2000battute

«Appartengo a una generazione disgraziata a cavallo fra i vecchi tempi ed i nuovi, e che si trova a disagio in tutti e due. Per di più, come lei non avrà potuto fare a meno di accorgersi, sono privo d’illusioni.» –Tomasi di Lampedusa

L’alfiere – Carlo Alianello

alfiere

L’ALFIERE
Carlo Alianello
Rizzoli 2011

Questo è l’ennesimo grande libro andato perduto nella polvere della memoria breve che contraddistingue il mercato delle letture, italiane, di certo, non solo italiane, direi.
Miracolosamente è ancora disponibile, ma chi legge ancora Carlo Alianello se non qualche isolato sociopatico collezionista di reliquie letterarie?
Chi ancora nutre un qualche interesse per la storia del Regno delle Due Sicilie e delle vicende che portarono all’unità d’Italia?
Si è da poco celebrato il 150esimo, con grande sfarzo di parate, neon tricoloreggianti sulle facciate di palazzi storici, una festa nazionale improvvisata da un giorno all’altro e sarabanda di discorsi. Tanto più, di retorica, di pompa magna, di celebranti con voce diaframmata, tanto meno l’interesse generale.

Già. Forse qualcuno l’ha detto. C’è sempre qualcuno che lo dice, qualunque cosa sia quella da dire. Della storia dell’unità d’Italia, del 150esimo anniversario, ma anche del 151esimo, del 168esimo eccetera, non frega una mazza praticamente a nessuno.
In un certo senso io sono pure d’accordo, avendo in massima antipatia le parate, le celebrazioni e i retori sul palchetto. Ma in altro senso, questo significa anche che a nessuno frega una mazza di leggere L’alfiere di Carlo Alianello, anzi di leggere un’intera letteratura italiana, perché allora a questo punto ci mettiamo dentro pure Ippolito Nievo nel sacco nero della spazzatura e parecchi altri.

Mi metto nei panni di un editore, perché è facile salire sul palchetto dei discorsi e iniziare a inveire dicendo “Maledetti, delinquenti… pubblicatelo subito, questo questo e anche quest’altro!” “Perché? Perché di sì, perché lo dico io!” “Fate leggere a tutti quel grandissimo libro che è L’alfiere di Carlo Alianello!”

Già. E chi lo dovrebbe leggere? I soliti 25 lettori che vengono sempre tirati in ballo in questi casi?
Lo si dovrebbe far leggere nelle scuole!
Certo, sicuramente sarebbe un’ottima lettura al posto di qualche sfigato di finto scrittore contemporaneo che fa venire la dissenteria o vecchi tromboni perbenisti.
Ottima lettura, se a qualcuno interessasse leggere una storia ambientata al crepuscolo del Regno delle Due Sicilie, nelle ultime settimane della disfatta dell’esercito borbonico di fronte all’avanzata dei garibaldini, dei piemontesi, degli italiani.
Ma in nessuna scuola italiana esiste ormai più un solo alunno interessato a leggere una storia del genere che manco sanno che roba sia.
Quindi, torniamo da capo, chi lo legge?
Immaginiamo di fare una bella pila di tanti L’alfiere all’ingresso delle agonizzanti librerie-supermarket fianco a fianco con il nuovo rutto dello scrittorino angloirlandese di moda, o la nuova scoreggia della scrittrice fashionbloggerfood&winesimpatia&eleganza, o addirittura a sorreggersi a vicenda con la pila del nuovo librettino dello scribacchino esotico diventato milionario a forza di piangere per i poveri della terra?
Ecco, dico, operativamente e logisticamente, com’è che si dovrebbe fare per far di nuovo leggere un libro come L’alfiere di Carlo Alianello, un grandissimo libro italiano, lo ripeto se qualcuno si era distratto?

A questo punto salta sempre su una voce, querula di solito, che strilla “Serve…ahem ah uh… politica Culturale!” (lo dice con la C maiuscola, sempre). Una volta, mi pare, ma potrei sbagliare o ricordare male, quelli che dicevano “politica Culturale” venivano pure presi sul serio, per lo meno in un circolo sufficientemente ampio da poter essere descritto come un pubblico o una platea, se non addirittura un movimento. Dicevano “politica Culturale” e si innescavano dibattiti su dibattiti, molto seri, con i relatori, quelli del palchetto, sempre loro, perché la questione andava discettata e sfilettata, mica era semplice mettere insieme i tre grandi pilastri che reggono la sovrastruttura tensionata: politica, cultura e C maiuscola. Come era ovvio, i dibattiti erano del tutto inconcludenti, come lo sono sempre i relatori da palchetto, ma se non altro, qualcuno si destava dal torpore, almeno per qualche minuto.

Oggi, e non solo da oggi in senso calendaristico, quando qualcuno stridulamente dice “politica Culturale” ottiene meno interesse della storia del Regno delle Due Sicilie. Anzi, non ottiene il minimo interesse. Fa la figura da scemo. Al più fa il ritrovo con altri quattro scemi come lui o lei che a turno dicono “politica”, “culturale” e “C maiuscola”. Questo non mi sembra un male, francamente.

Ma non risolve il problema de L’alfiere di Calrlo Alianello, che è il punto che a me sta a cuore, mentre delle “politiche Culturali” non me ne importa una mazza.
Insomma, come si fa a far sapere di nuovo che la storia di Pino Lancia, alfiere del regio esercito delle Due Sicilie, partito dalla Sicilia e finito nell’assedio della fortezza di Gaeta è un libro meraviglioso?
È un libro di passione, di principi, di onore, di sentimenti, di fedeltà, di dignità. Di dignità. Sì.
La dignità che serve per sbagliare o per stare dalla parte sbagliata o per sostenere quello che la storia ha superato o per accettare di essere tra gli sconfitti.
Quanta dignità è rimasta nel nostro mondo?
Pochissima, per conto mio, e quella che c’è deve nascondersi, proteggersi, guardarsi continuamente le spalle.

Quindi, mi spiace concludere in questo modo, ma non c’è nessuna speranza per un libro come L’alfiere di Carlo Alianello, bisogna accettare che sia un piacere riservato a pochi, un gruppetto sparuto che non conta niente e non rappresenta più nessuno. Non esiste alcuna “politica Culturale” e io non ho soluzioni da proporre.

alfiereFinisco citando Fausto Gianfranceschi, autore dell’ottima introduzione all’edizione che ho letto io, quella di Rusconi del 1974, concisa, non autocelebrativa e perfetta per descrivere l’autore e il libro, che venne pubblicato per la prima volta nel 1942 e se oggi può sembrare venato di nostalgia, allora tutto poteva essere tranne quello, anzi, era decisamente provocatorio rispetto alla retorica dell’epoca.

Gianfranceschi chiude l’introduzione con una citazione dal libro. Cito la citazione. È il personaggio di frate Carmelo a parlare e si rivolge a Pino Lancia, l’alfiere del titolo, al termine del libro quando, nonostante l’esercito borbonico sia in rotta, Pino, alla testa di un minuscolo plotone di sei soldati superstiti, non si arrende ma riesce a raggiungere la fortezza di Gaeta assediata da terra e da mare per l’ultima insensata e inutile resistenza.

Scrive Gianfranceschi:

E un frate – un singolare, freschissimo personaggio, che era uscito dal suo piccolo convento siciliano per andare incontro a Garibaldi, e poi il destino per sentieri incrociati lo ha condotto nella parte opposta – commenta: «Sai perché? Non t’è rimasta che l’anima e libero sei. Tu l’hai fatta la tua rivoluzione dentro di te: ch’è l’unico modo per acquistar la libertà».
È la pagina più alta, il messaggio più penetrante di questo romanzo della fedeltà, che assume un suono particolarmente accorato e persuasivo in un’epoca ove il tornaconto è virtù e gli ideali non sanno incarnarsi altro che in una rabbia ottusa.

Era il 1974 e si parlava di fedeltà, ideali e rabbia ottusa.
Quaranta anni dopo, io mi accontento di invocare la dignità.
Un grande libro, per chi avesse voglia di una storia italiana che non racconta più nessuno da molto tempo.

Un commento su “L’alfiere – Carlo Alianello

  1. Transit
    16 agosto 2014

    Ho ancora nelle vene e nello stomaco la mia dignità, perciò devo e voglio leggere l’alfiere di Carlo Alianello. E leggerei anche tutti gli imperdibili e i dispersi. In fondo, la storia vera, cioè la carne umana maciullata e, dimenticata, fa parte dei dispersi. La carne,i libri, la carta stampate e le parole come nuvole di monumenti nel vento.

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Questa voce è stata pubblicata il 16 agosto 2014 da in Alianello, Carlo, Autori, Editori, Rizzoli con tag , , , , , .

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