2000battute

«Appartengo a una generazione disgraziata a cavallo fra i vecchi tempi ed i nuovi, e che si trova a disagio in tutti e due. Per di più, come lei non avrà potuto fare a meno di accorgersi, sono privo d’illusioni.» –Tomasi di Lampedusa

La città dei prodigi – Eduardo Mendoza

citta prodigi - mendoza

LA CITTÀ DEI PRODIGI
Eduardo Mendoza
Traduzione di Gina Maneri
Giunti 2008

Commento di Cornelio Nepote

Ronf ronf… ZZZZZzzzzzzz… ronf ronf… ZZZZZZzzzzzz… ah? chissiete voi? chevvulite damme’? ah, siete i duemilabattuti? mannaggia è vero che ci siete voi questa mattina, m’ero scurdato, sapete stavo indurmendo da quattro giorni consecutivi dopo aver finito chisto La città dei prodigi di chillo Eduardo Mendoza, gran scrittore, ah sì, bravo, anzi bravissimo, grandissimo scrittore… come scrive bene chillo, scrive ma-gis-tral-men-te, cioè come un magistrato, un magistrato delle lettere… si dilunga, orazia, arringa, racconta, svolge, con calma, con molta calma, con calmissima, gli eventi, tutti gli eventi, la storia, tutta la storia, di un personaggio, tal Onofre, ma in realtà, chillo parla di una città, che per i più curiosoni ficcanasoni tra voi altri duemilabattuti sarebbe Barcellona, ecco sì, la storia di Barcellona racconta chillo, tutta la storia, con calma, con molta calma, con calmissim… ronf ronf… ZZZZZZzzzzzz… ronf ronf… ZZZZZZZzzzzzz… ah oh che è stato? scusate mi ha preso un colpo di sonno improvviso e sono caduto dal trespolo… che stavo biascicando? Ah sì… Barcellona… già, Barcellona… mai stato io a Barcellona… e se proprio volete saperlo, a me di Barcellona nun me ne gratta una checca, come direbbe il conte Aliprando Colonna amico mio nei rari momenti di lucidità che ancora recupera quando non è accasciato sotto al divano tramortito dall’eccesso di droghe peruviane mescolate al Cynar di cui è aduso e abusa, ma dicevo, appunto, che di Barcellona a me nun m’importa assai tanto più che quei pecorai catalani ripuliti si vantano di essere la Napoli iberica e anzi, loro pensano, poveri sempliciotti, di essere pure meglio di Napoli, al che io sorrido con la ghigna della sordida tradizione millenaria del golfo vesuviano e penso “Ma chilli poveri pecorai, la loro baracconata di città non vale due piazze di Forcella e tre vicoli dei Quartieri Spagnoli, ma di che stanno a ciancicare? macché chilla è come Napoli, ma facitemi il favore di non dire scandalate!”, penso proprio questo e allora, a leggere questa lunga, molto lunga, lunghissima, storia barcellonese raccontata facendo finta di raccontare le avventurosità di chillo Onofre, che vuole sembrare come la storia di un guaglioncello napulitano che parte cencioso e malandrino e di malaffare in malaffare diventa o’padrone della città, insumma, una camorriata per dirla in modo che tutti capiscono, a me, che di Napoli sono figlio e notaio stimatissimo pure sono da quattro onorabili generazioni, che mio padre si chiamava Carpazio Nepote, mio nonno Crotalo Nepote e mio bisnonno Crostaceo Nepote, tutti notai eccellentissimamente ritenuti da nobili e straccioni, porporati e politicanti, onestuomini e grandi delinquenti, io, cioè a me tutta questa lunga storia, raccontata con calma, molta calma, calmissima, che qualcuno (m’inchino signora davanti a sua beltà e scienza e fascino e sapienza) m’ha detto essere o’migliore rumanzone su Barcellona, ecco, allora… mi sto confondendo… perduto ebbi il filo del discorsare… ah ecco l’aggio ritruvato, dicevo, io, a me, questa storia m’ha fatto cadere in letargo plantigraideo per ben quattro giorni, che ora manco so che è successo nel frattempo… chi sta al governo? c’è ancora il papa di prima? m’ha cercato la principessina Luana la Bouche due sere fa?…  e che altro vi posso dire, che pure mi sta tornando una sonnolenza come da avvelenamento da mercurio dopo una sovrana abbuffata di cozze… vi posso dire che chisto Mendoza è un grande scritturo, scrive bene assaissimo, Barcellona sta certamente una bellissima città, vi auguro di andarci e di divertirvi, che imparare la storia è sempre una buona cosa, ma che mannaggia a te Mendoza io due sere fa c’avevo un appuntamento a cena e successiva escursione panoramica amalfitana in carrozza chiusa a botticella con divani di velluto rosso e dotazione di champagnuzzo con la principessina Luana la Bouche e per colpa tua me la sono persa, mannaggia e te… che scarognissima, devo subito chiamarla per scusar… ronf ronf… ZZZZZZZzzzzzzzz… ronf ronf… ZZZZZZZzzzzzzzzzz…

[NdR] firma mancante

3 commenti su “La città dei prodigi – Eduardo Mendoza

  1. Transit
    3 maggio 2014

    Isso, essa e ‘o malamente.

    E’ isso, chesta vota ca da buono subisce ‘na metamorfosi antropologica, e addiventa antrasatto(ma già da prima e all’improvviso Gennaro è una sorte di Dot Jeckill e mister Hide, sarebbe a dicere) o malamente ‘o cient pe’ cient’):essa, invece, è ‘o cuorp’, nun solo ‘o cuorp’ di una femmena, oltre i confini comunali e regionali, nello specifico Patrizia o Carmela o Filomena o Ninnella o Federica; ma, rappresenta, almeno dint’a st’occasione, cioè quanno Gennaro, addiventanno ‘nu ‘nfame ommo e mmerda, violenta Patrizia mentre stà pe’ murì … eppure Gennaro è convinto di amare e donare a Patrizia che ha ferite ed è scassata in ogni parte del corpo l’ultimo atto d’amore e mentre essa esala l’ultimo respiro isso le dice: – Te voglio bene. Tu si ‘na cosa grande. Tu si ‘o cielo ca guardo ‘a matina, ‘a sera e ‘a notte quanno sponn’a luna. Tu si l’onne d’o mare quanno m’affaccio a Santa Lucia. Tu si ‘a terra, ‘e strade e vicoli e le piazze addò cammino. Patrì tu si ‘ a città addò song’ nato, crisciuto e vivo ancora … te voglio bene, dico ca te voglio bbene e intanto anch’io ti faccio del male … nun vulesse, eppure spisso avoto, giro, ‘a capa a chell’ata parte o vado dentro il bosco di Capodimonte, come mi è successo di fare la domenica, mangio al sacco sopra i prati e dopo senza raccoglierli rimango scarti di cibo, cartacce, salviette, buste piatti e bicchieri di plastica e me ne vado.

    Quanno ‘na cosa nun va bbona; quanno facimm’ i furbi per la nostra condotta e cattiva coscienza; quanno vuttamm’ a petrella e annascunnimmo a manella, ridiamo ma sotto sotto tenimmo ‘a faccia dell’infame e ce ne usciamo con una battuta da teatro: – A colpa è d’o Sindaco. Se all’imbocco delle autostrade e delle tangenziali ci sono buste di munnezza, copertoni, bidet scradti e altro, la cattiva condotta non è la nostra che abbandoniamo di tutto in mezzo alla strada, ma del Sindaco che è un incapace.

    Embè, se Gennaro è n’ommo ‘e mmerda, pecché ha violentato Patrizia; Patrizia cuorp’ e metafora d’a citta nosta: nosta non certo in senso di proprietario, cioè capitalistico, borghese e straccione(stranamente il popolino va sempre dietro il re o il barone o cardinale o il santo di turno), ma nosta, nel senso più alto del termine, pecché è ‘a città addò simmo nati e ca dicemmo semp’e vulè ‘nu bene ‘e pazz’.

    PS: Cornè, avevo preparato pure degli altri scritti, sempre a proposito di qualche post di due settimane fa, poi aggio lassat’ stà comm, fa ‘o criaturo ‘o guaglione, l’oomo di trentanni e ca và annanzo e addereto comme ll’onna d’o mare. Cornelio mi dispiace che ti ho fatto preoccupare ma a me mi piace pure essere lo scrittore da morto anche se non sono morto che mi hanno atterrato dentro ‘nu tauto che poi a me a dirla tutta mi farò appicciare quando succederà il trapasso d’o cuorp’.

  2. Transit
    27 aprile 2014

    ‘Na scarda, ‘na ntecchia,’nu pucurillo

    Ccà, mmò mmò, putesse mettere, e se dico che lo faccio lo faccio, ‘nu racconto addò l’attore principale di due amici in vacanza, si accoppia con una delle tre ragazze conosciute in Sicilia un campeggio ai piedi dell’Etna. I cinque sono di ritorno perché la vacanza è finita. E per l’inteso traffico autostradale, sostano vicino alle mura della vecchia e putrescente ma sempre bella e affascinante Pompei ca doppo anni e anni di incurie, runerie e malaffare, se ne care a piezz'(ma stì mure nun song’ piezz’e core e se lo sono sono piezz’ e core andati a male, comme ponno essere i figli ca crescono ‘nu schifo e si perdono pe’ semp)si scatenano assieme terremoto e l’eruzione del vulcano detto Vesevo ‘o Sfrigiato. Gennaro si ricorda di un vecchio film in bianco e nero, in cui, dall’alto, Pompei viene invasa e subissata di lava, fumo, fuoco, fiamme e lapilli. Però non è più il vecchio film, semmai la realtà attorno e sopra di lui in cui si scatena le forze primordiali… Gennaro si volta di scatto, Patrizia che siede dietro, allucca Patrizia, e scende insieme all’amico Ciro per capire cosa sia successo e soccorrerla: Patrizia è l’unica che sanguina dalla testa. Le altre due amiche piangono terrorizzate e scendono dall’auto. Patrizia è distesa sul sedile. Respira a fatica. Gennaro dice al suo amico Ciro che è fuori l’auto di non muoversi e fare da sentinella. Una delle portiere è aperta, Gennaro ne approfitta ed entra piegandosi e abbassando la testa. Patrizia è quasi incosciente, apre e chiude gli occhi, Gennaro alza la gonna e apre le gambe della ragazza e la penetra. Non si veda quasi nulla. E alto, nel cielo azzurro, il sole splende.

    PS: Quanto sopra fa parte di uno scritto più esteso che avrei dovuto postare il sabato della settimana scorsa. Dovrei postarne un altro pensato e iniziato ieri, altrettanto corposo. Adesso devo uscire per andare a comprare un palatone di pane cafone e due bottiglie di vino rosso. E andrò a comprare il giornale e poi berrò un caffè amaro, come ormai mia abitudine da anni.

    Ah, dimenticavo di dire, ma st’informazione nun ce azzecca niente, almeno apparentemente, ho finito di leggere Il conte di Montecristo e ho iniziato Resurrezione. Ieri mio figli mi ha regalato un romanzo di Simenon del commissario Maigret. Di Simenon ho letto soltanto sette romanzi forse nello spazio dilatato di un anno. Semmai a più tardi. Cià Nepò e salutami la principessina Luana.

    • 2000battute
      29 aprile 2014

      Transit guaglio’ siete turnato! Stavo in pena assai pe’vvoi, mi dicevo “Ma c’ha fatto chillo bello guaglione? Dove se ne ito? Ai Caraibi? Alle isole tropicali? O nei ghiaccioni dell’Antartide pe’ vvede’ la fine du munno?”
      Piagnuculavo, solitudinario, in chisto mondo che nun me capisce punto, io parlo, dico, m’esplicito ma solo quella grande eccellenza di Transit, cumpare mio, mi intende.
      Oggi sono contento, e mi piace assai il vostro racconto porcaccionesco, che io dico sempre, come massima della vita mia, che è fatua, breve e illude: “Scrivete porcaccionate per stuzzicare l’appetito, ma accostatevi alle signore dame come a petali di camelia decorati di gemme di rugiada e ammirate cotanta beltà, che poca al mondo ve ne sta”.
      Statemi sempre benissimo eccellentissimo Transit, e che beltà vi accompagni.
      Amichevolmente,
      C.N.

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Questa voce è stata pubblicata il 26 aprile 2014 da in Autori, Editori, Giunti, Mendoza, Eduardo con tag , , , , .

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