2000battute

«Appartengo a una generazione disgraziata a cavallo fra i vecchi tempi ed i nuovi, e che si trova a disagio in tutti e due. Per di più, come lei non avrà potuto fare a meno di accorgersi, sono privo d’illusioni.» –Tomasi di Lampedusa

Aspettando i barbari – J. M. Coetzee

Aspettando barbari - coetzee

ASPETTANDO I BARBARI
J. M. Coetzee
Traduzione di Maria Baiocchi
Einaudi 2000

Allontano le dita dagli occhi e un mondo grigio emerge, nuotando tra le lacrime. Sono così profondamente grato che smetto di sentire dolore. Mentre vengo portato via, trascinato tra due soldati, tra la folla che mormora, verso la mia cella, ho perfino un sorriso sulle labbra.

In Aspettando i barbari suona ancora la nota di amara disperazione de La vita e il tempo di Michael K, in modo ancora più ossessivo, con una trama che si dissolve nella polvere di un avamposto di una incerta frontiera ai margini di un deserto senza nome, forma e speranza. E nella polvere assolata che fluttua in sospensione e riempie l’aria del villaggio, l’insensatezza di un mondo che ha perso anche l’ansia dell’attesa viene sconvolta dalle pratiche di una guarnigione di militari in guerra con i barbari, le scure e impalpabili presenze del deserto, la minaccia ancestrale e indefinita.

Tutto ruota attorno al personaggio del magistrato: il sonnolento torpore dell’amministrazione coloniale adagiato sul ventre della donna indigena resa concubina, poi squarciato dalla violenza degli armati.

La polvere si alza durante le torture che vengono inflitte al magistrato sulla pubblica piazza. Umiliato, colpito, frustato, reso un grumo di respiro che si contorce. La violenza subita è raccontata in prima persona e si avvolge di un mantello di delirio, selvaggia ma densa di pensieri, il dolore corporale è un canovaccio per un’epica solitaria, l’insensatezza della violenza segnala solo la paura dell’ignoto.

Coetzee scrive un libro aspro, una storia di deserti sterili dai quali soffia un vento che porta echi ignoti e per questo temuti, descrive l’orizzonte dello spirito, Coetzee, un’orizzonte vicino, chiuso, opprimente e stolto. Nello sguardo degli uomini, proiettato nel deserto del futuro, non risplendono stelle e non si intrecciano speranze, ma si accavallano paure e rancori, ombre informi e rantoli di vomito, e violenza, una violenza cieca perché senza altro scopo se non quello di zittire le voci che negano che dal deserto arrivi quel respiro temibile e fosco.
Gli uomini vogliono avere quel deserto negli occhi e respirare quell’alito fetido, vogliono fremere di paura e scatenare la propria violenza non più rinunciabile.

Come tutti, o molti, anche il magistrato cerca un sollievo incerto nel calore del corpo, nella finzione del sesso, nello sforzo di ritualizzare la tenerezza. La donna barbara che si infila nel suo letto, sfigurata dai militari, rappresenta la rivolta interiore del magistrato e la sua consapevole disgrazia.
È dolce scivolare nel disfacimento, sentire l’approssimarsi della fine, immaginare il dolore incombente. Il magistrato sente tutto questo, come vede la tempesta di ghiaccio e sassi avvicinarsi dal deserto. Passerà anche quella, ma mentre infuria si può solo rimanere raggomitolati in un anfratto ed essere prostrati dal turbinio e dal ruggito degli eventi.
Così, pare dire Coetzee, va la vita, la società e la storia vista dall’avamposto dove un giorno, senza ragioni evidenti, ci si ritrova.

Quando guardo il suo corpo nudo e poi il mio non riesco a credere di aver immaginato, un tempo, la forma umana come un fiore che s’irradiasse da un seme nei lombi. Questi nostri corpi, il suo e il mio, sono diffusi, gassosi, senza centro, per un momento si avvitano in un vortice, poi si raggelano, pulsano altrove; ma spesso sono anche piatti, vuoti. Non so che fare con lei, non più di quanto una nuvola in cielo sappia che fare con un’altra nuvola.

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Questa voce è stata pubblicata il 4 ottobre 2014 da in Autori, Coetzee, J. M., Editori, Einaudi con tag , , , , .

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