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«Appartengo a una generazione disgraziata a cavallo fra i vecchi tempi ed i nuovi, e che si trova a disagio in tutti e due. Per di più, come lei non avrà potuto fare a meno di accorgersi, sono privo d’illusioni.» –Tomasi di Lampedusa

Roderick Duddle – Michele Mari

Roderick Duddle

RODERICK DUDDLE
Michele Mari
Einaudi 2014

Bentornato Michele Mari. Dopo la pessima trovata editoriale-egocentrica della riscrittura de Di bestia in bestia, tanto inutile quanto fastidiosa, con Roderick Duddle Mari centra l’obiettivo di sorprendere ribaltando il tavolo e sparigliando le carte.

Roderick Duddle è un romanzo contemporaneo travestito con i panni del romanzo inglese ottocentesco. Mari intinge la penna un po’ in Dickens e i suoi bassifondi, un po’ in Stevenson e i suoi pirati, un po’ in Oliver Twist di Swift, dedica pure un omaggetto a Steinbeck di passaggio e probabilmente a molti altri che non ho riconosciuto, oltre a intingere la penna in se stesso, il che è un bene e un male.
È un bene perché Michele Mari è indubbiamente ottimo scrittore. È un male perché il difetto principale di Michele Mari è di essere Michele Mari l’elegante, scorbutico, sofisticato ed erudito scrittore, cosa che, se non tenuta a freno con briglia corta rischia di scivolare nella saccenteria e nell’eccesso di protagonismo.

Qui in Roderick Duddle solo talvolta la briglia si allenta, soprattutto negli insistenti interventi della voce narrante fuori campo che si rivolge con tono ironico al lettore. Bene la scelta stilistica, molto manierata e che richiama un vezzo antico, meno bene quando questa voce eccede nel volersi palesare e commentare e impicciare e disturbare e bofonchiare e dileggiare e ironizzare, un po’ come quelle telefonate di venditori che rompono le balle e pretendono di essere divertenti o simpatici.

Ma a parte questo dettaglio, sul quale avrei potuto certamente sorvolare se non fosse per una mia certa inclinazione elefantiaca a legarmi al dito i dispetti e rendere il servizio alla prima occasione – e Di bestia in bestia io me lo sono legato al dito – Roderick Duddle è un bel libro, forse anche molto bello, avvincente, divertente, scritto benissimo, pieno di nodi e snodi, insozzato come si conviene a una persona seria e teso al punto giusto, come la cupola di un soufflé ben riuscito.

Fu così che, bloccato sul sentiero come l’asino di Buridano, il giudice Bonham decise di non decidere; o, detto in modo più gentile, decise di convincere le due parti ad accordarsi fra loro, secondo una logica che l’onesto lettore converrà con me nel definire non romanzesca.

Mari gigioneggia talvolta, come in questo brano, lo fa spesso, col gusto eccentrico ed egocentrico dello snob, ma, tranne quando calca troppo la mano, tiene alto il tono del racconto e soprattutto lo rende ambiguo. È l’ambiguità il segno della storia di Roderick Duddle, il combinato del manierismo vittoriano delle belle lettere con le vicende perverse, truculente di personaggi lercioni, scandalosi e biechi che si intrecciano alla storia di due bambini, innocenti, candidi e fragili bambinetti.
Roderick Duddle è un bambino in fuga e la sua corsa srotola il filo degli avvenimenti che si susseguono lungo quella traccia. È il tipico bambino in fuga o all’avventura della letteratura angloamericana: solo ma abituato a doversi arrangiare, figlio di nessuno o di donna di malaffare, inseguito e minacciato da loschi figuri privi di umana bontà, girovago per lande, fiumi, brughiere, città maleodoranti e mari.

Mescola, Mari mescola una zuppa di ingredienti classici della letteratura anglosassone aggiungendo spezie tutte sue. Come si dice degli chef, reinterpreta un piatto della tradizione. E come lo reinterpreta? Con lo stile di Mari, ovvero lasciando scivolare la storia lungo il pendio dell’ambiguità, caricando i personaggi vieppiù di perversioni tanto esplicite ed estreme quanto schermate dalle buone maniere dello stile narrativo.

Ermafroditi – o arma froditi o malfroditi, come lorsignori preferiscono – suore, prostitute, dottori, tagliagole, poliziotti, giudici, aristocratici, badesse… tutti gli interpreti della storia finiscono avvinghiati in un maelstrom diabolico che li congiunge, li rende simili e, avvinghiati come sono, li conficca come un corpo unico nell’occhio perverso del vortice. Qui Mari dà il meglio di sé alzando sempre più la tensione narrativa del vizio, dell’osceno e del depravato, un intreccio di avidità ed erotismo da parte di una torma di personaggi disseminati sulle tracce di Roderick.

Bravo Michele Mari, bel libro che si legge col gusto del sogghigno, per la storia che cattura e non molla più, per la miscela di letteratura alta e bassa e per aver tentato, riuscendoci, la difficile operazione di traslare nel tempo e assumere vesti, voce e penna di un’altra epoca. Ci provano in molti, pochi ci riescono bene. Roderick Duddle è un esempio, come lo fu L’ordalia del grande Italo Alighiero Chiusano o il recente e bellissimo Lauro di Evgenij Vodolazkin.

Un commento su “Roderick Duddle – Michele Mari

  1. Massimiliano
    24 marzo 2016

    Appena finito di leggere, mi e’ piaciut!
    Bello, ben scritto con un italiano non banale ed erudito a cui non sono abituato, purtroppo.
    La sensazione di star leggendo un romanzo ottocentesco e’ forte e molto piacevole, sembra davvero un romanzo d’altri tempi.
    Il riferimento nella recensione al maelstrom e’ proprio da intenditori, un colpo di classe.

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Questa voce è stata pubblicata il 17 maggio 2014 da in Autori, Editori, Einaudi, Mari, Michele con tag , , , , .

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