2000battute

«Appartengo a una generazione disgraziata a cavallo fra i vecchi tempi ed i nuovi, e che si trova a disagio in tutti e due. Per di più, come lei non avrà potuto fare a meno di accorgersi, sono privo d’illusioni.» –Tomasi di Lampedusa

Prendila così – Joan Didion

prendila cosi

PRENDILA COSÌ
Joan Didion
Traduzione di Adriana Dell’Orto
Il Saggiatore 2014

Joan Didion non la conoscevo e mi pare che non sia una che tolleri di passare inosservata, mi pare, detto superficialmente. A dirla proprio tutta, mi pare una che ami proprio farsi notare, ma in un modo particolare, o forse non proprio particolare, ma almeno diciamo connotato da una certa secchezza di modi che la rendono quasi imperiosamente volgare pur riuscendo a mantenere un aplomb perfettamente autocontrollato, tipico di quelle donne che quando allungano la mano per stringertela non si tolgono il guanto di pelle e che tendono, in età avanzata, inevitabilmente ad assumere un aspetto segaligno – non ho idea di che aspetto abbia Joan Didion – un po’ come quelli che somigliano ai loro cani oppure i loro cani somigliano a loro, nessuno l’ha mai appurato con certezza e ugualmente quelle come Joan Didion, a me pare, certamente sbagliando, tendono ad assumere l’aspetto fisico della loro prosa, a meno che non sia la loro prosa a somigliare al loro aspetto fisico, ma per quest’ultima ipotesi bisognerebbe conoscere l’aspetto fisico di Joan Didion, cosa che, come detto poc’anzi, io non conosco, quindi ipotizzo soltanto per darmi ragione da solo.

Certamente la prosa di Joan Didion colpisce. Inevitabilmente il sesso ha un’importanza decisiva. Non giriamoci attorno. Colpisce perché è una donna a scrivere in quel modo. Antifemminile sebbene direi non femminista, ma vai tu a sapere se lo sia o non lo sia e in fondo a me non importa nemmeno molto e nemmeno poco. Scrive usando la punta acuminata e affilata di un bisturi. Scrive tracciando sottili incisioni, non spalmando inchiostro su un foglio come fa la gente normale. Scrive in modo barbaro, primitivo, incidendo rune o cunei o lingue inconosciute (mi piaceva dire ‘inconosciute’, lasciatemi fare che tanto capite lo stesso). Frasi brevi che non vogliono descrivere una scena o ambientarla o altro, ma solo fotografarla. Joan Didion mi chiedo perché non faccia la fotografa invece della scrittrice, non che non sia brava a scrivere, lo è e pure molto, ma forse lo sarebbe stata anche di più con la macchina fotografica. Ma chissà.

Joan Didion scrive in un modo che si capisce che cerca continuamente di toglierti la sedia da sotto al culo. Ci prova continuamente, con l’aria di quella a cui però non gliene frega niente se cadi o non cadi. Lo fa e basta, come se in quel momento l’unica salvezza dalla morte per inedia o per disidratazione fosse cercare di toglierti la sedia da sotto al culo. Sono parecchie le donne che fanno così, lo dico a chi non se ne era accorto. Lei scrive così, molte lo fanno sul serio, o forse fingono di farlo perché l’hanno letto da quelle che lo scrivono. Chissà, vai te a sapere.

Maria compilò una lista delle cose che non avrebbe mai fatto. Non avrebbe mai: attraversato da sola dopo mezzanotte le sale del Sands o del Caesar’s. Non avrebbe mai: scopato a una festa, fatto cose sadomaso a meno che non ne avesse avuto proprio voglia, preso in prestito pellicce da Abe Lipsey, spacciato droga. Non avrebbe mai: portato a spasso uno Yorkshire per Beverly Hills.

Questa Maria – pronunciato Mar-ai-a – è la sua protagonista, l’antieroina, un’attricetta hollywoodiana che viene mollata dal marito famoso regista dopo che rimane incinta dell’amico di lui e di lei, e collega di lui e marito dell’amica di lei e anche amante del marito dell’attricetta Maria, ma non formalizziamoci perché in questa storia tutti scopano con tutti ed è una cosa normale, ma non rimanere incinta, pare, comunque viene mollata, abortisce e precipita nell’alienazione in preda ad allucinazioni, abuso di farmaci, altre scopate a destra e a manca, depressione eccetera, compreso un disastro finale.

La scena segue Maria mentre vaga avanti e indietro per le autostrade di Los Angeles come sorta di sedativo per la sua rovina mentale, e poi tra la casa hollywoodiana e infami motel, tra Los Angeles e il deserto, tra il deserto e Las Vegas, serpenti a sonagli e adescatori cinematografici in agguato, le scene sono polaroid bruciate di luoghi che si ripetono, ipnotiche nella sequenza che descrive la mente in frantumi di Maria, confusa e confondente, mentre sullo sfondo va il rap della scrittura della Didion, secca come un bastone sbattuto sul cemento, da vecchia segaligna post-punk travestita da mormone, da regina dei salotti eroinomane, da scrittrice sadomaso che impugna il suo bisturi e incide brevi ferite seguendo una linea conosciuta solo dalle sue presunzioni.

Una volta facevo anch’io domande, ma poi ho avuto la risposta: niente.

8 commenti su “Prendila così – Joan Didion

  1. Marina Romanò
    4 ottobre 2015

    “Voglio dire, forse avevo tutti gli assi nella manica, ma a che gioco giocavo?”, così si chiude il monologo iniziale di Maria.
    “ So che cosa significa ‘nulla’, eppure continuo a giocare. Perché, direbbe BZ. Perché no, dico io” e così termina il libro, riallacciandosi al tema del gioco.
    Il titolo Prendila così, traduzione di Play As It Lays, non rende l’idea di fondo che la vita è come il gioco del poker e che uno deve giocare con le carte che ha in mano; queste carte si possono giocare bene o male, ma a volte la scelta è obbligata perché si è troppo fragili per poter scegliere e ci si lascia schiacciare dal peso di una vita fatta di solitudine e infelicità alle quali si tenta di sopperire con droghe, psicofarmaci, – BZ, le iniziali di uno dei protagonisti che alla fine si impasticca e suicida sta forse per benzodiazepine? – ,lunghi viaggi in macchina senza senso e senza una destinazione precisa, nella polvere e nel caldo del deserto californiano per stordirsi e non pensare. Fare sesso e ubriacarsi di gin. Finora avevo letto solo i suoi due libri autobiografici che sono stati scritti 35 anni dopo questo. Il suo stile è sempre lucido, asciutto e struggente. Una grande desolazione, una profonda inquietudine, lo strazio esistenziale, una più o meno sottile violenza a tutti i livelli, psicologici e fisici e tra tutti i diversi ceti sociali – anche se qui prende di mira in particolare un certo star system hollywoodiano fintamente dorato, cinico e opportunista -, un senso di solitaria pazzia, di continui tradimenti e bassi compromessi, ma soprattutto di morte pervadono ciascun frammento del romanzo scandito in 84 scene. L’America degli anni ‘70, la perdita di un sogno, lo svanire di una speranza. Eppure Maria che si pronuncia Mar-ai-a, pur trovandosi rinchiusa in un ospedale psichiatrico, continua a giocare in questa vita con la speranza di riunirsi alla figlioletta Kate, a sua volta rinchiusa in un istituto perché ha la colonna vertebrale rammollita e reazioni chimiche aberranti nel cervello.
    Secondo me, Marco, sei stato troppo severo con Joan Didion. Dalle un’altra chance, perché è bravissima. Non te ne pentirai, ne sono certa!

    • 2000battute
      4 ottobre 2015

      sono stato severo perché da questi scrittori e scrittrici americani continuo a sentire le stesse frasi, descritte le stesse scene, gli stessi sentimenti, emozioni, la stessa desolazione ripetuta migliaia di volte sempre uguale, come un lamento greco o una supplica cristiana, per questo mi sembra tutto una grande messinscena, un episodio della saga americana che le reti trasmettono per ogni festività di Natale, un quarto d’ora di Truman Show, ripetuto, codificato, trascritto su un manuale stampato e consegnato a tutti questi Scrittori Americani che da bravi americani applicano fedelmente, quanto scritto, inclusi i sorrisi finti e le finte domande sulla salute tua e della tua famiglia. ma le darò sicuramente un’altra chance perché hai ragione è senz’altro bravissima.

    • Marina Romanò
      4 ottobre 2015

      Leggi Blue Nights e poi fammi sapere. Gli autori americani contemporanei li conosco poco. Franzen l’ho trovato anch’io noiosissimo e l’ho mollato a metà. Ho amato molto Pastorale americana di Roth, un libro che anni fa mi ha “parlato”, ricordo che mi erano piaciuto molto Vedova per un anno di Irving e alcuni libri di Paul Auster come Il Leviatano, Esperimento di verità e il racconto Smoke da cui è tratto il bellissimo film che termina con la canzone struggente di Tom Waits. Da vedere assolutamente se te lo sei perso vista la tua giovane età:-))

    • 2000battute
      5 ottobre 2015

      Leggerò Blue Nights. Pastorale americana ce l’ho da anni, sta là, so che andrebbe letto, prima o poi, se ci sarà il tempo. Auster lo lessi molto e appassionatamente per un periodo diversi anni fa, poi mi stancò. Smoke l’ho visto 2 volte, se rinasco vorrei reincarnarmi in Tom Waits e sono un finto giovane. :)

  2. 2000battute
    11 gennaio 2015

    Bello, molto dolce e triste

  3. Marina Romanò
    10 gennaio 2015

    Forse è vero che Joan Didion non ama passare inosservata, infatti, a 80 anni è il nuovo volto della campagna pubblicitaria di Céline, la famosa casa di moda francese. Ma il suo non è volto rifatto, né ritoccato; è un volto senza tempo o che racchiude in sé tutto il tempo, quello che in fondo è solo un’illusione, quello che per lei si è fermato nell’attimo in cui, alla vigilia di Capodanno del 2003, il marito, col quale ha diviso 40 anni di vita e di lavoro, muore per un infarto. E muore al ritorno da una visita che entrambi avevano fatto all’amatissima e unica figlia Quintana ricoverata in ospedale per una polmonite con conseguente shock settico che la porterà alla morte da lì a poco. Anni fa ho letto e amato il suo libro L’anno del pensiero magico. Aplomb perfettamente controllato? Si, anche in quelle pagine disperate, la sua disperazione non è mai urlata, ma così intima, tragica e contraddittoria, seppur ricca di belle immagini amorose lievi e luminose, che credo possa essere capita solo da chi è passato attraverso un’esperienza analoga: è angoscia pura, è un dibattersi continuo tra la vita e la morte, cercando di capire l’una e non farsi sopraffare dall’altra. Un’amica vedova mi ha confessato un giorno che neppure lei, come la Didion, riesce a dare via le scarpe del marito, perché pensa sempre che potrebbe tornare a camminare al suo fianco, e, in quel caso, non vuole che debba trovarsi a camminare scalzo.

    • 2000battute
      10 gennaio 2015

      Grazie. Leggerò sicuramente L’anno del pensiero magico.
      In questo libro, però, non direi che la Didion usa “belle immagini amorose lievi e luminose”, anzi tutto l’opposto, usa immagini squallide turpi disperate e bruciate. Con grande freddezza, quasi cinica come può esserlo un chirurgo.

    • Marina Romanò
      10 gennaio 2015

      L’anno del pensiero magico termina così:

      “Penso a quando entravo con lui (si riferisce al marito) nella caverna di Portuguese Bend,all’acqua limpida che saliva, a come cambiava, alla velocità e alla forza che prendeva quando passava nelle strettoie tra gli scogli ai piedi del promontorio. La marea doveva essere proprio al punto giusto. Noi dovevamo essere in acqua nel preciso momento in cui la marea era al punto giusto. Nei due anni che abitammo là potevamo averlo fatto solo una mezza dozzine di volte al massimo, ma è ciò che ricordo. Ogni volta che lo facevamo avevo paura di perdere il momento giusto della marea, di restare indietro, di sbagliare il tempo. John mai. Dovevi sentirla cambiare, la marea. E dovevi abbandonarti al cambiamento. Me lo disse lui.”

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Questa voce è stata pubblicata il 10 gennaio 2015 da in Autori, Didion, Joan, Editori, Il Saggiatore con tag , , , .

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