2000battute

«Appartengo a una generazione disgraziata a cavallo fra i vecchi tempi ed i nuovi, e che si trova a disagio in tutti e due. Per di più, come lei non avrà potuto fare a meno di accorgersi, sono privo d’illusioni.» –Tomasi di Lampedusa

Goethe muore – Thomas Bernhard

goethe muore

GOETHE MUORE
Thomas Bernhard
Traduzione di Elisabetta Dell’Anna Ciancia
Adelphi 2013

Torno a Bernhard, amatissimo, voce unica e indispensabile, luce gelida ma generatrice di vita. Thomas Bernhard, per me, è la voce dell’epoca che mi capita di vivere. E io ci torno, a volte dopo lunghe assenze, ma senza mai dimenticarlo. È un amore incrollabile, appunto, che resiste a tutto. Sono un lettore carnale, non c’è niente da fare, e la ferocia autunnale che Bernhard scarica sul testo io la sento pulsare come il respiro di un corpo.

Goethe muore è un piccolo libretto di quattro storie. La prima dà il titolo all’opera. Sono storie bernhardiane, per chi conosce l’autore, con le quali Bernhard si fa beffe, a modo suo e fin dal titolo (vedere Nota), dei lettori; sono anche quasi dei giochi, non di stile perché Bernhard non è mai un’esteta, giochi di provocazioni e di complicità; e sono anche sberleffi, anche questa volta tipicamente bernhardiani, rivolti alla società dei benpensanti, dei mentitori educati, dei burocrati del pensiero e del gusto.

Per chi già conosce Bernhard, Goethe muore è puro piacere che si spande, parola dopo parola, beffa dopo beffa, ferocia dopo ferocia. Per chi invece non conosce Bernhard, Goethe muore può essere una trappola, o come dico io una curva a banana, ma in questo caso non tanto per il rischio di schiantarsi quanto per il rischio di sottovalutare la labirintica capacità narrativa di Bernhard nelle sue opere maggiori. Ci sono tutti gli ingredienti della sua arte nei quattro racconti di Goethe muore, ma non abbastanza riconoscibili, come spesso accade nelle opere buffe o negli spettacoli circensi, da chi non abbia già nelle orecchie quella voce dalle tante sfumature. Questo per mettere in guardia chi volesse disegnare la sagoma di Bernhard a partire da Goethe muore. Leggendo le altre sue opere, quella sagoma andrà rimodellata a fondo cesellandone i contorni che erano stati disegnati con la matita grossa.

Goethe muore, il primo racconto, è grottesco, ma lo sono tutti e quattro grotteschi; questo è il più grottesco, buffo perfino. Goethe, vecchio rimbecillito, sente la fine avvicinarsi e, nelle stanze austere della residenza di Weimar, assistito da epigoni servili, pretende di vedere Wittgenstein, stupendo anche solo immaginare l’incontro impossibile, di convocarlo da Oxford o Cambridge – dov’è che sta Wittgenstein? – e la farsa si svolge. Lo stile, fin dal primo lunghissimo periodo, è quello inconfondibile e unico, imitato inutilmente e scioccamente da centinaia di presuntuosi scrivani.

La mattina del ventidue Riemer mi raccomandò, nell’imminenza della mia visita a Goethe fissata per l’una e mezzo, di parlare per un verso sottovoce, per l’altro tuttavia non troppo sottovoce nel rivolgermi all’uomo che ormai si diceva semplicemente fosse il più grande della nazione e nel contempo, a tutt’oggi, il più grande in assoluto fra i tedeschi mai esistiti, certe cose infatti le udirebbe adesso con una chiarezza che addirittura sgomentava, altre invece non le udirebbe quasi più del tutto, e non si sapeva quali udisse e quali no, e benché nel conversare con il Genio che giaceva più o meno immobile nel suo letto di morte, con lo sguardo sempre rivolto alla finestra, la cosa più difficile fosse davvero dare il giusto volume di voce ai propri discorsi, era tuttavia possibile, in primo luogo aguzzando al massimo i sensi, trovare in quella conversazione di fatto ormai sempre più soltanto fonte di tristezza la giusta via di mezzo che si confaceva al grande spirito adesso palesemente giunto alla fine.

Il secondo racconto, Montaigne, attacca invece il tema del resto del libro: i genitori. Sacra concezione della società occidentale, inviolabile, codificata dall’iconografia e dalla retorica. Bernhard la distrugge con picconate di sarcasmo macabro, con una ferocia divertita che solo il suo genio poteva produrre. In Montaigne, questo figlio di mostruosi genitori vaga in un oscuro maniero che costituisce la casa natale, si dirige di soppiatto in biblioteca, tra corridoi bui colmi di ragnatele lanose, e da là, casualmente estrae un tomo di Montaigne.

Wittgenstein… Montaigne… niente è casuale in Bernhard, tutto si inscrive in un disegno grandioso.

Il terzo racconto, Incontro, è genio puro distillato da una mente stupefacente. Due vecchi amici si incontrano in una stazione e dal monologo ossessivo di uno dei due nasce una delle più grandiose invettive nei confronti della degenerazione della bontà genitoriale in maniacale ossessione, quasi in furia omicida e calcolata distruzione dei figli. Con un finale strepitoso, una sterzata ancora più caustica quando vi sembrava di aver toccato l’estremo della causticità. Non si può non sorridere e non sentirsi raggelati dalla potenza evocativa di Bernhard che, e la sensazione è chiarissima, fa di voi quello che vuole, vi strapazza a suo piacimento, vi sbatte a terra per farvi rifiatare o illudere e poi riprende, ancora più divertito di prima. È forse la forma più sublime di tormento che esista, leggere Bernhard.

Infine l’ultimo, Andata a fuoco, che sembra una prosecuzione del precedente, quasi non se ne avverte lo stacco anche se invece è un nuovo racconto. È quello più feroce contro la società, altro grande tema bernhardiano del quale la sua narrazione è intrisa.

Grandioso e temibile Bernhard, come sempre, uno degli dei maggiori dell’Olimpo della letteratura.

Un ultimo pezzo, da Incontro, la strepitosa tirata sulla quiete, la massima quiete.

Mentre mio padre ripeteva più volte quanta quiete regnasse qui sulla vetta, una quiete maestosa, diceva lui, in fondo già non sopportava più la situazione tanta era l’irrequietezza, poiché là dove ci si attende la massima e assoluta quiete, là l’irrequietezza è più grande e assoluta che mai, e si affannava a ripetere che ora si trovava in uno stato di massima quiete, che noi tutti ci trovavamo in uno stato di massima quiete, diceva, e ci chiedeva se non sentissimo di trovarci in uno stato di massima e anzi effettivamente assoluta quiete, gli ho detto; di continuo sollecitava mia madre a dire e ad ammettere che ora ci trovavamo in uno stato di massima e assoluta quiete e anche la mamma lo diceva allora un paio di volte, che ci trovavamo in uno stato di massima e assoluta quiete, quanto silenzio, quanta quiete c’è qui, tutto è quiete, diceva, la massima quiete è qui. E siccome io non ero subito dello stesso parere dei genitori, ho detto, loro mi sollecitavano a dire che lassù in vetta regnava la quiete assoluta e così, per porre fine alle loro intimidazioni, pure io dicevo che lassú in vetta regnava la massima quiete, l’assoluta quiete. Se non lo avessi detto, se avessi detto la verità, che cioè sulla vetta della montagna c’era la massima irrequietezza, l’assoluta irrequietezza, avrebbero trovato il modo di ferirmi profondamente, ho detto. Così si accontentavano di sentirmi ripetere più volte le parole massima e assoluta quiete.

Nota:
– Il titolo originale è Goethe schtirbt, dove schtirbt è un apparente refuso e onomatopea del corretto stirbt, in italiano traducibile con muore. Tuttavia resta il fatto che l’uso distorto della grafia c’è, seppur intraducibile, e fa parte della creazione di Bernhard. Goethe muore, certo, ma è una morte rappresentata in un teatro dell’assurdo, come la presunta visita di un Wittgenstein nato quasi un secolo dopo Goethe, teatro che coinvolge la storia, l’autore, il libro stesso fin dal titolo e tutti i lettori i quali immediatamente sanno di entrare in un libro che forse si sarebbe dovuto intitolare Goethe more o Goethe mouore o Goethe miuore e così via. Intraducibile ovviamente, ma di beffa in beffa, Bernhard si beffa della morte, dei genitori, dei libri, del monumento della cultura tedesca Goethe, di tutti si beffa inclusi, e soprattutto, quei commentatori, non pochi da quel che vedo, che hanno riportato come titolo originale Goethe stirbt – ridicolmente correggendo Bernhard quali maestrine frigide e ragnatelate o pomposi panzoni sofferenti di prostata che sono – oppure giudicando Goethe schtirbt un libro nel quale “Bernhard scarica tutto il suo odio”. Bernhard avrebbe riso e disprezzato questi incapaci nell’arte di assaporare il sarcasmo macabro e la libertà di invettiva.
(Si ringrazia Gina Maneri, divina traduttrice, per la consulenza su schtirbt/stirbt).

3 commenti su “Goethe muore – Thomas Bernhard

  1. dietroleparole
    12 luglio 2014

    Grande!

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Questa voce è stata pubblicata il 12 luglio 2014 da in Adelphi, Autori, Bernhard, Thomas, Editori con tag , , , , .

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