2000battute

«Appartengo a una generazione disgraziata a cavallo fra i vecchi tempi ed i nuovi, e che si trova a disagio in tutti e due. Per di più, come lei non avrà potuto fare a meno di accorgersi, sono privo d’illusioni.» –Tomasi di Lampedusa

Ragioni per vivere – Amy Hempel

ragioni per vivere

RAGIONI PER VIVERE – Tutti i racconti
Amy Hempel
Traduzione di Silvia Pareschi
Mondadori 2009

Raccolta completa dei racconti di Amy Hempel, scrittrice americana di grande talento nell’arte del racconto letterario americano. È grazie a lei che ho finalmente capito, almeno credo, almeno fino all’arrivo del prossimo Grande Dubbio, il motivo per cui io gli scrittori americani contemporanei riesco ad assimilarli solo a dosi ridotte e con travaglio. Oppure me ne dimentico ancor prima di aver girato la copertina.

Prima di iniziare la spiegazione di questo rapporto aspro, vi do un assaggio della scrittura formalmente impeccabile della Hempel e del suo stile californiano che si intossica con metodo scientifico e cerca l’anima seguendo le strisce sull’asfalto. Così inizia il racconto La notte della piscina, dalla raccolta che dà il titolo al volume, Ragioni per vivere:

Questa volta è successo col fuoco. Proprio com’era già successo, quella volta che è successo con l’acqua. Qualcuno stava perdendo tutto – per colpa dell’acqua, o del fuoco – e non faceva nulla per impedirlo.
Forse io non stavo perdendo tutto. Ma non cercavo di salvare niente. Per questo è come la prima volta. Hanno dovuto portarmi fuori di casa, e non perché non trovassi la strada in mezzo al fumo.
La prima volta nessuno disse alcunché. Oppure parlavamo di tutto tranne che di quello. Erano passati ventotto anni da quando il fiume era uscito dagli argini, da quando un’alluvione aveva fatto straripare il bacino idrico e spazzato via le case della gente.
Guardammo arrivare l’acqua, quando arrivò. In piena notte, tutto il quartiere uscì nel patio a vederla avanzare. Un lampo simile a una luce stroboscopica esplodeva sul terreno ogni volta che i detriti trascinati dall’acqua spezzavano un traliccio dell’alta tensione. Quando i cavi toccavano l’acqua, quella parte della città si anneriva. Ecco cosa guardavamo: la città che si oscurava lungo il percorso dell’alluvione.
Non avrebbe dovuto raggiungerci.
E poi ci raggiunse.

Questo è un estratto tipico della prosa di Amy Hempel, tradotta con gran classe da Silvia Pareschi. Perfetta nell’essenzialità della forma, raggiunge l’obiettivo della stilizzazione. Implacabile nella smorfia di disgusto che ostenta ad ogni aggettivo, e rinforza con la punteggiatura. La punteggiatura è disgusto e rigore formale. Hampel è laconica nell’eccesso verbale: una evidente contraddizione. Lo è, per scelta. Stile che si insinua nello stomaco d’America e là inizia ad estrarne il contenuto, con abilità magistrale. La capacità scenica e quella pittorica della Hempel sono allenate meticolosamente; sa riconoscere le decine di sfumature che può assumere un escremento o un volto avvizzito. Scrittrice quindi di talento prezioso e cavallo di razza della scuderia dei californiani. In America esistono almeno tre scuderie di scrittori: quelli della costa Est, i bostoniani, i newyorkesi, gli ultraurbanizzati di tradizione wasp ed ebraica; poi ci sono quelli delle praterie o dei campi di mais del Midwest, ovvero gli scrittori della provincia, i nipoti tossicomani di quelli che un tempo furono scrittori della frontiera e infine esistono gli scrittori della costa Ovest, i californiani, sempre stretti tra il muro dell’Oceano e la fuga nel deserto, quelli della vita che va svuotata in un cesso di un McDonald’s.
Ho generalizzato e personalizzato. Ognuno se le adatti a modo suo le categorie, che l’assoluto categorico è ormai passato di moda da qualche generazione.

Ultimo dettaglio che faccio rotolare sul tavolo prima di dilungarmi nella discussione di faccende personali riguarda la forma ricapitolativa di questo volume che abbraccia l’intera opera della Hempel. È composto da quattro raccolte di racconti: Ragioni per vivere (1985), Alle porte del regno animale (1990), Rientrata (1997) e Il cane del matrimonio (2005). Vent’anni di produzione letteraria in un colpo solo. Non sto a contare il numero dei racconti; sono tanti perché di solito molto brevi. Delle parabole nevrotiche. Una lettura che induce ipnotismo per l’incessante scansione dei racconti con il loro carico di fobie, una processione profana nel disagio esistenziale guidata dalla voce da sacerdotessa della Hempel. Uno sforzo probabilmente incongruo; meglio sarebbe – e questo è l’unico timido consiglio che vi do – interrompere la lettura ad ogni singola raccolta, dedicarsi ad altro, leggere russi ubriachi o francesi supponenti e poi ritornare per una nuova digestione della Hempel.

DISGUSTO

Io non l’ho fatto. Ho seguito il percorso della processione di Santa Hempel senza soste e la cadenza martellante della litania mi ha trasportato in uno stato lisergico-meditativo nel quale ho visto con chiarezza la risposta alla domanda che mi ha inseguito per tanti anni: Perché questi scrittori americani contemporanei, a partire da David Foster Wallace in poi, proprio da lui, il grande DFW, l’anello di congiunzione tra la grande tradizione letteraria americana novecentesca e il modernismo letterario industrializzato duemillenarista, nonostante mi sforzi di leggerli e di apprezzarli, nonostante ci provi con sincerità, io non riesco a non provare disgusto?

Amy Hempel, senza dubbio una delle migliori scrittrici contemporanee, una stupenda scrittrice di racconti, mi ha mostrato le radici del mio disgusto. Forse. C’entra il biliardo. La Hempel non ha mai accennato al biliardo e io non c’ho mai giocato. O quasi. Al gioco del biliardo ci ho giocato furiosamente sull’iPhone intervallando brevemente – troppo brevemente, come dicevo prima – i racconti di Amy Hempel. Facevo una tirata di racconti e una tirata di partite a biliardo 8-ball. Alla fine sono diventato piuttosto bravo, con colpi anche a due sponde, e ho capito qual è il motivo del mio disgusto: i due, il biliardo e i racconti di Amy Hempel, hanno la stessa natura e io in quel modo riuscivo a staccarmi da uno e dall’altro continuando a nutrirmi della stessa sostanza. Se comprendo il biliardo, mi sono detto, comprendo il disgusto per gli epigoni di DFW, per i modernisti americani contemporanei. Mi ci è voluto un po’ per arrivarci, ma questo è il meglio che sono riuscito a fare.

IL BILIARDO

Rifletteteci e tollerate l’imperativo. Il biliardo non è uno sport ma un gioco. Più simile agli scacchi e ai giochi di carte che al tiro al piattello o al lancio del giavellotto. Eppure, è l’unico tra i giochi da sala o da tavolo, che prevede una manualità sofisticata e un delicato controllo del corpo e dei movimenti (il bowling è fuori questione, roba da redneck bifolchi non da fini intellettuali problematici). Un giocatore di biliardo deve possedere la concentrazione di un arciere e l’equilibrio di un danzatore. Come molti giochi da sala, il biliardo è ritualizzato, notturno e vizioso. L’opposto della natura salubre tipica degli sport. I giocatori si aggirano con movenze felpate quando studiano il colpo, hanno atteggiamenti sornioni. C’è una componente narcisista innegabile. Innegabile è pure la componente sessuale del biliardo, gioco da uomini e gioco di potere. I giocatori si chinano per scrutare traiettorie circondati dall’ombra del vizio e da occhi cinici che li fissano. Inclusi quelli dell’avversario immobile in un angolo buio, chiuso nei suoi pensieri inaccessibili, impenetrabile nelle emozioni come un giocatore di poker. Inclusi nel pubblico ci sono anche gli occhi della femmina provocante, languida come un trofeo. I giocatori maneggiano la stecca con grazia e rispetto, talvolta la accarezzano prima di ingessarne la punta fallica. Poi si abbassano per prendere la mira, in certe occasioni devono addossarsi al tavolo, quasi distendercisi sopra oppure maneggiare la stecca in modo acrobatico, per trovare l’angolazione indispensabile. Mimano sempre il colpo molte volte. Sempre lo fanno. Molte più volte del necessario, il giusto per far salire la tensione nel pubblico, per essere enfatico. L’enfasi del colpo di stecca, un rito pagano su un altare simbolico. Il giocatore di biliardo non deve mai perdere la concentrazione. Se lo fa è spacciato. Come uno scacchista, ogni colpo sbagliato può essere fatale. Anche il più semplice, deve essere affrontato con rispetto, quasi con timore ma senza lasciarsi intimorire, perché l’errore è una belva pronta ad azzannare alla gola sia gli imprudenti che i pavidi. Finalmente il giocatore scocca il colpo: serafica, impalpabile, la biglia candida si muove immobile, colpisce producendo uno schiocco secco e una biglia numerata fila irreale verso la buca. Se il colpo è andato a segno il giocatore ricomincia da capo, serafico, altrimenti si ritira nell’ombra, scompare e l’avversario conquista la luce. Il gioco del biliardo va praticato in sale buie, necessariamente, mai alla luce del giorno. L’ingresso e l’uscita del giocatore dal globo di luce che illumina il tavolo è indispensabile. Fa parte del rito. È parte della danza. Il gioco del biliardo è una danza sacrificale, viziosa e sensuale, rituale e notturna. Il biliardo è un tango.

Ma il biliardo non è improvvisazione. È tecnica limata da migliaia di partite, infiniti colpi giocati, infiniti schiocchi e biglie che filano, e ancor più traiettorie studiate ed equilibri trovati per collocare il proprio corpo nella giusta posizione, prima di ogni colpo. Il gioco del biliardo, come lo sono gli scacchi, ed anche il tennis, è gioco di ripetizioni infinite. Si ripetono geometrie, angoli, disposizioni di biglie come di pezzi. Si ripetono aperture e traiettorie. Le biglie sul tavolo, come i pezzi sulla scacchiera, si fermano là dove molte altre volte, in altre partite, si erano fermate. Il giocatore di biliardo vive di dejà vu e il corpo allenato ricorda come aveva disposto gli arti e i pesi, piegato le articolazioni e rallentato il respiro quando, di fronte alla stessa traiettoria aveva scoccato il colpo. Non ricrea ogni volta il colpo come fosse la prima volta, ma cerca di ripetere l’analogo colpo registrato in una memoria che riemerge. La componente rituale e ripetitiva diventa tattica vincente. Il giocatore di biliardo riconosce la ripetizione di schemi di gioco, riconosce la mano del caso che ripete se stessa. Emerge un format.

SCRITTORI DEL FORMAT

Il gioco del biliardo è ipnotico e provoca assuefazione perché impone un format riconoscibile all’inesplicabilità del caso, con la ripetizione del vissuto in forma di litania allenta i nodi della coscienza, induce stati di alienazione e si autosostiene, fino alla crisi, al crollo, alla perdita di coscienza.
UN FORMAT. Come per le serie televisive di successo, i desideri compulsivi o le mode che tracimano in comportamenti collettivi. La possibilità di ripetere le scelte del caso è oppio per la mente e l’intestino.

Con i racconti di Amy Hempel succede la stessa cosa. Emerge un format dalla ritualizzazione dello svuotamento dell’anima e dall’assunzione di sostanze tossiche, dalle strade californiane e dalla violenza del deserto. Il talento bruciante, la forma impeccabile, la furia impassibile, l’immaginazione strabiliante e la costruzione letteraria minuziosa frutto delle moderne tecniche di Ingegneria della Scrittura Creativa, tutto si scatena in una processione di figure retoriche, di geometrie letterarie e di traiettorie di storie. È un caos creativo come lo è la disposizione delle biglie su un tavolo. Ma da quel caos dopo poco si riconoscono strutture, geometrie, traiettorie e i racconti si leggono come il giocatore di biliardo studia ogni colpo: con la memoria di analoghe geometrie, traiettorie e strutture deve ricreare un equilibrio dalla casualità.

Amy Hempel, e questa stirpe di scrittori americani, si leggono riconoscendo le parti di un rito attraverso le sue pratiche scaramantiche. Sono i componenti del format della vita americana che si riverbera nella scrittura di questi scrittori condannati all’impersonalità, come fossero gli anonimi praticanti di un saggio di scrittura collettiva. I loro pezzi narrativi sono le scene tagliate dal Truman Show, che è davvero una buona sintesi dell’America, e gli scrittori del format continuano ossessivamente a riscoprire questa verità inconfessata. Sono loro stessi parte del Truman Show nel quale annaspano e al quale si conformano. Da questo nasce il mio disgusto. Continuerò a leggerli, ma mi disgustano. Come mi disgustano il biliardo o gli scacchi. Mi disgustano perché non sfuggono mai alla propria coscienza americana, perché creano storie solo dalle scene tagliate della Grande Finzione della vita sociale, per essere loro stessi diventati parti essenziali di una Ancor Più Grande Finzione, per aver affinato l’arte di scarnificare una scena ma non tanto da impedire una rapida guarigione e dare il via alla successiva scarnificazione, in un’eterna pantomima di scarnificazione-guarigione. Io vi odio per essere scrittori del format. Ma continuerò a leggervi. E comunque questi racconti di Amy Hempel vanno tra i miei imperdibili.

(Lo so, non state neanche a dirmelo)

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Questa voce è stata pubblicata il 3 ottobre 2015 da in Autori, Editori, Hempel, Amy, Mondadori con tag , , , , .

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