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«Appartengo a una generazione disgraziata a cavallo fra i vecchi tempi ed i nuovi, e che si trova a disagio in tutti e due. Per di più, come lei non avrà potuto fare a meno di accorgersi, sono privo d’illusioni.» –Tomasi di Lampedusa

Il giardino delle mosche – Andrea Tarabbia

tarabbia

IL GIARDINO DELLE MOSCHE – Vita di Andrej Čikatilo
Andrea Tarabbia
Ponte alle Grazie 2015

Quand’è che un libro vi è piaciuto? Come fate a dire che vi è piaciuto? Reagite semplicemente in modo emotivo assaporando una sensazione ventroscapolare di piacere allo stesso modo di come reagite accartocciandovi a un sorso di acido citrico o liquefacendovi al godimento indecoroso? O forse il mi piace è diventato un getto istintivo fulminante, pollice su, Like, zac! mi piace…
Io me lo chiedo sovente, quando finisco un libro, come faccio a dire che mi è piaciuto. Anche quando so per certo che mi è piaciuto, quindi la questione non è mettere in dubbio certezze incrollabili nemmeno sotto il nubifragio.

Il giardino delle mosche è un libro che al momento di finirlo non sapevo se mi era piaciuto, non sapevo nemmeno se era importante stabilirlo, se aveva un qualche significato stabilirlo e nel caso lo avessi stabilito se avesse un significato concreto averlo stabilito. Sospettavo mi fosse piaciuto, ma ero pensieroso. Pensavo alla banalità, in effetti. In particolare alla banalità di esprimere la banalità del male, anzi del Male. C’è qualcosa di più efficace emotivamente e banale intellettualmente della banalità del Male? La normalità che partorisce mostri; l’orrore che cola dalle pieghe della quotidianità; il massacratore buon cittadino; il macellaio buon padre di famiglia, buon marito, buon compagno. La banalità di fare esempi solo al maschile, come la banalità della giornata internazionale sulle violenze ai danni di donne. La banalità del Male è diventata banale dopo Hanna Arendt. In Nietzsche non era banale e Céline ha tentato di recuperarne la non banalità, ma ha fallito, il mondo non voleva più saperne di considerare la banalità del Male non banale. La banalità del Male è innegabilmente banale nel discorso sotterraneo che sgorga dalle falde putride del secondo Novecento. Oggi ancor più di ieri la banalità della banalità del Male si diffonde, dilaga, si infratta nella terra e si disperde nell’aria.

Allora, vedete, io questo penso: che Il giardino delle mosche sia un libro che mi è piaciuto, e pure parecchio, perché dopo averlo finito ho continuato per giorni a pensare alla banalità della banalità del Male e ancora ora continuo a pensarci e ogni volta che ci penso mi torna in mente la voce banale e piagnucolosa di Andrej Čikatilo che Andrea Tarabbia si è immaginato.

Copio un brano dalla presentazione per chi non sapesse nulla di questo libro.

Tra il 1978 e il 1990, mentre in Unione Sovietica il potere si scopriva fragile e una certa visione del mondo si avviava al tramonto, Andrej Čikatilo, marito e padre di famiglia, comunista convinto e lavoratore, mutilava e uccideva nei modi più orrendi almeno cinquantasei persone. Le sue vittime – bambini e ragazzi di entrambi i sessi, ma anche donne – avevano tutte una caratteristica comune: vivevano ai margini della società o non si sapevano adattare alle sue regole. Erano insomma simboli del fallimento dell’Idea comunista, sintomi dell’imminente crollo del Socialismo reale.

Ora sapete chi è l’Andrej Čikatilo protagonista del libro. Aggiungo che è stato condannato a morte e giustiziato nel 1994. Ma questo non conta molto, è solo cronaca e il libro non ha molto a che fare con la cronaca; la usa come cornice, la storia è quella di quest’uomo, questo massacratore, ma si ferma a questo. Non è un romanzo storico né biografico e neppure un saggio. È un romanzo, un’opera d’invenzione, Tarabbia fa parlare Čikatilo in prima persona, ne registra i pensieri, le fobie, i dialoghi, lo segue nelle sue fissazioni e negli incontri, ma possiamo ritenere tutto questo come storia romanzata, invenzione, immaginazione dell’autore. Forse mescolati ci sono elementi di cronaca o biografici, informazioni raccolte dai documenti ufficiali o dalle ricostruzioni, ma ancora una volta mi domando se sia importante saperlo, se davvero abbia un significato tentare di suddividere i frammenti di cronaca da quelli di immaginazione. Io non ci ho provato e non lo farò.

Rimane il fatto che questa storia romanzata è il carburante che sostiene i miei pensieri sulla banalità della banalità del Male e di questo voglio renderle merito. È innegabile l’efficacia della prosa di Tarabbia nel cercare di insinuare un pensiero orrendo tra i nostri pensieri non orrendi. Il pensiero orrendo è che Andrej Čikatilo, ascoltandolo, seguendolo, riducendo le distanze tra noi e lui, ha le fattezze di un essere umano, perfino un essere umano vittima delle circostanze e di se stesso. Vi renderete conto che umanizzare uno che ha massacrato smembrando, stuprando, sbranando e sventrando cinquantasei persone inermi è un pensiero orrendo. Eppure si intrufola tra i nostri pensieri e ce ne accorgiamo, lo vediamo quel verme nero e peloso che striscia lurido su per i canali delle vie aeree superiori e si apre un varco nella massa grigia prefrontale. Ha una voce petulante Andrej Čikatilo, pigolante, da adulto non cresciuto, da bambino che pesta i piedi. Ha una voce infantile il Male, questo è l’orrore che striscia dolcemente dentro di noi.

«Fenja, lo sento ridere» dicevo poi all’improvviso.
«Cosa?»
«Il bambino dentro la pancia: ride! Sente che fuori c’è il suo papà che lo aspetta, e sta ridendo!»
«Cosa dici, Andrej? Non è possibile!»
«Ti dico invece che sta ridendo: ascolta». Rimanevo così, fermo sull’altare della pancia di Fenja, in ascolto. Vi sentivo muovere, sentivo i rumori gastrici di vostra madre che si agitavano all’interno e poi, in fondo, lontana eppure evidente, una risata di bambino!
«Mi sta salutando, Fenja!» quasi urlavo. «Sento la sua voce!»
«Sei un matto, Andrej» diceva la mamma, e mi accarezzava i capelli.

I massacratori noi non li sentiamo mai parlare; ne leggiamo le cronache sui giornali o in televisione o da altre parti, ma mai li sentiamo vicini, anzi sono gli individui più lontani di tutti, per quello sono solo dei massacratori. Visti da vicino le cose cambiano, si confondono, ci confondiamo, non controlliamo più troppo bene la sequenza di pensieri ed emozioni, qualcuna inizia ad andarsene in giro un po’ come le pare. È da questa vicinanza che scaturisce la banalità del Male, è ascoltare il Male a renderlo banale, ascoltare banalizza, normalizza, umanizza, anche i massacratori. Ed è la scoperta più banale del mondo, alla quale però non si pensa tanto spesso perché quando lo si fa poi partono quei vermi neri e pelosi che risalgono su per il naso.

Sì, senza dubbio mi è piaciuto questo libro.

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Questa voce è stata pubblicata il 26 novembre 2016 da in Autori, Editori, Ponte alle Grazie, Tarabbia, Andrea con tag , , , , .

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