2000battute

«Appartengo a una generazione disgraziata a cavallo fra i vecchi tempi ed i nuovi, e che si trova a disagio in tutti e due. Per di più, come lei non avrà potuto fare a meno di accorgersi, sono privo d’illusioni.» –Tomasi di Lampedusa

Il viaggio di Yash – Jacob Glatstein

IL VIAGGIO DI YASH
Jacob Glatstein
Traduzione di Marisa Ines Romano
Giuntina 2017

Commento di Cornelio Nepote

Protoduchesse gambascosciate rilucenti riflessi di miele e signorotti panzaprominenti,

visto che quel comare di 2000battute, persona di estrazione tragicamente bassoborghese, si dedica con lena e acciacchi all’imbiancatura casalinga mentre deperisce in uggie tardonovembrine, questa settimana e anche la prossima almeno, forse pure la successiva – calma! calma! non corriamo troppo, non espandiamo l’orizzonte temporale oltre la distanza di uno sputo di seme di anguria – mi dedicherò a una perduta arte, una volta coltivata nei migliori salotti letterari dell’epoca beneducata da parte di cavalieri temerari dall’animo sensibile e cartonato. È l’arte del racconto di un tedio presentato con note fruttate, tinte acquerellate e garbo gattopardesco. È un’arte praticata dai bon vivant, imbevuta di pensieri rococò e di noie stucchevolmente dorate. È quell’arte di un tempo che curava l’eleganza dei pensieri, delle forme e delle composizioni umane, per la quale tutto quanto vanno cianciando i commentatori di libri moderni sarebbe flatulenza di paesani, per non dire poi dei re-censori… mon dieu! quel horreur!… specie umana una volta costruita con cesellature cistercensi e affilata da mole quaternarie, ora imbruttita a rango di scimmioni che grugniscono, saltabeccano e si dimenano grotteschi. È l’arte di intrattenere raccontando come l’animo decadente del poeta che deperisce non riesca più ad apprezzare il bello pur riconoscendolo. Lo contempla estatico in uno stato di estasi malinconica, con lo sguardo ne segue il profilo accarezzandolo ma senza che i sensi ne godano, anzi, i sensi sono implosi in uno stato deflagrato di insensitività contemplativa.

È l’antica arte di raccontare come sia possibile osservare il bello, cibarsi del bello, respirare bellezza, ma senza goderne. Lo si può fare con una concubina lussuriosa, con una cena sfarzosa, con un vino d’annata o anche con un libro imponente.

Facile sbranare, infierire, accanirsi come se per i sensi inebetiti si pretendesse un risarcimento. Altrettanto facile sdilinquirsi, insaponarsi, crogiolarsi nella banalita bassoborghese del piacere dozzinale. Che poca eleganza nei recensori di questi tempi saccenti e insapore, nevrotici grafomani, esagitati di ogni razza, frigide sessuofobiche, megalomani tecnologici, tutti ossessionati dalla coerenza mano-occhio-mente, piccoli maestrini di sostegno per lettori con problemi di apprendimento.

Che noia, che mortorio, mai una sorpresa. Ecco perché questa arte perduta va riscoperta.

Io ho iniziato con questo Il viaggio di Yash, un tomo ponderoso scritto con la prolissità narrativa di stampo teatrale delle grandi saghe ebraiche del primo Novecento. Un viaggio controcorrente, nella storia e nella memoria, nella tradizione di un popolo e di una cultura, a tratti onirico, parrebbe felliniano, un grande palco sul quale i personaggi sfilano e recitano le loro battute. Giuntina – siano sempre in salute e continuino a fare quello che fanno – un giorno mi disse: Cornelio, questo ti può piacere – e io risposi: È possibile, questo libro sembra dire che è bene leggerlo. Ancora non sapevo dell’arte dimenticata, nulla sapevo di Yash, qualcosa sapevo di letteratura ebraica, una delle grandi letterature.

Non c’è un motivo per l’implosione dei sensi, per la constatazione del bello senza provarne piacere, non è colpa di droghe, non è colpa di donne, non c’entrano i soldi. Non è nemmeno una qualità, o forse una mancanza di qualità, del libro. È insopportabile questa ossessione declamatoria che ci pervade… mi piace… non mi piace… che inno alla inutilità. È invece una disposizione estetica, contemplativa invece che immersiva, forse romantica, e vale tanto quanto l’infatuazione se non di più.

Ho osservato la grande storia popolare ebraica di Yash, riavvolta a partire dalla fine senza mai sentirmene parte, senza condividerla, senza essere trasportato dal flusso di immagini e parole. L’ho soltanto ammirata, come fosse un’architettura gotica fatta di una foresta di guglie e una folla di immagini. È questo quello che ho fatto, in un’ultima immagine, ho contemplato la costruzione de Il viaggio di Yash come si contempla un film d’epoca togliendo l’audio. Dapprima si cerca di leggere il labiale per ricostruire i dialoghi, ma dopo poco non lo si fa più e ci si concentra su quel che rimane, sagome che si muovono, espressioni, gesti, tutto apparentemente senza significato, incomprensibile, inconoscibile. Si constata la bellezza, non la si assorbe.

Questo per questa volta è tutto.
Vogliatevi bene, togliete l’audio.

Cordialissimamente,
Cornelio Nepote

3 commenti su “Il viaggio di Yash – Jacob Glatstein

  1. Enza
    10 dicembre 2017

    Inutile e superfluo qualsiasi commento. Cela serait de mauvais goût.
    Bonne dimanche.

    • Enza
      10 dicembre 2017

      Pardon, la protoduchessa confuse il genere.

    • 2000battute
      10 dicembre 2017

      alle protoduchesse si perdona molto.

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Questa voce è stata pubblicata il 9 dicembre 2017 da in Autori, Editori, Giuntina, Glatstein, Jacob con tag , , , , , .

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