2000battute

«Appartengo a una generazione disgraziata a cavallo fra i vecchi tempi ed i nuovi, e che si trova a disagio in tutti e due. Per di più, come lei non avrà potuto fare a meno di accorgersi, sono privo d’illusioni.» –Tomasi di Lampedusa

Quando parlavamo con i morti – Mariana Enriquez

Quando parlavamo con i morti

QUANDO PARLAVAMO CON I MORTI
Mariana Enriquez
Traduzione di Simona Cossentino e Serena Magi
Caravan Edizioni 2014

Di un libro piccolino come questo – piccole le dimensioni, piccolo l’editore, piccoli anche i caratteri – è facile scambiare la forma per il contenuto e pensare che piccole dovranno per forza essere anche le storie e le parole e i pensieri che questa autrice sconosciuta gli ha ficcato dentro.

È sbagliato pensare così, anche se si può comprendere. Bisogna pure raccapezzarsi alla bell’e meglio tra il vociare ininterrotto quotidiano e un criterio spesso è meglio di nessun criterio, visto che il tempo il suo criterio lo adopera sempre e senza sconti per nessuno. Questo per dire che è normale procedere per salti e ruzzoli, scivoloni e ripartenze. Chi dice di seguire “il suo binario”, è come quel folle che diceva di aver visto la luce alla fine del tunnel e ci si era precipitato senza più tastare col piede il terreno buio. Lo hanno ritrovato dentro la melma di uno scavo; la luce era quella che segnalava il pericolo.

Quando parlavamo con i morti lo avrei anche io considerato un librino da nulla, se pure mi fossi accorto della sua esistenza. A questo servono i consigli: a distinguere tra ombre. Mi è stato suggerito con garbo facendomi notare che Mariana Enriquez è argentina, sapendo quanto grande sia il mio amore per i grandi argentini.

Volete sapere cosa ho trovato? Che Quando parlavamo con i morti sono tre brevi racconti stupendi. Sono racconti affilati come lame giapponesi, racconti di donne martoriate, ma anche morbose e ancora in guerra contro un nemico dai contorni sfuggenti. Sono racconti nei quali l’ombra, il senso del tragico e l’assurdo montano come una nebbia che viene dal mare; si vede arrivare e inesorabile spegne i colori. Lentamente, con maestria, Mariana Enriquez stringe la presa sulle storie facendole sanguinare, seppur mantenendole sempre in uno stato di galleggiamento onirico.

Sono storie inquietanti che giocano con la morte che serpeggia tra le vite quotidiane, dove realtà e irrealtà si confondono pur nella loro evidente differenza, come incubi grotteschi che lasciano un senso di orrore inspiegabile.

Da quando in qua era un diritto bruciarsi vive?

Il primo racconto, quello che dà il titolo al libro, corre sul crinale tra presenze ultraterrene e umane allucinazioni, fino a confonderne il senso. Il secondo racconto colpisce con una violenza talvolta brutale: è il fuoco ad avvolgere il corpo delle donne. Fuoco rituale, che purifica distruggendo, ma anche fuoco come arma per sovvertire la brutalità del mondo con una brutalità ancora maggiore. Il terzo è il più lungo, il piuù enigmatico. Tornano strane presenze delle quali non si può conoscere la natura, sono bambini, come sogni che realizzandosi assumono le sembianze di incubi. Sono bambini che incarnano la coscienza sporca del mondo, e il mondo li scaccia, come le persone quasi sempre fanno con la propria coscienza.

Sono racconti che incidono lasciando un segno, accostabili a quelli di un’altra scrittrice giovane e pochissimo conosciuta, Anna Starobinec che mi piace ricordare ogni volta che posso. Racconti notturni, racconti di ombra, ma anche racconti di uomini e donne e vite.

Bravissima Mariana Enriquez.

Io non lo so chi è questa, ma non è mia figlia. Mi sono sbagliata. Le assomiglia molto, ma non è mia figlia. Io ho partorito Lorena. La riconoscerei al buio, solo dall’odore. E questa non è mia figlia.

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Questa voce è stata pubblicata il 27 febbraio 2016 da in Autori, Caravan, Editori, Enriquez, Mariana con tag , , , , .

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