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«Appartengo a una generazione disgraziata a cavallo fra i vecchi tempi ed i nuovi, e che si trova a disagio in tutti e due. Per di più, come lei non avrà potuto fare a meno di accorgersi, sono privo d’illusioni.» –Tomasi di Lampedusa

Il soccombente – Thomas Bernhard

 

il soccombente

IL SOCCOMBENTE
Thomas Bernhard
Traduzione di Renata Colorni
Adelphi 1985

È tale la grandezza che percepisco nel rileggere Bernhard che mi chiedo se non sia la grandezza di un epilogo tragico quella che mi sembra riconoscere. Di certo non fu come un epilogo che percepii Il soccombente quando lo lessi venti e passa anni fa. Ricordo lo stupore. Non era il primo libro di Bernhard che leggevo, forse il secondo o il terzo al massimo, ma già era bastato per inspirare la scrittura di Bernhard. Inalarla, come un fumo d’oppio. Basta una pagina, o un paragrafo, basta un tipico paragrafo scritto con il suo stile inimitabile per rimanere folgorati. Si diventa dipendenti da Bernhard. E io già lo ero divenuto quando lessi Il soccombente. Eppure è proprio lo stupore che ricordo distintamente. Ero sbalordito. Ricordo che scoprivo in queste pagine il nome di Glenn Gould. Naturalmente è stato dopo la lettura de Il soccombente che ho ascoltato per la prima volta le Variazioni Goldberg e L’Arte della Fuga suonate da Gould e, come mi capita sovente per un tratto maniacale del mio carattere, penso, non le ho solo ascoltate, ma le ho riascoltate ossessivamente un numero eccessivo di volte. Fino a esaurire le forze. Poi basta. Non ricordo di averle mai più sentite da allora. Ho ascoltato spesso Bach,  ma mai più né le Variazioni GoldbergL’Arte della Fuga. Non le riconoscerei, penso. Mentre ho riconosciuto immediatamente Il soccombente, credo di averlo addirittura sognato più volte, questa storia che però non è una storia, nemmeno un incubo, o un delirio, forse un delirio lo è, l’ennesimo soliloquio bernhardiano nel quale le ripetizioni scandiscono il ritmo, scandiscono il passo dell’ossessione che si dipana, tutto è ossessione e ripetizione, mai cantilena però; imperativo, ossessione imperativa, quella di Bernhard.

Un suicidio lungamente premedi-
tato, pensai, non un atto repenti-
no di disperazione.

Anche Glenn Gould, il nostro amico e il più importante virtuoso del pianoforte di questo secolo, è arrivato soltanto a cinquantun anni, pensai mentre entravo nella locanda.
Solo che non si è tolto la vita come Wertheimer, ma è morto, come si suol dire, di morte naturale.

Inizia così il soccombente, con un’epigrafe che svela un pensiero inconfessato e un incipit che disegna la cornice della narrazione: due morti ossessionati e un terzo, il narratore, altrettanto ossessivo. Morte e ossessione. Questo è Il soccombente, come molti dei libri di Bernhard.

Gould e  Wertheimer sono i poli estremi della scala tonale: uno il genio incomparabile, l’altro il soccombente. Colui che è nato per soccombere per mano del genio, solo per il fatto che il genio esiste. Solo per aver ascoltato una volta suonare il genio. Una volta, fuori da una porta, e la sua natura di vittima è stata indisputabile.

Ma non è solo questo Il soccombente. È una terza voce, anzi, è un’unica voce di una terza persona oltre a Glenn Gould e Wertheimer. Il terzo innominato, la voce narrante e il compagno di studi musicali di Gould e Wertheimer a Salisburgo. Il sopravvissuto, si potrebbe anche dire. O colui non morto solo grazie alla rinuncia violenta alla musica. Chi ha dedicato tutto alla musica è morto. Chi ha soppresso l’amore per l’espressione artistica e creativa in un impeto autodistruttivo è vivo. Questo sembra dire.
Creazione/Arte – Morte.
Soppressione dell’Arte/Assenza di Creazione – Non Morte.
Bernhard come sempre avvolge il senso del visibile in spire che si stringono. Ferocemente ci sorride. Incessante scolpisce il testo frase dopo frase in una roccia gelata, martella impietoso i concetti incastonando a forza le immagini. Ripete con ferocia, come sempre. Bernhard non deve mai cercare di essere diverso da se stesso. Non può essere che un’unica voce, ossessiva, feroce, acuminata, di una pulizia formale che incute timore. La sua musicalità divina ipnotizza. Quel martellare diventa un canto, si fa necessità e ci dà piacere. Lo si cerca, ci si lascia inebriare, la roccia scabra delle frasi scortica l’epidermide esterna e infonde vita alla linfa profonda. Bernhard è un grande musicista delle parole.

Wertheimer insomma si era innamorato, o addirittura era rimasto ammaliato dal proprio fallimento, pensai, e in questo fallimento si era incaponito fino alla fine. In effetti potrei dire perfino che pur essendo certamente infelice nella sua infelicità, sarebbe stato ancora più infelice se dall’oggi al domani avesse smarrito la sua infelicità, se questa da un momento all’altro gli fosse stata sottratta, il che dimostrerebbe ancora una volta che in fondo Wertheimer non è stato infelice, ma anzi felice, sia pure con la sua infelicità e a causa di essa, pensai. In verità sono molte le persone che proprio perché profondamente immerse nella loro infelicità, in fondo sono felici, pensai, e dissi a me stesso che forse Wertheimer è stato davvero felice perché della propria infelicità è stato consapevole in ogni momento e di essa si è potuto rallegrare.

Voglio tornare sull’impressione di grandezza dovuta a un epilogo tragico. Una maestosità che non verrà più eguagliata. L’ultima grande scena prima che le luci del palcoscenico si spengano. A questo penso mentre rileggo Bernhard: al tempo che non ritorna e con lui ai tesori che un giorno quello ha portato. Berhard riuscì a coniugare con perfezione irreale la bellezza dell’arte che affonda le radici nella storia della letteratura con la rimozione di quella stessa bellezza che si stava compiendo come sacrificio per sopravvivere nella modernità. Da qui la furia, il gelo, la musicalità, la follia e la bellezza impareggiabile dei suoi testi.

La storia di Gould e di Wertheimer è una metafora della nostra epoca; la voce narrante, il terzo innominato, il compagno che per sopravvivere ha sradicato la musica dalla propria vita, ha infierito sul prezioso pianoforte e alla fine, nel momento di raccontare questa storia, si è svelato essere ancora più folle, più crudele e più ossessivo dei due compagni morti, quella voce è la nostra, i sopravvissuti rimasti a leggere la storia de Il soccombente.

Ecco l’epilogo tragico che sento davanti all’immenso, meraviglioso, angosciante Bernhard.

Tempo di riascoltare dopo tanti anni il pianoforte e il mormorio di Gould. Ora silenzio.

4 commenti su “Il soccombente – Thomas Bernhard

  1. Marina Romanò
    23 settembre 2015

    ahah, stimolare a non fare una cosa: si vede che non sono una letterata. Speriamo che la nostra traduttrice preferita non se ne accorga!

  2. Marina Romanò
    23 settembre 2015

    Si, dopo un libro come Il soccombente, silenzio. Un silenzio che racchiude con il furore della magnifica scrittura di Bernhardt tutta la miseria umana, l’impossibilità di raggiungere la perfezione. Siamo umani e quindi imperfetti. L’impossibilità per la maggior parte di noi di accettare questa umana imperfezione.
    I soccombenti sono sicuramente due e poi c’è un naufrago, l’io narrante.
    I primi due capitolano, con modalità differenti, di fronte all’arte e alla vita.
    Glenn Gould, che suona in modo sublime le variazioni Goldberg, si trasforma in un pianoforte, una specie di macchina con tasti e pedali che emette i suoni di Bach in modo ripetitivo e ossessivo. Tutto il suo essere corre, corre sui tasti del pianoforte fin quando gli manca il respiro e gli viene un ictus. Fine delle variazioni Goldberg dal vivo.
    Wertheimer e l’io narrante, due virtuosi del pianoforte, si rendono conto dal primo incontro con il genio musicale di Gould che non arriveranno mai a suonare come lui, saranno sempre dei dilettanti. Wertheimer sente il peso del giudizio sprezzante di Gould nei suoi confronti che lo definisce un fallito, si chiude nella sua frustrazione, e nella solitudine del suo egoismo tormenta la sorella per tutta la vita, fin quando si suicida alla stessa età di quando muore Glenn Gould.
    Quindi corretta l’equazione: Creazione/Arte – Morte.
    Forse non sono così d’accordo sull’altra equazione: Soppressione dell’Arte/Assenza di Creazione – Non Morte
    L’io narrante, il sopravvissuto, nel suo lungo monologo, fatto di lucide riflessioni sulla disperazione e sull’infelicità dell’essere umano, perché ogni felicità si accompagna a una infelicità, ci dice che è importante capire che è sufficiente essere l’artista di se stessi, perché questo concetto racchiude tutto ciò che può rendere felice qualsiasi persona lungimirante. Non necessariamente dobbiamo essere dei geni per poter essere e per poterci riconoscere come essere unici al mondo.

    • 2000battute
      23 settembre 2015

      grazie Marina

    • Marina Romanò
      23 settembre 2015

      Con le tue belle, appassionate e appassionanti recensioni, mi stimoli a non abbandonare subito un libro letto, dandomi l’opportunità di soffermarmi sui vari pensieri e intuizioni che mi attraversano mentre leggo e che rischiano di svaporare e svanire nel nulla. Scrivendoli e condividendoli mi pare di riuscire a fissarmeli meglio. Quindi, grazie a te:-))

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Questa voce è stata pubblicata il 19 settembre 2015 da in Adelphi, Autori, Bernhard, Thomas, Editori con tag , , , .

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