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«Appartengo a una generazione disgraziata a cavallo fra i vecchi tempi ed i nuovi, e che si trova a disagio in tutti e due. Per di più, come lei non avrà potuto fare a meno di accorgersi, sono privo d’illusioni.» –Tomasi di Lampedusa

Un terribile amore per la guerra – James Hillman

hillman

UN TERRIBILE AMORE PER LA GUERRA
James Hillman
Traduzione di Adriana Bottini
Adelphi 2005

Bello il titolo vero? Più di bello. Micidiale, io dico. Come un colpo di fulmine. Mi ha preso in mezzo agli occhi, dritto e feroce. Irresistibile. Ho letto il titolo e volevo assolutamente leggere il libro. Sapete, io ho grande ammirazione verso coloro abili nel trovare titoli fulminanti. Dico sul serio. Un’ammirazione che si mescola con l’invidia pura e semplice. Inventarsi titoli così è un’arte innata, non si impara secondo me, come chi ha l’orecchio assoluto o il piede sinistro di Maradona o la memoria di Pico. Lo stesso vale per i titoli. Un titolo è sempre una premessa superflua, se ne potrebbe benissimo fare a meno, ma è comodo averlo per chiamare per nome un’opera. Un titolo scialbo o semplicemente banale lo si dimentica quasi subito appena si entra nell’opera e il giudizio non dipende mai dal titolo. Ci sono infinite opere letterarie di pregio con titoli insulsi o semplicemente neutri. Gente di Dublino. I demoni. Il rosso e il nero. Faust. (Divina) Commedia. E così via. Quindi il titolo spesso è solo un obbligo di legge, si deve, si fa, poi non ci si pensa. Ci sono anche titoli francamente orrendi, capolavori di deficienza o di supponenza o talmente sbrodolanti che fan roteare gli occhi. Mi astengo dal citarne. Questi di solito si accompagnano a schifezze letterarie. È raro, e non mi vengono in mente esempi, che un’opera di pregio abbia un titolo orrendo. Poi ci sono i titoli micidiali, quelli appunto che sembrano pugnali lanciati in mezzo agli occhi. Capolavori di sintesi evocativa, alchimie di immagini e suoni, poche parole che però si accordano secondo ricette negromantiche. Sono i titoli capolavoro, quelli per i quali ti giochi anche le scarpe al tavolo della bisca, titoli da marsigliesi, titoli semplicemente strepitosi. Ce ne sono. Raccattacadaveri, ad esempio, solo un genio letterario scatenato poteva inventarselo. L’insostenibile leggerezza dell’essere, Il soccombente, Memorie del sottosuolo (“del” einaudiano, non “dal” mondadoriano), Il libro dell’inquietudine, Horcynus Orca, Viaggio al termine della notte. Sentite anche voi la potenza di questi titoli? Sono travolgenti, appena li si legge loro prendono possesso delle sinapsi, le usano a loro piacimento costringendo a ripetersi quel titolo finché lo vogliono loro, ci si fissa autisticamente su quelle parole, come fosse un volto massimamente espressivo, come un corpo che danza, si guardano quelle parole, se ne segue i contorni, ad esempio Horcynus Orca è uno dei contorni più stupendi che siano mai stati tracciati con delle parole, Raccattacadaveri si fa beffe di te, di me, di tutti, è un clown che si spancia dal ridere per quanto noi siamo piccini a suo confronto. Un titolo di un libro può essere come uno sguardo, ne può bastare uno soltanto, una volta, un unico sguardo fugace per perdere un uomo.

Un terribile amore per la guerra è un titolo di questa specie. Non l’avevo mai sentito, non conoscevo James Hillman, mi è bastato leggerlo sulla costa per sapere che volevo a tutti i costi leggere quel libro, lo desideravo come si può desiderare spogliare un corpo che si vorrebbe accarezzare, sapevo che dentro quelle pagine c’era una voce che dovevo ascoltare, una voce rinchiusa che aveva parole che volevo sentire. Mi è bastato questo. Succede di rado ma succede. Perché succeda decidetelo voi per voi se anche a voi capita.

James Hillman era psicologo e filosofo, autore di numerosi libri, che valga la pena leggerli non ci metterei la mano sul fuoco. Non lo faccio semplicemente perché non ne ho idea, non perché mi sia fatto un’opinione dell’opera di James Hillman. In effetti non so niente dell’opera di Hillman e non riesco a immaginare cosa possa avere scritto prima di Un terribile amore per la guerra. Non sono nemmeno certo di volerlo sapere. Quello che so invece è che Un terribile amore per la guerra è un libro definitivo. Non si scrive un libro del genere se si ha ancora della strada da percorrere, una traiettoria da seguire, una crescita o un’evoluzione. Non si scrive quel libro se la vita è ancora un’avventura da vivere, una selva da penetrare o una macchina da condurre. Lo si scrive se si è arrivati alla mano di carte finale, se si è alla ricapitolazione, se il passato è passato e il futuro una sciocchezza. Un terribile amore per la guerra è uno di quei rari libri che si definiscono come categoria letteraria a se stante, come Il deserto di Baron Biza o la trilogia di Beckett. Sono inclassificabili, non necessariamente migliori o peggiori di altri invece classificabili; sono oggetti mai visti prima e probabilmente mai replicati in seguito. Sono oggetti da maneggiare con attenzione, fragilissimi e apparentemente senza appigli o più spesso con falsi appigli. Ad esempio, si potrebbe dire, e in molti l’hanno fatto, che Un terribile amore per la guerra sia un libro contro la guerra. Ma allo stesso modo e per ragioni di poco differenti dalle precedenti si potrebbe dire, e anche questo sono certo sia stato fatto, che sia un libro a favore della guerra. Voi siete davvero sicuri di essere capaci di catalogare l’incatalogabile? Non è che per caso state catalogando voi stessi nel tentare di catalogare l’incatalogabile? Consiglio estrema prudenza.

Un terribile amore per la guerra certo che parla di guerra. Parla degli uomini e della guerra, della guerra che hanno dentro di loro e di quelle che combattono, parla dei miti antichi e parla della saggezza che si è prodotta dai conflitti. Parla della vicinanza, o meglio della cosanguineità tra uomini e guerre, tra spirito umano e richiamo alla battaglia. Ma anche parla di estetica, parla di forme, di profili e di rappresentazioni plastiche del concetto di guerra, del sentimento che invade gli uomini durante il tempo di guerra. Parla della morte. Ecco l’incatalogabilità, come ogni avventura nei territori della morte, il prezzo che si paga è di uscire dai canoni, perdere le forme e le righe di demarcazione. Parlare di guerra significa parlare di morte, di molte morti, di morti vissute in comune, morte condivisa con altri uomini. Condividere la morte, c’è legame più forte? Forse non c’è. Si inizia a intravedere l’aurora della bellezza, del concetto di bellezza, non della bellezza delle forme. È un distillato di bellezza quello che Hillman cerca di produrre dalle sue pagine dense, difficili, visionarie eppure pacate, di anziano che gioca la sua mano a carte con la morte e della morte parla.

«I legami di cameratismo che si creano in seno all’equipaggio di un carro armato o in una compagnia di fanteria possono raggiungere un’intensità che, per usare le parole di Kipling, “sorpassa l’amore per le donne”». Kameradschaft, chiamano i tedeschi questo tipo di intimità. Un soldato francese disse che in trincea aveva vissuto «l’esperienza umana più tenera» della sua vita. Molti soldati feriti non gravemente o temporaneamente in congedo ritornavano di propria iniziativa nelle loro unità, richiamati dalla solidarietà per i compagni o dalla folle speranza di morire insieme. Essere vicini alla morte è essere vicini all’immortalità.

Parole che possono provocare molte reazioni. Frustare di indignazione o suonare solenni, dipingere la follia omicida o l’onore militare. Di nuovo, fate come vi pare, ma io rifiuto tutte queste emozioni piccine. Davanti ai bagliori notturni del discorso di morte, davanti agli dei greci che la sapienza antica ha creato per descrivere ciò che i sentimenti umani non possono afferrare e osservare, parlare di indignazione civile o onori militareschi è poca cosa e molto superflua. Chi se ne importa dei vostri o dei miei onori o disonori? Nessuno. Di certo non James Hillman quando scriveva il suo testo conclusivo.

Marte e Venere, Ares e Afrodite. Hillman trae dal mito l’essenza profonda della contiguità tra gli uomini e la guerra. Apparentemente Marte è dominante, ma non sottovalutate la forza di Venere, meno appariscente, ma non per questo non efficace. Spesso non è Marte a dominare, dice Hillman, ma Venere. La guerra si combatte per l’influsso della dea. Di nuovo bellezza e morte, amore e morte, sensualita e morte, eros e guerra. Hillman scende lentamente nell’animo umano, scende seguendo una spirale, come già Dante immaginava, scende sotto il livello delle esclamazioni, poi dei sentimenti, attraversa le testimonianze e la storia, scende fino alle radici del mito, fino alle profondità dell’animo umano. È da laggiù che riemerge il titolo: Un terribile amore per la guerra.

Celate dentro la dea dorata e sorridente, «femminile» amiamo dire oggi, vi sono strane immagini, come una piccola terracotta del settimo secolo a.C. che rappresenta una Afrodite barbuta mentre emerge dal sacco scrotale; e come il gioco di parole tra philommeidés (amante del riso) e philommedés (a lei appartengono i genitali maschili).

Immagini che inquietano, bellezza e atrocità che si mescolano, presagi, lastre fotografiche che si impressionano di luci che nessuno ha notato. È un testo camaleontico, notturno, c’è un codice nascosto tra le righe, marcia avanti e marcia indietro, salti semantici, cambi di direzione, sentiero franoso, tra storia, saggio e mito, bellezza che emerge spaventosa dietro le quinte, un senso di precarietà, essere sconosciuti a se stessi, l’uomo, la guerra e la morte, fa parte di noi, fa parte di tutti, l’abbiamo solo nascosto.

Se letto poi va riletto e forse riletto ancora, solo per trovarci un pensiero proprio.

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Questa voce è stata pubblicata il 23 aprile 2016 da in Adelphi, Autori, Editori, Hillman, James con tag , , , .

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