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«Appartengo a una generazione disgraziata a cavallo fra i vecchi tempi ed i nuovi, e che si trova a disagio in tutti e due. Per di più, come lei non avrà potuto fare a meno di accorgersi, sono privo d’illusioni.» –Tomasi di Lampedusa

Via da Gormenghast – Mervyn Peake

via da gormenghast

VIA DA GORMENGHAST
Mervyn Peake
Traduzione di Roberto Serrai
Adelphi 2009

Eccoci arrivati alla fine. Dopo Tito di Gormenghast, la fondazione del mondo fantastico, la scoperta del labirinto che non si svela ma si avvolge tanto più ci si addentra, gli inganni, le trame, il Rituale, i gufi della Torre delle Selci e la celebrazione, magnifica e oscura, del nuovo Conte, Tito infante; dopo Gormenghast, la farsa e la tragedia, il ridicolo dei figuranti e la caduta del cielo nero, le piccole vanità e la grande battaglia tra il Bene e il Male, con l’acqua torbida che sale e inonda il mondo di Gormenghast e infine la fuga di Tito vincitore; dopo aver vissuto nel mondo unico e irripetibile di Gormenghast eccoci al termine della saga.
Tito fugge per l’impellenza del destino che lo chiama lontano dal suo mondo senza confini, arcaico e immobile, immemoriale e senza tempo, che si ripete nei riti, nelle stagioni, nel succedersi dei Conti di Gormenghast; Tito si perde, vaga per boscaglie senza luogo né geografia, finché non si ritrova fuori dal mondo di Gormenghast, senza sapere come, seguendo quale percorso, trovando quale varco.

È il mondo che non-è-Gormenghast, Peake non lo definisce in alcun modo, è solo l’Altro rispetto a Gormenghast, altrettanto privo di confini, ma privo anche del Rituale e dell’immobilità.
Il mondo che non-è-Gormenghast è un miscuglio di modernità lontana, aerei che solcano il cielo e fabbriche avveniristiche di là dal fiume, Scienziati inavvicinabili che progettano congegni misteriosi costruiti da uomini tutti uguali, sfere che volano e che scrutano e che spiano, persone meccaniche, impongono leggi e il terrore.

Di qua dal fiume, dove Tito incosciente giunge fortunosamente, il mondo è arcaico quasi come Gormenghast, ma senza la nobiltà della casa dei Conti. È insieme un mondo moderno e antico, di tecnologia e miseria, di grande scienza lontana e del popolo che razzola nei propri vizi e virtù.

Manca la perfezione misteriosa del primo Gormenghast in questo terzo libro e non poteva essere altrimenti avendo deciso, Peake, di concludere la storia lontano dal maniero. Diventa favolistico il racconto, Tito passa di avventura in avventura, conquista cuori e raccoglie amici e nemici, supera minacce e rischi. I personaggi sono sempre burattini grotteschi, ma ora impegnati in piccole storie, in battaglie senza epica, come è sempre nel mondo che non-è-Gormenghast. Non c’è più il senso dell’inevitabilmente immortale, il lirismo e il mistero di quel castello eterno che avvolge le sue spire, concentrico, trascinando con sé l’intero mondo di Gormenghast. Ora ci sono mondi diversi, di qua dal fiume il popolo, di là gli Scienziati, in cielo gli aerei e sotto al fiume, in cunicoli e grotte, gli emarginati, gli scacciati, i rifiuti della società antica e moderna.

È certamente il meno affascinante dei tre questo Via da Gormenghast, leggendolo si spera continuamente di voltare pagina e di sapere che Tito sta per tornare nel mondo senza tempo, dietro i bastioni eterni, nella perfezione immutabile di Gormenghast. Lo si spera perché si vorrebbe ancora rimanere sospesi in quell’aria rarefatta e cupa mentre si legge, ancora si vorrebbe essere trascinati nel labirinto dove si perdono i riferimenti e ci si confonde, ancora, come Tito, si sente il richiamo della strada di casa, tornare a quel primo, meraviglioso e perfetto Tito di Gormenghast.

Rimane un senso di sospensione ambiguo, simile a quello di Tito che infine rinuncia al suo destino del ragazzo che cerca il mondo-altro: fuori da Gormenghast esiste il mondo intero, ma dopo averlo esplorato, il richiamo delle pietre immemoriali, del Rituale che governerà tutto fino alla fine del tempo e del mondo chiuso ma senza confini è più forte di ogni slancio e di ogni passione, è nel sangue, è nei pensieri, è nel tempo di chi ha scoperto il meraviglioso, torbido, informe mondo sospeso di Gormenghast.
Gormenghast si deve lasciare se si vuole vivere e non si abbandona mai, entrambe le cose insieme, questa è la storia di Tito de’ Lamenti e anche la storia di molti uomini e molte donne, ognuno con il proprio Gormenghast senza tempo.

Sono contento di aver letto l’intera saga, veramente molto contento. Gormenghast è indimenticabile, una di quelle storie che rimangono per sempre negli occhi.

Da ora in poi so che il mio sguardo, a volte, quando si perderà a osservare il nulla, o si fisserà su un punto, un dettaglio, una scheggia di panorama o anche si aprirà su una valle di immagini troppo ampia per poter essere davvero guardata, quando si perderà per proteggere un pensiero, qualche volta sarà per Gormenghast, per qualche istante starò di nuovo dentro quella favola tenebrosa, nel silenzio del castello e del bosco, in quel mondo cupo e immaginario e incredibilmente bello, in un gioco per adulti che per qualche istante ritrovano il bambino di un tempo.

Non aveva più bisogno di una casa, perché portava la sua Gormenghast dentro di sé. Tutto ciò che aveva cercato era vivo dentro di lui. Era cresciuto. Un uomo aveva trovato ciò che un ragazzo era partito per cercare, e lo aveva trovato vivendo.

2 commenti su “Via da Gormenghast – Mervyn Peake

  1. Stefano
    12 maggio 2014

    Qualche anno fa, leggendo i primi due libri di questa saga, rimasi folgorato dalla bellezza di queste opere e meravigliato di come esse non costituissero un classico della Letteratura del ‘900. Ne hanno tutti gli ingredienti. Questa terza opera è di livello inferiore alle prime due perché, se non sbaglio, Peake quando la scrisse era già malato e non fece in tempo a trascrivere la stesura definitiva del romanzo.
    Peake comunque è un genio! Un Dickens del ‘900 molto più visionario e barocco, gotico e lirico, noir, un precursore dei cartoons in letteratura aggiungerei anche!
    Straordinario!

    • 2000battute
      13 maggio 2014

      sono d’accordo, la terza parte della saga diventa la storia delle avventure di Tito e Gormenghast sfuma. Nelle prime due, e nella prima soprattutto, il maniero labirintico e informe è il cuore del mistero e del fascino della storia. Penso anche io che Gormenghast sia una grande opera del ‘900.

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Questa voce è stata pubblicata il 5 aprile 2014 da in Adelphi, Autori, Editori, Peake, Mervyn con tag , , , , , .

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