2000battute

«Appartengo a una generazione disgraziata a cavallo fra i vecchi tempi ed i nuovi, e che si trova a disagio in tutti e due. Per di più, come lei non avrà potuto fare a meno di accorgersi, sono privo d’illusioni.» –Tomasi di Lampedusa

La riva delle Sirti – Julien Gracq

LA RIVA DELLE SIRTI
Julien Gracq
Traduzione di Mario Bonfantini
L’orma 2017

Il respiro profondo, l’incedere lento, il gusto antico di un’epoca letteraria che sta svanendo nella bruma del passato e che, da arte viva e vibrante, scivola malinconica nella categoria del classico, come nostalgia vestita per un pranzo di gala, rimpianti del tempo smarrito convertiti a definizione epistemologica.

La riva delle Sirti è romanzo del 1951, scarsamente conosciuto in Italia, stando alle notizie che lo accompagnano, e che L’orma, con grande merito, ripropone. Lo ripropone nella prima traduzione italiana di Mario Bonfantini, meravigliosamente arcaica, stupendo anacronismo capace di sprigionare un fascino irresistibile.

La storia è una danza onirica in un luogo immaginario, le Sirti, arida colonia sabbiosa della madrepatria Orsenna, dove Fabrizio, rampollo di famiglia patrizia, giunge in qualità di Osservatore. È con abilitá da maestro che Gracq cesella gli infiniti dettagli enigmatici di queste sponde apparentemente africane o forse levantine. La prosa rigogliosa e malinconica ricrea un mondo in parte epico, lo avvolge in una foschia che ne conserva l’estraneità e in esso dà vita a personaggi in qualche misura estranei a se stessi, perennemente incerti del proprio senso e ragione, invischiati in una trama che si infittisce senza mai rivelarsi. Di fronte alle Sirti vi è un mare, oltre al mare il nemico col quale Orsenna è in guerra latente, non più effettiva, mai dichiarata finita. Il nemico è fuori dalla portata dello sguardo, presenza oltre il limite dell’orizzonte che però sembra via via prendere forma. Un’agitazione nei villaggi, una presenza impalpabile, un senso di precarietà, forse delle spie osservano, forse agenti provocatori sono in azione. Forse è solo l’immaginazione degli uomini abbandonati in quell’avanposto o dei notabili annoiati della madrepatria.

La riva delle Sirti ha il mistero nel suo nucleo primitivo, come già altri romanzi, spesso di grandi scrittori, è la visione del nulla a farsi reale, il paradosso dell’indeterminatezza che riempie le menti e i respiri, la realtà che scolora nel miraggio. I confini non sono più tali, si rivelano essere solo righe tracciate arbitrariamente su una carta, come Fabrizio, il protagonista, scopre nel travolgente sconfinamento notturno verso laggiù, in direzione del vulcano mitologico, verso un luogo immemore, residenza del nemico mai incrociato.

Viene subito in mente Il deserto dei Tartari con la Fortezza Bastiani come possibile predecessore  dell’Ammiragliato delle Sirti, ma l’elenco si potrebbe allungare anche successivamente con autori come Coetzee, Feinmann e Saer, tanto per citare quelli che conosco meglio, che hanno immaginato di penetrare deserti onirici per inseguire o sfuggire nemici misteriosi. È un soggetto immortale il deserto che avvolge l’inconosciuto, è il luogo dove i confini e le tracce si perdono, dove realtà e miraggio si confondono e gli uomini si perdono o si ritrovano.

Così è La riva delle Sirti, grande e meraviglioso libro.

Ma la notte sembrava non aver confine: non c’era niente altro che l’inesauribile ribollire del taglia mare, e quel vento d’un altro mondo, quel fiume di freddo acido che portava con sé gli scricchiolii dei campi di neve. L’indeterminatezza di quella navigazione cieca mi diede sonnolenza: mi cullavo in quegli ultimi minuti di calma e di pura attesa, con lo spirito vacante, diventato stranamente permeabile a una musica più sottile e a misteriose coincidenze. Gli indizi familiari della terra sembravano ora lontanissimi, ma grandi segni si intrecciavano in quella notte marina. Tutta la mia vita da quando avevo lasciato Orsenna mi sembrava ora guidata: si ricomponeva in quella fuga in avanti notturna, in simboli che mi parlavano dal fondo dell’oscurità. Rivedevo le camere di palazzo Aldobrandi, la loro orgogliosa attesa e il loro vuoto abbandono d’un tratto oscuramente risvegliato. Dietro di me, il torrente di fumo vomitato dal fumaiolo si lacerava nella notte come una vela più nera di essa. Rivedevo il fantomatico significato che la nostra fortezza ripulita aveva d’improvviso ripreso sulle acque. Pensavo a quel vulcano ora misteriosamente rianimato. Col viso lavato da quella purità fredda, nel seno di quella notte che dissolveva i contorni d’ogni quotidiana realtà, mi raccoglievo, mi identificavo con tutto il mio essere cieco nella mia Ora, e mi abbandonavo a un ineffabile senso di sicurezza.

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Questa voce è stata pubblicata il 24 febbraio 2018 da in Autori, Editori, Gracq, Julien, L'orma con tag , , , .

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