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«Appartengo a una generazione disgraziata a cavallo fra i vecchi tempi ed i nuovi, e che si trova a disagio in tutti e due. Per di più, come lei non avrà potuto fare a meno di accorgersi, sono privo d’illusioni.» –Tomasi di Lampedusa

Globalia – Jean-Christophe Rufin

globalia

GLOBALIA
Jean-Christophe Rufin
Traduzione di Alberto Bracci Testasecca
E/O 2016

Temevo, sì devo ammettere che temevo la delusione e lo sconforto, un po’ perché la fantascienza è un genere con un livello di inquinamento alto da storielle per scimuniti, poi perché ho il pregiudizio tutto da dimostrare che gli editori da un po’ di tempo non la prendono più seriamente, poi perché mi dicevo Ma questo che fonda Medici Senza Frontiere può pure essere un buon scrittore di fantascienza?, poi perché il titolo non mi piaceva, la copertina mi intristiva, è un tomo e piripì e piripò (dire “piripì e piripò” come fine di una frase l’ho imparato da una mia amica, vuol dire quello che ognuno desidera che voglia dire). Insomma ho fatto parecchie lagne, ma tanto sapevo che mi ero già deciso.

Globalia è un bel libro di fantascienza, messo insieme con una dose robusta di steampunk desertico à la Dune per una parte, cioè il mondo fuori dai globi di vetro di Globalia, e una dose robusta di fantascienza tradizionale con il classico mondo artificiale rifatto a immagine e somiglianza della vita terrestre originale pre-disastro ambientale, per la parte di mondo dentro alle sfere di vetro isolate, igienizzate, protette, monitorate eccetera eccetera (in Globalia il pianeta è la Terra, non ci sono viaggi interplanetari, astronavi e altri lussi del genere).

Canovaccio superclassico quindi: il mondo post-disastro diviso in due, i ricchi privilegiati dentro le enclave protette e dotate di ogni confort – dove ogni confort significa prima di tutto il ripristino delle condizioni terrestri originali, con i parchi, le aiuole, le piazze, il cielo terso, il clima temperato – e i poveracci fuori a rotolarsi in una steppa arida e inospitale, divisi in tribù in lotta per sopravvivere con le poche risorse disponibili, territori non urbanizzati abitati da straccioni vagabondi e altri personaggi pittoreschi. Tutto come da manuale del mondo post-atomico, o post-apocalittico, post-collasso, il post-mondo insomma. Per chi l’ha visto, il film Elysium ha una sceneggiatura simile, solo che lì l’enclave all-American-boy, con i ragazzini che giocano a baseball e le normali villette di cartone, è una stazione orbitante, c’è Matt Damon che fa il-solito-Matt-Damon e la Terra tutta quanta è un letamaio. Globalia è molto meglio di Elysium.

Per aggiungere classico a classico, anche in Globalia ci sono i buoni e ci sono i cattivi e, soprattutto, i nostri eroi sono due abitanti di Globalia – globaliani, si chiamano – un’uomo e una donna, che si ribellano, vogliono evadere dall’oppressivo mondo globaliano artefatto (o globalizzato? globificato?) per fuggire verso la libertà. Inizia così, grossomodo, poi la storia si fa avventurosa con trame e complotti tra buoni e cattivi, vecchi marpioni potenti e giovani idealisti deboli.

Insomma Rufin rimescola e reimpasta tutti gli ingredienti più classici – diciamo pure anche scontati – della storia di fantascienza post-mondo. Non rischia voli di fantasia sfrenati ma si accontenta della trama già nota che non spiazza nessuno. Infila dentro fin dal titolo (uguale nell’edizione originale) palate di riferimenti all’attualità e una dose doppia di buonismo analogico progressista, giovanilista, ecosolidalista, noglobalista e pure terzomondista, per usare un aggettivo fuori moda.

Però lo fa bene, la storia è appassionate, i personaggi entrano ed escono a tempo, le descrizioni sono ottime, forse la cosa che sa fare meglio è proprio descrivere le scene, e anche i numerosi richiami a cose già viste e già note non zavorrano il libro, anzi, lo colorano forse anche meglio (aver visto Dune aiuta a fare questa cosa qui).

Ovviamente non ha manco per sogno “un posto sul podio insieme a… 1984 di Orwell e Il mondo nuovo di Huxley”, come trombetta la quarta di copertina, ma è una piacevole compagnia per alcune serate di oblio accaldato o di rassegnazione sorridente, sere nelle quali qualche steampunkeria è il migliore dei narcotici o delle melodie.

Poi scoppiarono a ridere.

Finisce così.

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Questa voce è stata pubblicata il 20 agosto 2016 da in Autori, E/O, Editori, Rufin, Jean-Christophe con tag , , , , .

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