2000battute

«Appartengo a una generazione disgraziata a cavallo fra i vecchi tempi ed i nuovi, e che si trova a disagio in tutti e due. Per di più, come lei non avrà potuto fare a meno di accorgersi, sono privo d’illusioni.» –Tomasi di Lampedusa

Breve storia di chiunque sia mai vissuto – Adam Rutherford

BREVE STORIA DI CHIUNQUE SIA MAI VISSUTO – Il racconto dei nostri geni
Adam Rutherford
Traduzione di S. Placidi
Bollati Boringhieri 2017

Adam Rutherford è bravo, Breve storia di chiunque sia mai vissuto è bello e chi lo legge vuol dire che si vuole del bene, perché da questo libro si imparano cose di scienza importanti e cose di storia favolose, raccontate in modo intelligente e senza sentire berciare sciocchezze come fin troppo spesso accade di questi tempi.

Io ho letto l’edizione originale – solitamente a Bollati Boringhieri però sono accurati nelle traduzioni – e Rutherford, oltre a essere scienziato esperto, ha uno stile brillantissimo che riesce a rendere accattivanti anche passaggi ostici quando è necessario capire qualche dettaglio non semplice della genetica umana. L’impegno nella lettura però è più che ricompensato da un saggio splendido per ampiezza, profondità e abilità divulgativa. Non è un testo accademico per specialisti – anzi direi che si tiene accuratamente a grande distanza dall’accademismo – ma non svende la meravigliosa complessità della vita per una narrazione banalizzata a piacere dei più pigri.

È diviso in due parti: nella prima ripercorre la storia dell’evoluzione di Homo Sapiens attraverso lo studio dei geni ritrovati nei reperti fossili – inclusi quelli di Neanderthal e Denisovan (se non conoscete la storia dei neandertaliani e dei denisoviani e dello studio dei loro fossili, bé è stupenda) – confrontati con gli uomini contemporanei; nella seconda parte si parla di genetica umana contemporanea, dell’insidioso concetto di razza e del misterioso dilemma dell’evoluzione attualmente in corso. Tutto presentato e analizzato dal punto di vista dello studio dei geni e delle favolose scoperte che la genetica sta facendo negli ultimi decenni.

Ancora una volta, l’esposizione di Rutherford è particolarmente brillante e non solo riesce ad appassionare nel racconto delle meraviglie della scienza, ma è bravissimo a scartare improvvisamente dalla genetica dei fossili a episodi storici come, ad esempio, la storia della dinastia degli Asburgo e della catastrofe genetica che la portò al collasso.

Anche la storia di come il concetto di razza umana sia evoluto, e in parallelo come dall’infame deriva dell’eugenetica si sia arrivati alle meraviglie della genetica è un capitolo scritto magistralmente. Non si accontenta di ripetere che le colpe dei padri non devono ricadere sui figli, ma, con molta maggiore onestà intellettuale, ricostruisce il contesto della seconda metà dell’Ottocento e di come i molti pregiudizi del tempo abbiano agito. Ricostruisce anche il rapporto tra Darwin e Galton, senza il quale non si comprende nulla di eugenetica e di discorsi sulla razza, le teorie frenologiche, incluso il ruolo di Cesare Lombroso, scienziato illuminato per la sua epoca, per quanto sbagliate si siano rivelate, dopo molto tempo, le teorie che credeva valide.

Io ancora una volta, e sempre lo farò, spezzo una lancia a favore del Museo dedicato a Cesare Lombroso di Torino, periodicamente al centro di critiche e richieste di chiusura da parte di alcuni (per loro sfortuna ignoranti di storia e di scienza) che lo ritengono una celebrazione razzista a scapito dei meridionali d’Italia. Lombroso era un frenologo, uno scienziato ottocentesco, socialista e progressista, sostenitore di Darwin e discepolo di Galton, nei suoi studi prese come esempio i briganti meridionali, ne misurò il cranio, e ipotizzò che avessero tratti riconducibili a una inferiorità razziale. Questo avveniva in tutto il mondo scientifico dell’epoca, nei confronti di minoranze e gruppi etnici diversi dal bianco europeo o americano (avveniva anche nei confronti degli italiani tout court). Era il mainstream, la scienza ufficiale, il progresso. Sbagliato, certo. I nazisti ne hanno tratto le conseguenze più degeneri, certo. In misura minore non solo loro, americani, inglesi e scandinavi, ad esempio, certo. Si vuole per questo cancellare dalla storia della scienza l’eugenetica, la frenologia, Galton, Lombroso e tutta una generazione di scienziati? Chi lo sostiene è affetto da fanatismo dovuto a ignoranza, nella migliore delle ipotesi, da ideologia fondamentalista, nella peggiore.

Questo libro insegna anche a riflettere e magari parlare di razza umana con cognizione di causa, sapendo che dal punto di vista genetico non esiste il concetto di razza tra umani, semplicemente le differenze sono troppo piccole per giustificarlo (e se si sta pensando al colore della pelle o al taglio degli occhi, ecco, quelli sono proprio gli esempi migliori di differenze geneticamente talmente trascurabili da non avere senso parlare di razze sulla base della pigmentazione dell’epidermide o di una piega nella palpebra; sono altre, non visibili, le differenze che potrebbero giustificare almeno un ragionamento). Spiega però anche perché il concetto di razza lo si sia ritenuto un dato di fatto tanto a lungo (in moltissimi ancora sono convinti che lo sia), quando non esisteva la possibilità di un’analisi genetica tra popolazioni differenti.

Sono moltissimi altri gli spunti, dalla misteriosa epigenetica che fa aleggiare lo spettro lamarckiano in alcuni anfratti della genetica, alle domande sulla spinta evoluzionistica in una società moderna nella quale i meccanismi di selezione naturale sono venuti meno, ma anche una riproposizione della figura di Darwin e dell’immensità dell’importanza delle sue teorie.

E come sempre accade leggendo libri di scienza fatti bene, se ci si vuole bene ci si specchia nella propria ignoranza per poi, alla fine, essere contenti di averne preso le misure con tanta chiarezza. Ma anche di averla ridotta di un pezzetto piccolo piccolo, oltre ad aver trascorso ore appassionanti.

Da rileggere.

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