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«Appartengo a una generazione disgraziata a cavallo fra i vecchi tempi ed i nuovi, e che si trova a disagio in tutti e due. Per di più, come lei non avrà potuto fare a meno di accorgersi, sono privo d’illusioni.» –Tomasi di Lampedusa

Surveillance Valley – Yasha Levine

SURVEILLANCE VALLEY
Yasha Levine
PublicAffairs 2018

Non vi tornano i conti sulla storia che ci hanno raccontato negli ultimi 10 anni sulla sorveglianza digitale? Vi sembra troppo pulita, troppo sceneggiata, con i buoni di qua, i cattivi di là, come in una recita parrocchiale? La privacy über alles, la sfilata narcisistica di presunti eroi della guerra tra i liberatori digitali e i biechi tecnocrati spioni? Vi è venuto, almeno qualche volta, il dubbio che la grande macchina della propaganda si fosse messa da tempo in moto?

Se siete tra questa teppaglia di diffidenti, allora questo libro fa per voi. Per me lo è stato di sicuro visto che io faccio parte della teppaglia da molto e parecchie cose non mi tornano di quello che è stato raccontato negli ultimi anni riguardo la sorveglianza degli oppressori governativi, i diritti umani digitali piovuti dal cielo che diventano chissà perché dei mantra, gli attivisti che non non ammettono contraddittorio, i giornalisti che non fanno il mestiere loro ma quello degli attivisti, antropologi screditati in cerca di nuova verginità, fino a questioni più specifiche come la sacralità presunta della crittografia quale strumento per diffondere la libertà delle genti dagli stati oppressori, che se provi a dirti non proprio convinto di questo potere salvifico ricevi occhiate di compatimento se ti va bene che sei tra amici. E soprattutto questo ‘o stai di qua o sei amico di quelli di là’ che ha dominato il discorso degli ultimi anni, il tratto distintivo dei fanatici, io lo trovo particolarmente odioso.

Questa narrazione prevalente, cavalcata senza tregua dai media diciamo progressisti (gli altri, i media conservatori, la narrazione che cavalcano è fatta di suoni gutturali e rumori di stomaco) , mi è sempre sembrata una pessima sceneggiatura di un pessimo film hollywoodiano. Peggio, ha portato alla superficie cupe tendenze da parte di molti anche in buona fede: incapacità di ragionare su scenari differenti dalla narrazione prevalente, tendenza al fideismo, talvolta perfino allo squadrismo ideologico, incapacità di mantenere un distacco emotivo dall’oggetto di analisi, prevalenza dello spirito di gruppo sull’indipendenza intellettuale, con conseguente deriva conformista o perfino reazionaria. Sembra la sintesi dell’implosione della sinistra politica moderna, invece è il manifestarsi di un carattere degenere della modernità intrisa di tecnologia che dalla difesa di diritti civili da una prospettiva libertaria, si ripiega su se stessa per prendere forme già viste in movimenti autoritari fatti di esaltazione narcisistica, manipolazione mediatica, e, quasi sempre, facile strumentalizzazione da parte delle tradizionali forze autoritarie che si celano tra i ranghi dello stato, dell’industria e della società.

Per essere più specifico, Surveillance Valley è il saggio che più di molti altri e meglio di molti altri mette in discussione le narrazioni prevalenti su:

– Genesi della sorveglianza di massa a danno dei cittadini americani (e di conseguenza di quelli dei paesi occidentali). Si scopre che ha radici molto più lontane e inattese di quanto generalmente si sia appreso.

– Natura originaria di Internet il quale nasce e si sviluppa come uno strumento militare per timori dovuti alla Guerra Fredda e come strumento di sorveglianza interna agli USA. Fine dell’eterna ambiguità propugnata da chi sostiene che in realtà fu un’impresa di sognatori anarcolibertari amanti della tecnologia e della diffusione del sapere. Questa è una favola autoassolutoria, la realtà dei fatti storici che si riportano è inequivocabilmente diversa.

– Privacy e sorveglianza, e i loro protagonisti moderni, si scopre che non sono arcinemici in eterna lotta. Anzi, vanno a braccetto, si autosostengono esplicitamente e in modo coordinato. Non c’è alcuna epica guerra tra movimenti di liberazione e truppe governative sul fronte della privacy dei cittadini. Ci sono invece movimenti orizzontali, doppi cappelli di volta in volta indossati alla bisogna e un fiume di finanziamenti dal governo USA verso le iniziative degli attivisti della privacy. È una sponsorizzazione o al più una società di comuni interessi, non una guerra. Se ascoltate uno di quelli che si vantano di essere esperti di privacy, molto difficilmente vi racconterà come stanno le cose tra presunti difensori e presunti aggressori della privacy, perché non lo sa, ma non ammette l’esistenza di una vasta area di incertezza.

– Lo strapotere dei monopolisti del mondo digitale, tale e tanto che ha permesso di travisare completamente il loro ruolo e responsabilità alla luce delle rivelazioni sulla sorveglianza online fatte da Snowden. La narrazione è stata aggiustata, in gran parte neutralizzata per quel che riguarda le ricadute che ci sarebbero potute essere sulle aziende che detengono montagne di informazioni personali su chiunque. Snowden si è ‘dimenticato’ di parlarne, solo la CIA ha visto, i suoi soci in affari no. Di nuovo, si è riusciti a far apparire come una guerra tra oppressi e oppressori quella che in effetti era una partnership di comuni interessi tra le aziende padrone dei dati delle persone e agenzie di intelligence, militari e polizie.

– I protagonisti, beatificati, degli ultimi anni sono quanto di meno trasparente vi sia in circolazione. Opaco lo è Snowden (più di quanto si sia soliti ammettere), lo è Wikileaks (notoriamente ormai), lo sono praticamente tutti gli attori e organizzazioni che giocano un ruolo nella difesa della privacy con mezzi tecnologici, dalla Electronic Frontier Foundation (assurdamente incensata), Wired (non una rivista di tecnologia e società, ma uno strumento per le pubbliche relazione, propaganda potremmo dire meglio), e anche le ACLU, i difensori dei diritti civili. Ci sono porte girevoli, persone che escono da una parte per entrare dall’altra, una corrente continua che unisce tutti gli attori in gioco.

– Gli strumenti per la difesa della privacy e dell’anonimato, insieme ai loro creatori, celebrati come eroi moderni da una larga parte di opinione pubblica e media, in primo luogo Tor per la navigazione anonima, ma anche il più recente Signal per la comunicazione anonima, sono a tutti gli effetti prodotti di agenzie di intelligence USA, generosamente finanziati, ispirati e supervisionati da loro. I documenti che il saggio cita, ottenuti in via ufficiale, raccontano una storia destabilizzante per il livello di manipolazione dell’opinione pubblica che ne emerge. Sono utili ai cittadini? Forse lo sono, probabilmente molto meno di quello che vorrebbero far credere, probabilmente hanno anche utilizzi diversi, mai esplicitati. Di sicuro, la genesi e la storia di queste tecnologie presenta molte ombre.

Ovviamente si può obiettare che la manipolazione sia quella organizzata da questo libro e dal suo autore, Yasha Levine, un giornalista investigativo americano di origini russe piuttosto noto, da tempo impegnato sui temi del libro. Certo, è possibile, però i dati e le analisi che Levine porta a supporto della sua ricostruzione sembrano tutt’altro che improvvisate, quindi per obiettare servono smentite altrettanto solide. La ricostruzione che effettua è anche tutt’altro che sorprendente in realtà, almeno dal punto di vista di quelli, come me,  ai quali la storia narrata in questi anni è sempre parsa poco credibile.

Complottismo? Qualunquismo? Propaganda? In parte ne siamo tutti vittime, questo è certo, ci nuotiamo dentro, respiriamo aria inquinata da narrazioni, frammenti di notizia, falsità, verità, opinioni travestite da fatti e così via. Però gli eccessi di complottismo non dovrebbero innescare una reazione uguale e contraria secondo la quale la narrazione prevalente è sempre la più verosimile. Manipolazioni dell’opinione pubblica, propaganda, movimenti infiltrati, giornalisti a libro paga di manipolatori sono esistiti spesso nella storia. Militari, servizi segreti, grandi concentrazioni di potere e ricchezze lo hanno già fatto per buona parte del Novecento di creare comode narrazioni diligentemente divulgate dai principali media.

La parola definitiva non la si avrà a breve, ma il dubbio e la discussione sono necessari, quindi ben venga un libro come Surveillance Valley che attacca la retorica degli ultimi anni e mette in discussione un conformismo diventato spesso insopportabile.

Tuttavia, di questo libro si parlerà poco, molto meno di quello che sarebbe logico attendersi per il contenuto e la solidità degli argomenti. Ne parleranno poco i giornalisti e i media, per niente gli attivisti della privacy, pochissimo gli esperti di tecnologia, quasi nulla gli accademici e gli intellettuali. Già sta avvenendo, l’autocensura è lo strumento più efficace del conformismo, non serve altro. In Italia poi, spesso inconsistente periferia del mondo, in pochissimi seguiranno il dibattito, pochissimi avranno le informazioni necessarie per ragionare sugli ultimi 10 anni di storia. Il populismo vince facile in queste condizioni.

Note:
– un assaggio lo potete trovare su The Baffler.

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Questa voce è stata pubblicata il 17 marzo 2018 da in Autori, Editori, Levine, Yasha, Public Affairs con tag , , .

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