutandosi si afferrare i simboli rituali, la pietra e l’edera. L’investitura viene celebrata. Il piccolo Tito, osservato dal popolo di Gormenghast, adagiato sulla zattera in mezzo al lago si alza, si avvicina al bordo e getta nell’acqua i simboli rituali.
Poi grida. Un grido acuto, non da bambino. Un grido del destino. E dall’altra sponda un altro grido si alza, come di uccello, dall’esserino nato nelle capanne di fango e che traspare di luce spettrale. Infine il tempo riprendere a  scorrere, immobile.

Intanto, sotto i rovesci e sotto il sole, cavernoso come una campana senza lingua, guscio corroso che stillava o scintillava ai capricci del tempo, il castello sorgeva, sfida immemoriale al passare dei cieli e delle stagioni. Essi non erano che veli, un avvicendarsi di luci e colori: i raggi del sole si alternavano ai raggi della luna, il volo lieve della foglia a quello del fiocco di neve, il muschio al dente del ghiacciolo. Semplici mutazioni epidermiche, transeunti, ogni ora aggiungeva un battito di vita, spegneva una sfumatura: una lucertola immobile nel sole, un pettirosso congelato.

Di nuovo il castello al centro del tempo, il vero personaggio della saga di Gormenghast, incombente, immemoriale, eterno, magnete attorno al quale tutto gravita e si mantiene in equilibrio, nell’immobilità perfetta, emblema di una “sfida immemoriale al passare dei cieli e delle stagioni”. Questo è Gormenghast, una sfida al tempo, il dominio sul tempo.
Così si chiude TIto di Gormenghast con la sua geometria perfetta, insondabile e inconoscibile. Termina con l’inizio della sua fine.

Si apre Gormenghast, il secondo libro della saga, e tutto cambia, a partire dal tono, dal ritmo e dall’architettura. Non più la geometrica perfezione della lentezza immota, ma i poli estremi della narrazione: la commedia e la tragedia, il comico e l’epico.

Peake muta registro. Il secondo libro di una trilogia è spesso di passaggio e per questo di difficile e instabile equilibrio. Con Gormenghast l’autore decide per una soluzione drastica: due parti, due registri, due toni narrativi, toccando corde opposte: nella prima parte si ride, talvolta si ride molto; nella seconda sale la tensione, scende l’oscurità, si svolge la battaglia, contro le forze della natura e il male umano.

Meno elegante rispetto al primo libro, molto meno architetturalmente perfetto, perde quella nebbia di mistero che avvolgeva la potenza geometrica della storia e della voce narrante, ma si esibisce in un gioco di intrattenimento stupendo con quel cambio di registro così drastico.

La prima parte, quella comica si gioca su due trame: i Professori e il matrimonio di Irma con il Preside Carampanio. C’è da ridere, dico sul serio. I Professori di Gormenghast sono caricature delle peggiori idiosincrasie… santo cielo che parolone, cambio… delle peggiori idiozie della figura del professore, un covo di viziosi flatulenti, uno si chiama per l’appunto Flatulo, palloni gonfiati rammolliti e di un’ignoranza abominevole, completamente isolati e autocelebrativi fino al delirio senile, vecchi ammuffiti cisposi e stravaccati. Sono fantozziani ante litteram, e Peake ci sguazza nella parodia.

Il siparietto comico dei Professori si innesta poi nell’ancor più comica storia di Irma, la sorella zitella del Dottor Floristrazio che decide di trovare finalmente il principe azzurro e organizza un solenne ricevimento con lei unica dama e la mandria dei Professori come invitati.
Peake si scatena ancor peggio che con i Professori. Il ritratto di Irma è una delle rappresentazioni più divertenti e ridicole della perversione monomaniaca della zitelle sulla soglia del rinsecchimento, la parodia dello stereotipo più sessista che si possa immaginare ma irresistibilmente comica. Uno non se lo aspetta da una saga come Gormenghast, ma è vero, c’è anche la comicità.

Finito il lungo siparietto ridanciano, Peake sterza improvvisamente. Fa un testacoda, in pratica e riparte lanciato in direzione opposta e contraria.
Improvvisamente scende il buio, il racconto si tinge di tinte fosche, si alza un vento gelido e l’aria si riempie dell’odore del delitto. Entra in azione Ferraguzzo, sempre più spietato nei suoi disegni di conquista di Gormenghast e insidia Fucsia. La storia si fa rocambolesca con l’inseguimento ad opera di Tito, Lisca e il Dottore, poi uno scontro sanguinoso che assume tratti epici e infine il climax che Peake raggiunge con un rombo temibile: si scatena la tempesta su Gormenghast, l’acqua inizia a cadere feroce, insaziabile ricopre i prati, le valli, i boschi, travolge ogni cosa e sommerge il mondo di Gormenghast lasciando scoperte due uniche isole: il maniero e il monte.

La visione è livida, apocalittica, schiacciata tra la furia degli elementi, la caccia a Ferraguzzo divenuto ormai principe del Male e della Notte e in aperta sfida alla Contessa e al Conte Tito e l’anima selvatica dello stesso Tito che viene trascinato nei boschi dal richiamo della creatura selvaggia che quel giorno lontano della sua investitura fece eco al suo grido.
La scena diviene tragica e lirica. Nei boschi squarciati dalla furia dell’acqua si consuma una prima tragedia, al castello una seconda e il finale si chiude con la caccia epica a Ferraguzzo, lo scontro tra l l’incarnazione del male e il Conte Tito.

È un finale grandioso, da rappresentazione teatrale con l’orchestra sinfonica spiegata in tutta la sua potenza evocativa, trascinante e perfino emozionante. È un finale da grande saga, da epopea drammatica, così diverso dal precedente Tito di Gormenghast con il suo equilibrio misterioso e sfumato e la perfezione gelida.

Ma anche qui, con registri completamente modificati, si erge il castello di Gormenghast a protagonista assoluto della storia, è la sua ombra e il suo labirintico intestino a tenere insieme i personaggi, i loro odii, la loro furia e le loro passioni selvagge. Gormenghast spiega le ali, da grande drago assopito ma attento che era, a furia della natura che torreggia possente sul mondo squarciato dalle pulsioni.

Bello, bello bello.

Manca solo il gran finale con Via da Gormenghast (Tito alone).

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Questa voce è stata pubblicata il 22 marzo 2014 da in Adelphi, Autori, Editori, Peake, Mervyn con tag , , , , , , , .

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