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«Appartengo a una generazione disgraziata a cavallo fra i vecchi tempi ed i nuovi, e che si trova a disagio in tutti e due. Per di più, come lei non avrà potuto fare a meno di accorgersi, sono privo d’illusioni.» –Tomasi di Lampedusa

Pedro Páramo – Juan Rulfo

 

pedro paramo

PEDRO PÁRAMO
Juan Rulfo
Traduzione di Paolo Collo
Einaudi 2004

[Libri dispersi] Ripubblicato nel 2014, sempre Einaudi, stessa traduzione.

Questo è un piccolo libro, quasi un racconto lungo, che difficilmente si trova ancora sugli scaffali delle librerie e anche nelle biblioteche finisce dimenticato perché non si nota, non si fa notare, sembra solo un vecchio libricino che forse un tempo ha avuto una piccola gloria. Difficile che venga consigliato, raro che venga ancora letto.
L’apparenza inganna, il silenzio non significa per forza indifferenza e il tempo sgretola le montagne ma non certe parole.

Scritto nel 1955, Pedro Páramo è stato un libro importante per un certo passato e rimane ancora oggi un pezzo di letteratura strepitosamente esotica nel suo senso più magnetico: le coordinate letterarie sono tutte diverse dal canone europeo novecentesco, la musica fatta di note e toni propri di orecchie lontane e soprattutto, il gioco di parole, suoni e immagini è sovvertito, ribaltato, si rimane abbagliati, quasi vergini davanti a piroette letterarie apparentemente strambe, ma anche affascinanti, insolite, geniali di un genio dell’altro mondo.

Venni a Comala perché mi avevano detto che mio padre, un tal Pedro Páramo, abitava qui. Me lo disse mia madre. E io le avevo promesso che sarei venuto a trovarlo quando lei fosse morta. Le avevo stretto le mani per farle capire che l’avrei fatto; lei aveva deciso di morire e io di prometterle qualsiasi cosa.

Inizia così, con semplicità voluta, semplicità enfatizzata: una voce narrante, una premessa, la spiegazione del titolo e la cornice per una piccola storia. Ma è un abbaglio, e quel “lei aveva deciso di morire” lo lascia intuire. È illusione di una storia lineare, è la promessa fasulla di una trama. In realtà Pedro Páramo non ha una trama, non ha una cornice, né una premessa e nemmeno una conclusione, non ha nulla di ciò che caratterizza una storia europea, una storia americana, una storia letteraria secondo il canone prevalente. Pedro Páramo segue traiettorie improbabili, forse note e battute dai cantastorie messicani, forse presenti nella superstizione popolare. O forse in gran parte prodotti da un orecchio musicale fuori dal comune e una sensibilità sciamanica. Fatto sta che quello che si legge sorprende per come si scioglie tra le mani, il testo si decostruisce scivolando tra le dita e assumendo una forma plastica inconsueta. I piani temporali si confondono continuamente, così come le voci narranti e i vivi con i morti. Procedendo nella lettura di Pedro Páramo si viene avvolti da una foschia che confonde l’orientamento e da una musica, una strana musica, pare mai sentita prima.

– A me ha procurato un sacco di dolore questo morto, – disse Terencio Lubianes. – Ho ancora le spalle tutte indolenzite.[…]

Uscì fuori e guardò il cielo. Piovevano stelle. Gli dispiacque perché avrebbe voluto vedere un cielo quieto.[…]

– Questo paese è pieno di echi. Ti sembrano rinchiusi nel vuoto delle pareti o sotto le pietre. Quando cammini, senti che ti calpestano i passi. Senti degli scricchiolii. Risate. Risate ormai molto vecchie, come stanche di ridere. E voci ormai logore all’uso. Senti tutto quello. Penso che arriverà un giorno in cui questi rumori finiranno.

Risate vecchie, stelle che piovono, morti non morti, vivi non vivi, tempo e parole che si sciolgono, come il testo tra le dita. Questo è Juan Rulfo e la sua immensa bravura concentrata in un piccolo apparentemente insignificante libricino che contiene una superstizione, una stregoneria, una negromanzia fatta di parole e frasi.

Pedro Páramo lascia come ubriachi con quella sua storia senza trama, senza forma, senza cornice, senza capo né coda. Ci si chiede cosa si è letto. Cosa fosse quel trucco che confonde presente con passato, vita con morte, padri con figli con madri con mogli. Morti che dialogano con vivi, sogni con visioni. La voce narrante sogna ed è morta. Pedro Páramo di volta in volta è il padre di molti figli e marito di molte mogli, il signore del luogo, il demone sanguinario e vendicativo, il vecchio che si riduce in polvere sul confine tra vita e morte.

– Lei conosce Pedro Páramo? – gli domandai.
Osai farlo perché nei suoi occhi vidi un barlume di confidenza.
– Chi è? – tornai a chiedergli.
– Un rancore vivente, – mi rispose.

Juan Rulfo ha lasciato solo una raccolta di racconti e questo grande libro, una scrittura divina, ai confini del soprannaturale.

Note:
– commento breve e rapito, stupefatto dalla purezza del testo, su Finzioni.
– commento più lungo, descrittivo, ugualmente rapito sull’Irish Times (in inglese).

2 commenti su “Pedro Páramo – Juan Rulfo

  1. francesca
    27 ottobre 2017

    Grazie a te ho scoperto non solo il fantastico, imperdibile Rulfo ma anche il grandissimo Quiroga! Ti adoro!!!

    • 2000battute
      27 ottobre 2017

      due divinità della scrittura

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Questa voce è stata pubblicata il 30 luglio 2016 da in Autori, Editori, Einaudi, Rulfo, Juan con tag , , , .

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