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«Appartengo a una generazione disgraziata a cavallo fra i vecchi tempi ed i nuovi, e che si trova a disagio in tutti e due. Per di più, come lei non avrà potuto fare a meno di accorgersi, sono privo d’illusioni.» –Tomasi di Lampedusa

La stanza di Rodinsky – Rachel Lichtenstein, Iain Sinclair

stanza di rodinsky

LA STANZA DI RODINSKY
Rachel Lichtenstein, Iain Sinclair
Traduzione di Marco Rossari
Nutrimenti 2011

Sono mesi da che ho iniziato a leggere questo libro e mesi da che l’ho finito e per tutto questo tempo l’ho tenuto in bella vista, ostentandone la presenza e continuando a ritornarci col pensiero. Che libro è questo? Cosa significa la storia della stanza di Rodinsky? Perché Rachel Lichtenstein e Iain Sinclair lo hanno scritto? Cosa vogliono dire? Soprattutto Iain Sinclair, perché interviene, perché le due voci che si alternano, canto e controcanto?

rodinskys_press_listing_1La stanza di Rodinsky è uno dei libri più misteriosi che mi ricordi di aver letto. È una biografia, è un flusso di coscienza, è storia di un angolo di Londra, è teatro, è racconto ebraico, è parodia del racconto ebraico, è noir, è racconto di fantasmi, è invenzione, è realtà, non è niente di tutto questo, è certamente qualcosa che non si sa come chiamare e se una cosa non si riesce a nominare, quella cosa esiste e non esiste. È noioso, è appassionante, è insignificante, è alchemico, è glamour, è cabalistico, è agnostico, è religioso.

Che libro è mai questo La stanza di Rodinsky?

È a causa di queste domande che mi ci sono voluti mesi a leggerlo e mesi per decidermi a scriverne; mesi di pensieri sottotraccia, mesi di letture a dieci pagine alla volta, ogni volta domandandomi se la noia era parte del fascino oppure era semplice difesa dal mistero, lasciandomi strozzare dal guinzaglio della creatura sconosciuta che non si può non seguire fin dove ella vuole.

nient’altro che un respiro
tra qui e il non qui
Paul Celan

Le epigrafi camaleontiche di Iain Sinclair, la coscienza di storia e popolo di Rachel Lichtenstein, il fantasma di Rodinsky e l’immagine cristallizzata della sua stanza nella soffitta della vecchia sinagoga di Princelet Street a Spitalfields si intersecano in un disegno che si percepisce senza mai afferrare del tutto. La voce è quella di Rachel, le ombre di Rodinsky e i sottotitoli di Sinclair; La stanza di Rodinsky è una performance di arte contemporanea, teatro d’avanguardia o letteratura sperimentale, scegliete voi, oppure inventatevi una vostra definizione, chiamatelo noir golemico se vi piace, nessuna importa e tutte sono azzeccate, ma comunque lo vogliate definire continuerà a scivolarvi tra le dita, gelatinoso, ectoplasmico.

So che ora qualcuno si incuriosirà, si sentirà sfidato a provare, ma vi metto in guardia. La stanza di Rodinsky è un libro egoista, pretende molto e restituisce poco, o al più restituisce ma a modo suo, con una pluralità di voci da interpretare, selezionare.

David Rodinsky abitava in quella stanza, prima con la madre e la sorella, poi solo. Erano ombre, forse folli, forse malati mentali, forse grandi eruditi, forse solo ebreucci luridi, la loro storia conta solo in relazione alla stanza. Viene aperta dopo molti anni e rivela l’istante perfetto, quell’istante nel quale il tempo si è fermato. È una domanda quella che aleggia in quella stanza inviolata da decenni. Chi era David Rodinsky?

rodinsky room

La stanza di Rodinsky

Rachel Lichtenstein ne fa la sua missione di vita e spirituale, ricostruire la vita di Rodinsky diventa la mappa dell’eterna ricerca delle origini delle storie ebree, diventa il suo percorso nella religione, andata e ritorno dall’ortodossia della giovane colona, nell’arte e nella vita della giovane donna europea. Rachel Lichtenstein è un’artista visuale, non una letterata, scrive quel che vede e come si vede.

Iain Sinclair è il letterato della coppia e anche l’alchimista. Sono incursioni nel testo le sue, per confondere, per tagliare la via di fuga al racconto di Rachel Lichtenstein e al lettore, per rendere torbida una storia che altrimenti sarebbe semplicemente frammentaria, come un ricordo. È lui che rende Rodinsky un Golem londinese, lui che da buon sceneggiatore illumina di luce livida la vicenda.

Le voci su Rodinsky cominciarono a spargersi, in lenti cerchi, a partire dalla sinagoga di Princelet Street. La serie di fotografie scattata da Danny Gralton definiva il set. Definiva il numero 19 di Princelet Street come un set. La luce lenta filtrata da una macchina fotografica di grande formato sospingeva la soffitta di Rodinsky fuori dal flusso terreno del tempo. L’abbaino venne rimosso, fissato in un presente eterno, ancorato a un catalogo di particolari. Le particelle luccicanti rivelavano il soffitto a cassettoni con il legno deformato; una bottiglia impolverata di sciroppo, tappeti e cenci disposti ad arte, la stampa dell’Angelus come una finestra pia. Gralton mise in primo piano i giornali che facevano da didascalie: ISRAEL REBORN. Frammenti pietosi di erudizione erano accatastati sul tavolo. Il talento documentario del fotografo era in conflitto con un impulso espressionistico verso la collocazione, la disposizione, la presentazione. La stanza suscitava questa reazione molto naturale. Era un interno in penombra, rimasto intatto per anni, in cui una corretta sistemazione degli oggetti avrebbe rivelato qualche terribile segreto.
–Iain Sinclair

Un libro misterioso, il cui fascino aleggia e permea certe immaginazioni polifoniche.

Rachel Lichtenstein nella stanza di Rodinsky

Rachel Lichtenstein nella stanza di Rodinsky

5 commenti su “La stanza di Rodinsky – Rachel Lichtenstein, Iain Sinclair

  1. Barabbos
    3 dicembre 2015

    Sfortunatamente no: nel senso che davvero, io lo conosco per stralci di brani letti sul web e per gli elogi di colleghi. In italiano c’è “London orbital” con tanto di dvd uscito per Il Saggiatore. A parte “La stanza” è l’unico. Altrimenti devi buttarti sull’acquisto di cose sue in originale, ma so che il suo inglese non è una passeggiata. Il motivo per cui fino ad ora per quanto tentato ho dovuto desistere.

  2. Barabbos
    7 novembre 2015

    Conosco Sinclair grazie ad Alan Moore, che lo cita spesso (nella Lega degli straordinari gentleman), e non è il solo a considerarlo una delle voci più originali della letteratura inglese contemporanea. Ho avuto persino la folle idea di leggerlo in originale visto che in italiano si trova pochissimo… ma non ho mai nemmeno letto questo. Ma da come ne parli è proprio l’idea che mi ero fatto: un libro misterioso di un autore evocativo e altrettanto sfuggente. Ancora in lista, però un pò più su.

    • 2000battute
      7 novembre 2015

      Devo leggere Sinclair. Hai qualche titolo da suggerirmi?

  3. Maurizio Mancini
    31 ottobre 2015

    intrigante…

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