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«Appartengo a una generazione disgraziata a cavallo fra i vecchi tempi ed i nuovi, e che si trova a disagio in tutti e due. Per di più, come lei non avrà potuto fare a meno di accorgersi, sono privo d’illusioni.» –Tomasi di Lampedusa

Benedizione – Kent Haruf

benedizione

BENEDIZIONE
Kent Haruf
Traduzione di Fabio Cremonesi
NN Editore 2015

Ho finito con Haruf, ovvero con la quadrilogia, perché quattro sono le storie.

Avevo lasciato in sospeso la faccenda dell’ordine che mi ero ripromesso di commentare alla fine. L’editore italiano NN ha iniziato pubblicando Benedizione, questo che ho letto, in originale come gli altri quindi nulla posso dire sulla traduzione, seguito da Canto della pianura e da pochi giorni Crepuscolo. Ma come dicevo parlando di Canto della pianura, questo non è l’ordine di pubblicazione originale, che invece è Canto della pianura, Crepuscolo e Benedizione (e infine Our souls at night). NN ha spiegato i motivi di questa scelta, tuttavia, talvolta ha lasciato correre, non ha sempre puntualizzato. Col risultato a volte pure un po’ comico che ora si leggono esortazioni di fan harufiani i quali al titolo appena pubblicato, Crepuscolo, parlano di “conclusione della trilogia” o di “fine della saga di Holt”, in molti non sapendo che la scansione temporale era un’altra, e la saga di Holt si conclude con l’opera postuma ancora non uscita in Italia. Un piccolo malinteso innocuo? Senz’altro, ma pur sempre un malinteso. Ovvero, posto che siamo tutti d’accordo sul fatto che Crepuscolo è l’esplicita prosecuzione di Canto della pianura, è vero, come dice NN, che Benedizione è sostanzialmente scollegato dagli altri e per questo anche invertendone l’ordine di lettura non si perde nulla della narrazione? Tutto sommato sì è vero. Al 90%.

Voglio dire che non è del tutto scollegato. Esiste un richiamo esplicito alla vicenda dei fratelli McPheron narrata nei primi due libri che fa capire al lettore come il tempo della narrazione di Benedizione sia successivo, e non di poco, a quello dei primi due libri, oltre ad altri riferimenti, in particolare attraverso i prodotti commerciali, ad esempio l’antidolorifico oppiaceo MS Contin (il quale ha una lunga storia di abusi negli anni ’80, molto nota negli USA), che permettevano al pubblico americano di datare la storia e soprattutto stabilire una scansione temporale tra le storie dei diversi libri. I lettori italiani non sanno nulla del MS Contin e non colgono questo riferimento di Haruf, ma il riferimento c’è, la scansione temporale della storia non è indefinita come molti lettori italiani probabilmente ritengono. Da qui quel 10% di disaccordo sulla spiegazione di NN.

Benissimo. Risolto questo aspetto tecnico, proseguiamo con Benedizione e con Kent Haruf in generale. Dico la mia: Benedizione non mi è piaciuto particolarmente, anzi è quello che mi è piaciuto meno dei quattro, nel senso che è come gli altri, solo un po’ più banale. Le storie si somigliano, come si somigliano i personaggi, quello che dicono, come lo dicono, quello che vivono e come lo vivono. Nella mia personale classifica inversa, subito dopo viene Crepuscolo che aggiunge poco o nulla a Canto della pianura, semplicemente soddisfa qualche nostalgia tardoautunnale dei lettori affascinati dalla storia dei fratelli McPheron e di Victoria Roubideaux con un’appendice un po’ melodrammatica. I primi due che ho letto, Our souls at night per l’amarezza che si percepisce e Canto della pianura per il gioco tra i personaggi sono quelli che mi sono piaciuti di più.

Ma a nessuno interessa cosa mi sia piaciuto di più o di meno, queste sono faccende private. Tanto meno io ho voglia di sostenere la mia classifica personale. Mi interessa invece capire perché ho letto invece commenti entusiasti di Benedizione, non ultimo quello dello stesso editore italiano, mentre invece a me appare in modo molto evidente essere il testo meno incisivo, un po’ una minestra riscaldata per dirla con lo stile da bar.
Solo gusti personali?

Secondo me no. Non del tutto almeno. Dipende dallo stile di Haruf e dall’ordine. Non è un caso che i commenti entusiasti su Benedizione arrivino da persone che lo hanno letto come primo titolo. Così come non è un caso che io abbia apprezzato molto Our souls at night avendolo letto per primo.
Con Haruf l’ordine può risultare fondamentale.
Il picco di piacere tende ad arrivare al primo assaggio, poi va decrescendo. Forse insieme alla qualità di scrittura, almeno per i primi tre titoli.

La ragione che ho individuato sta nella ritualità della scrittura di Haruf. Il suo stile e la costruzione della saga di Holt seguono le piste della costruzione di un rito contadino fatto di rievocazione di un tempo e di un mondo mitologico, stilizzato, normalizzato e idealizzato, accompagnato da una melodia semplice e ripetitiva, una cantilena ritmata che fa da pulsazione, e il tutto sullo sfondo della tipica immutabilità immemore del tempo delle tradizioni rurali, un tempo che scorre con una lentezza indifferente alla frenesia del mondo circostante, cittadino, moderno o corrotto che sia. La scrittura di Haruf è moralista e paternalista come una canzone popolare. Leggere Haruf è come ascoltare una ballata del midwest americano, così diversa e distante dalla tradizione europea da poter sembrare a volte di disarmante tenerezza, altre volte di una semplicità che rasenta la banalità.

Questa natura di ballata a molti piace e rende il primo impatto con Haruf così accogliente. È condiscendente, tranquillizza, conforta. Per lo meno chi apprezza essere tranquillizzato e confortato.
La voce di Haruf è quella di un vecchio signore perbene che racconta al modo tipico degli anziani. Un po’ ricordando e un po’ inventando, spesso colorando le cose positive e sfumando quelle negative, facendo bilanci con i buoni e i cattivi, le cose fatte bene e quelle fatte male, gli amori e i dolori e soprattutto il tempo, quel tempo così lungo passato in fretta pur senza muoversi. È incomprensibile il trascorrere del tempo nei racconti dei vecchi; c’è e non c’è, passa in fretta ma tutto sembra immutabile, forse passa troppo in fretta perché qualcosa di quel mondo muti. Holt e i suoi personaggi sono ritratti in modo realista ma rimangono implausibili. Sono evidenti manipolazioni della memoria eppure descritte con il dettaglio e l’assenza di dubbio del testimone oculare. Ma come succede spesso con i testimoni oculari e con i ricordi quando si invecchia, quanto più la memoria inganna tanto più la descrizione si fa precisa. Questo è Holt e la tecnica che usa Haruf.

Per questo Haruf piace al primo impatto. Poi tende a ripetersi e a perdere in fantasia. Dipende dal bisogno del lettore di ricevere ricordi rilucidati. Chi ne ha meno bisogno o tende a rifiutarli avrà una soglia di tolleranza bassa nei confronti dello stile patriarcale di Haruf. Chi li accetta con la soavità di un alcolista non riuscirà a dissetarsi.

È buffo, ho iniziato sottolineando il malinteso circa l’ordine delle opere di Haruf, ma sono finito per dare ragione a NN. Rileggendomi, mi accorgo che ho appena sostenuto che in fondo Haruf si può iniziare da dove si vuole (prenderlo al contrario forse sarebbe pure meglio), proprio come una di quelle storie antiche che raccontano i vecchi, dopodiche dipende solo da chi legge e dal bisogno che si ha di ascoltare una voce come quella; Haruf non guida e non spinge, è uno stormire di foglie, una luce calante e un’attesa inespressa.

Non so se tutto questo faccia di Haruf un grande scrittore oppure lo scalzi da quel piedistallo dove alcuni cercano di metterlo per ricollocarlo in una dimensione più appartata e forse più congeniale. Non so, non è questione interessante. Preferisco pensare ai desideri e ai bisogni inespressi di chiunque cominci una lettura e che inconsapevolmente si riflettono nelle frasi e nelle storie. Come queste le assimiliamo dipende in parte da chi le scrive e in parte da quali vuoti abbiamo da riempire. Ognuno fa i conti con i propri. Haruf sa che i suoi lettori sono esseri umani e li tratta con rispetto.

Sono contento di avere letto Haruf e contento di avere finito di leggerlo.

4 commenti su “Benedizione – Kent Haruf

  1. Marina Romanò
    10 luglio 2016

    Allora mi fermo a Benedizione, così evito delusioni…

    • 2000battute
      11 luglio 2016

      ma noooo… per così poco?

  2. Marina Romanò
    9 luglio 2016

    Ho letto solo Benedizione e l’ho trovato un libro bellissimo. Haruf non mi ha dato l’idea di un vecchio signore perbene, ma di un grande scrittore che è riuscito, a mio avviso, a trasformare una storia apparentemente banale in una storia universale, arrivando a commuovermi nelle pagine finali dove racconta del rapporto amoroso tra padre e figlia.
    Un linguaggio scarno e sobrio per raccontare con estrema semplicità la complessità della vita, dalla nascita alla morte con tutto quello che ci sta in mezzo: amore, rimpianti, malinconia, incomprensione, sofferenza, inadeguatezza, dedizione, ottusità, e tanto altro ancora. Poche parole, frasi brevi, ogni capitolo un fermo immagine sulla vita che scorre in una piccola località della provincia americana, dove la vita parla di se stessa.
    Al vecchio Dad, retto come le lancette di un orologio, a cui resta ormai poco da vivere, e che ripercorre con malinconica dignità avanti e indietro la sua vita, fa da contraltare la piccola Alice, rimasta orfana e che vive con la nonna: è nei loro confronti che i personaggi principali riversano il loro amore per cercare di (ri)trovare se stessi e cercare conforto dalla durezza della vita e dai vari fallimenti, abbandoni, assenze e delusioni.
    Così come lo stesso Dad, il giorno prima di morire chiede di poter accarezzare Alice per “toccare ancora una volta il viso morbido di una bambina”.
    Lo stile di Haruf mi ha ricordato Stoner, altro libro che ho molto amato.
    Se dovessero girare un film, Clint Eastwood sarebbe perfetto nella parte di Dad. Però devono girarlo in fretta…

    • 2000battute
      10 luglio 2016

      Capisco. La mia teoria è che Haruf facilmente provochi questa reazione alla prima lettura, che può essere uno qualunque dei suoi libri. Poi il piacere cali notevolmente e la sua presunta grandezza si ridimensioni di molto.
      Leggendoli tutti si ha un quadro migliore dell’opera e, nonostante l’editore dica il contrario, l’ordine di scrittura non è poco importante. Canto della pianuta, il primo mi pare di gran lunga il libro migliore, i successivi due, Crepuscolo e Benedizione varianti sul tema. Il quarto, non ancora tradotto, torna a essere molto bello e con una sua autonomia.
      Questo il mio parere, ma so che Haruf ha molti che lo apprezzano moltissimo che non sono per niente d’accordo con me.

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Questa voce è stata pubblicata il 21 maggio 2016 da in Autori, Editori, Haruf, Kent, NN Editore con tag , , , , .

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