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«Appartengo a una generazione disgraziata a cavallo fra i vecchi tempi ed i nuovi, e che si trova a disagio in tutti e due. Per di più, come lei non avrà potuto fare a meno di accorgersi, sono privo d’illusioni.» –Tomasi di Lampedusa

Il denaro – Charles Péguy

 

denaro

IL DENARO
Charles Péguy
Traduzione di Giaime Rodano
Castelvecchi 2016

Non è la prima volta che Castelvecchi compie la meritevole operazione di riesumare un testo dall’oblio nel quale era caduto, oltretutto un testo di non facile presa, ma un saggio di un autore ora dimenticato e al suo tempo controverso.

Il denaro uscì nel 1913 a Parigi come numero dei Cahiers de la Quinzaine, collana di libretti monografici editi per diversi anni e in sostanziale solitudine, materiale e intellettuale, dallo stesso Charles Péguy, il quale, proprio a seguito della sua perseveranza di editore e del perdurante scarso seguito della pubblicazione, sperimentò spesso condizioni di indigenza. L’orgoglio dell’indipendenza di pensiero però non gli venne mai meno, anche quando da socialista riabbracciò la fede religiosa e divenne ancor più anomalo e isolato nel milieu intellettuale francese alla vigilia della Prima Guerra Mondiale.

Ecco perché dico che Castelvecchi dimostra un certo coraggio e intraprendenza nel rispolverare questo testo di un autore come fu Péguy. Intraprendenza che andrebbe incoraggiata e sostenuta perché il testo è davvero interessante e sorprendente.

È una voce isolata quella di Péguy, verrebbe da dire quasi una voce da uomo qualunque nei fatti moderatamente conservatore ma ancora con la sincera convinzione che i valori borghesi e l’onda nera della borghesia rappresentino le peggiori malattie della società. Inoltre, è una voce divenuta in aperto contrasto con le convinzioni e le parole d’ordine dell’élite intellettuale del tempo.

Il denaro è quindi un saggio e un documento storico interessante per diversi motivi. Il primo di questi è puramente storico. Péguy rappresenta una voce che testimonia della crisi di una società, quella uscita dall’Ottocento, alla vigilia della prima guerra catastrofica del Novecento. È la crisi di una Parigi modernista e socialista divenuta borghese troppo in fretta e senza freni e filtri. Péguy si scaglia contro i valori borghesi e la presenza onnipresente del denaro come fine e mezzo. Rievoca, ingenuamente si può senz’altro dire, il buon vecchio concetto di “fare le cose per bene” tipico di una società artigiana, ma per quanto possa sembrare velleitario non ne vanno ignorate le ragioni che, ricordo, non sono quelle di un esponente tipico della restaurazione aristocratica, ma sono quelle di un intellettuale moderno e cittadino che avverte un pericolo incombente e osserva una traiettoria autodistruttiva del mondo che lo circonda.

Una seconda ragione di interesse sta nelle assonanze. Spesso le critiche accorate di Péguy suonano attuali in maniera sorprendente, quasi inquietante. Certo siamo abituati a considerare che quasi tutto è già stato detto e fatto, ed anche vissuto, ma talvolta le parole di Péguy fanno pensare che tutti quanti non si stia facendo altro che recitare l’ennesima replica di un copione ormai stinto e logoro. Dà da pensare l’attualità di quella voce da un’epoca di profonda crisi che si avviava velocemente al disastro.

L’ultima parte del testo perde di interesse riferendosi a questioni personali dell’autore.
Quindi, pur non essendo un testo da far saltare sulla sedia o perderci il sonno, Il denaro è un documento assai interessante, sia per chi coltiva un gusto per la storia recente, sia per chi ragiona di contemporaneità ed è sempre in cerca di sponde e riferimenti per non perdere l’orientamento.

Non guardiamo, non prestiamo attenzione a quello che le persone fanno, a quello che esse sono, nemmeno a quello che dicono. Badiamo solo a quel che dicono di fare, a quel che dicono di essere, a quel che dicono di dire. È un equivoco in tutto simile a quello che si produsse di continuo durante la celebre grande sempre risorgente polemica tra i classici e i romantici. E tra gli antichi e i moderni. Non appena un uomo parla della materia classica – e per poco che si dichiari assertore del classico – viene subito etichettato come un classicista. Non si bada nemmeno se pensa come un fanatico, senza ordine, e se scrive come un energumeno, e come un frenetico, senza ordine e senza ragione, e se parla della classicità da romantico, e se la difende e la decanta da romantico, e se dunque è un romantico, un essere romantico. E noi che non facciamo scalpore, siamo dei classicisti.
E i teorici della chiarezza scrivono libri torbidi.

Scritto nel 1913, valido parola per parola un secolo dopo.

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Questa voce è stata pubblicata il 22 ottobre 2016 da in Autori, Castelvecchi, Editori, Péguy, Charles con tag , , , .

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