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«Appartengo a una generazione disgraziata a cavallo fra i vecchi tempi ed i nuovi, e che si trova a disagio in tutti e due. Per di più, come lei non avrà potuto fare a meno di accorgersi, sono privo d’illusioni.» –Tomasi di Lampedusa

Le vie dei canti – Bruce Chatwin

le vie dei canti

LE VIE DEI CANTI
Bruce Chatwin
Traduzione di Silvia Gariglio
Adelphi 1988

Questo commento consiste in una premessa. Una lunga premessa e basta. Lo dico perché so che c’è a chi non piacciono le premesse e si spazientisce, inizia a fremere, sbuffa finché non sbotta in un “Insomma finiscila con questa premessa e vieni al sodo!”. Ecco, qui non vengo al sodo, non c’è nessun sodo.

Essendo quindi una premessa, divagherò. Cioè pre-metterò, calerò il sipario prima dello spettacolo e lo spettacolo si svolgerà sulle scale. In questo caso sulle scale de Le vie dei canti. In fondo siamo tutti umani no? con le debolezze degli uomini (le donne ne hanno meno, per cui cito gli uomini per stare sul sicuro) e in quanto carnalmente deboli, ma pure sentimentalmente deboli e cerebralmente deboli, talvolta o spesso le circostanze ci superano e dobbiamo rincorrerle, indeboliti, appunto, e pure un po’ ridicoli nel rincorrere le circostanze con le brache mezze calate, le scarpe slacciate e una mano in testa che se no ci vola via il cappello.

«Ma che stai dicendo?» Pre-amboleggio. Pre-metto. Pre-paro. Pre-gusto. «È diventato matto!»

La premessa è questa: un libro si legge essendo soggetti a molte influenze. È inevitabile. Il momento, la giornata, i guai, le gioie, l’umore, i tormenti, le voci interiori che bisbigliano o gridano, quelle esterne che ciaccolano, il silenzio che sibila, il vento che rotola, gli occhi che si fissano o rimbalzano, le immagini che lampeggiano o evaporano placide. Un sacco di influenze.
Ad esempio anche la musica che si sta ascoltando influenza e se volete saperlo, proprio in questo istante sto ascoltando questa:

Scommetto che qualcuno inizia a preoccuparsi seriamente. Qualcuno mi avrà già mandato a quel paese. Non gliene voglio.
I recensori, intendo quelli bravi, quelli della narratologia e degli impianti semantici sostenuti da tiranti stilistico-saccentenzialisti si estraniano dalla vita e celebrano l’essenza del recensire come falce che cala guidata dal niveo braccio di una vecchia signora nerofumigata.
Io non sono uno di loro. Sono naive, influenzabile, perturbabile, volubile; sono in-affidabile. Dipende. Sono dipende-dipendente. Ad esempio, dipende dalla rotta che ha seguito un certo libro per arrivare fino a me. Di solito segue una rotta solitaria, nel senso che me lo prendo e basta. Altre volte segue rotte differenti. Ho letto libri scritti da amiche, libri tradotti da amiche, libri regalati da amici, libri consigliati da amici o da sconosciuti, perfino libri consigliati da editori (l’ho sempre detto, in questo caso). Mi sembra normale, che dite?

Una influenza la rotta ce l’ha sempre. È evidente.
Le vie dei canti l’ho letto perché è uno dei due libri più amati da una certa persona speciale.
Speciale nel senso che penso a quello che ha pensato, quindi penso al fatto che sia stato uno dei due libri più amati e lo leggo chiedendomi per quale motivo lo ha amato, e questo è uno strano modo di leggere, una lettura di sponda, che fa carambolare la lettura su un piano differente, non è una lettura comune. Per questo sono costretto a scrivere un preambolo invece di un commento, perché la lettura stessa è stato il preambolo alla domanda «Cosa ha amato in questo libro questa certa persona?»
Si leggono anche per questi motivi i libri, no?, solo che nessuno lo dice mai, nessuno commenta un libro letto per capire cosa ha amato un’altra persona.

Lo faccio io. Ok? Chiaro a tutti?
Partiamo.
Un po’ di  musica per favore, il ritornello di Mannarino e seguo il ritmo.

Me so’ ‘mbriacato de ‘na donna
quanto è bbono l’odore della gonna
quanto è bbono l’odore der mare
ce vado de notte a cerca’ le parole.
Quanto è bbono l’odore del vento
dentro lo sento, dentro lo sento.
Quanto è bbono l’odore dell’ombra
quando c’è ‘r sole che sotto rimbomba.
Come rimbomba l’odore dell’ombra
come rimbomba, come rimbomba.

Chatwin viaggia, Chatwin viaggiatore d’esotico, chi legge viaggia, lo ama perché viaggia, viaggio d’Australia, antipodi, continente atavico, terra di creature bizzarre, deserto e aborigeni, i più primitivi dei primitivi, Chatwin viaggia per deserti e piane infuocate, attraversa il bush australiano, con Arkady, lo ama per la terra desolata, lo ama per l’attraversamento, viaggia nelle terre aborigene, è un viaggio nella cultura aborigena, un viaggio in un mondo australe e surreale eppur reale distante ma fondamentale, un viaggio in un mondo sconosciuto che parla con la voce della stirpe umana non con voce umanoide, lo ama per la voce lontana, per le memorie che risalgono, lo ama per la cultura che riemerge dalle ere antiche, la cultura aborigena nacque in un deserto di pietre, un paesaggio mortalmente inespressivo, una calura indistinta di polvere e sterpi, gli aborigeni parlano duecento lingue diverse, come duecento? sì duecento, e le storie, storie orali, ma non solo orali, cantate, canti che raccontano storie antiche, miti, leggende, misteriose, incomprensibili, conservate e tramandate, questi canti sono più di semplici canzoni rituali, segnano il territorio, lo trasformano, lo modellano, lo rendono vivo, il deserto intendo, non è più deserto ma pullula di storie, ogni cosa ha una storia e ogni cosa è un Antenato, un sasso, un fiume, una buca, una collinetta, un animale, tutto è un Antenato dell’Uomo aborigeno e vive attraverso un canto, canto che traccia una strada nel nulla apparente, nel deserto, il mortale bush australiano, con la sua feroce desolazione rovente, in realtà invece del nulla è un groviglio inestricabile di vie, di strade segnate dai canti, i canti le creano, non sono segni sul terreno a delimitarle, sono segni canori, lo ama perché è onirico, perché agli occhi di noi occidentali è un sogno un incubo un groviglio di sogni, questo è quanto di più simile riusciamo a immaginare, lo ama perché ognuno ha una propria via tracciata che deve seguire, e la traccia è in un canto, in un sogno in una invocazione, lo ama perché le ha indicato una direzione quando si sentiva perduta, confusa, aveva paura di continuare a vagare a caso per sempre, invece Chatwin le dice «Ascolta il tuo canto, ascolta con attenzione quella melodia che continua a tornare, ascolta le parole, ti stanno indicando il luogo che dovrai raggiungere e la direzione da prendere», gli aborigeni delle vie dei canti pronunciano parole di un altro mondo, Chatwin registra e trascrive, Arkady parla e guida la jeep nell’inferno di sassi e calore, i vecchi aborigeni conservano i canti, conservano la mappa delle vie dei canti, tramandata dall’oscurità della storia, profondità inconcepibili, antichità che noi non siamo più in grado di concepire, sono una voce che arriva dall’origine dei giorni, lo ama perché le dona una storia e le apre un destino, lo ama perché le restituisce un senso smarrito, scivolato tra le dita, lo ama perché solo così riesce a volersi bene.

Io non ho amato Le vie dei canti. Non come Imperi dell’Indo, non come altri libri che mi hanno restituito senso e aperto il destino. Ma non l’ho neppure letto per amarlo. L’ho letto di rimbalzo, l’ho letto per capire perché fosse stato amato. E quello che ho capito è che Le vie dei canti è un libro che si può amare molto e in quel deserto ritrovarsi, attraversati trafitti forati da centinaia di vie segnate dai canti aborigeni. Forse l’ho letto immaginando uno di voi dopo averlo letto e amato.

5 commenti su “Le vie dei canti – Bruce Chatwin

  1. Enza
    18 giugno 2017

    Nel deserto australiano o in un bosco sperduto della vecchia Europa dove per secoli si è dato lo spettacolo circolare della vita. Forse questo suggerisce il libro : imparare a percorrere una “via dei canti”, dove gli uomini chiamano i luoghi per nome ed i luoghi appaiono. E che dobbiamo ancora tanto cercare, tanto camminare, per giungere alla saggezza delle origini, al senso del sacro che abbiamo smarrito.

  2. librini
    11 febbraio 2017

    L’ho letto! Ora sto leggendo Sulla Collina Nera. Ho ripreso in mano questo autore perché ho appena finito Joseph Anton, il memoir di Rushdie, dove diceva che Sulla Collina Nera è il miglior libro di Chatwin. Te lo consiglio!

    • 2000battute
      11 febbraio 2017

      Lo segno, grazie per il suggerimento

  3. sognandolinglese
    21 giugno 2014

    Questo libro lo aveva letto mia moglie nel 2000 prima di andare in Australia in vacanza e le era piaciuto moltissimo, mi ero ripromesso di leggerlo ma non l’ho mai fatto.

    • 2000battute
      22 giugno 2014

      Non è un libro utile come guida di viaggio, credo, troppo onirico, intimista e romanzato per esserlo. Ma è un grande libro su un territorio misterioso e i suoi abitanti originari, che non riusciremo mai a comprendere veramente. Forse Chatwin si può paragonare a Conrad come scrittore di viaggi, con la differenza che ha cercato la luce invece delle tenebre, negli uomini e nei luoghi. Può sicuramente piacere moltissimo seguire Chatwin nella scoperta dei significati arcaici della desolazione del deserto australiano.

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Questa voce è stata pubblicata il 21 giugno 2014 da in Adelphi, Autori, Chatwin, Bruce, Editori con tag , , , , , , , .

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