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«Appartengo a una generazione disgraziata a cavallo fra i vecchi tempi ed i nuovi, e che si trova a disagio in tutti e due. Per di più, come lei non avrà potuto fare a meno di accorgersi, sono privo d’illusioni.» –Tomasi di Lampedusa

Ingegneri di anime – Frank Westerman

INGEGNERI DI ANIME
Frank Westerman
Traduzione di Franco Paris
Feltrinelli 2006

Questo reportage di Westerman temo sia stato dimenticato perché ormai le vicende della vecchia Unione Sovietica non interessano più molto. Forse, con la pubblicazione di Westerman da parte di Iperborea, l’attenzione ritornerà anche su Ingegneri di anime. Se ciò avverrà sarà un bene, perché Ingegneri di anime rimane un grande reportage denso di suggestioni e osservazioni capaci di suscitare idee, interesse, stupore.

Frank Westerman è bravissimo nel descriversi stretto da mille difficoltà per cercare di sfuggire alle maglie della burocrazia russa e penetrare in quel territorio fuori dalla portata del cronista. Ma è soprattutto bravissimo a restituire il sentimento di un’epoca e un luogo che quasi tutti noi abbiamo potuto conoscere solo da lontanissimo, in modo quanto mai impreciso, frammentario, spesso caricaturale.

Degli anni staliniani e degli slanci per un’affermazione dello stato e dell’uomo sovietico, anche attraverso grandi opere ingegneristiche che avrebbero dovuto sovvertire l’ineluttabilità delle forze naturali del territorio russo, quello che Westerman riesce a riportare è la fusione di un’utopia e di un’allucinazione, di un sogno e di un incubo. L’ambizione del sovrano di cambiare il corso della storia in nome del suo popolo e a sua gloria attraverso il lavoro di legioni di sudditi impegnati a rompere rocce, alzare dighe, deviare il corso di fiumi, sovvertire quello che natura aveva stabilito è antica come l’uomo. L’ambizione di Stalin e le opere di ingegneria fluviale realizzate nell’Unione Sovietica centro-meridionale sono un esempio allo stesso tempo grandioso, per gli sforzi immani che richiesero e i risultati ottenuti, e patetico per il colossale fallimento a cui andarono incontro.

La storia del golfo di Kara-Bogaz con i suoi depositi di solfato di sodio e gli insediamenti industriali è per molti versi strepitosa, così come lo sono gli intrecci con i faraonici progetti staliniani mirati a invertire i corsi d’acqua della Russia centrale. Ma forse ancora più strepitoso è il resoconto che Westerman fa del clima culturale e letterario dell’epoca, nel quale Gor’ky ricopre un ruolo centrale, e di come i letterati divennero, spesso loro malgrado, un pilastro della politica staliniana. Da qui il titolo di Ingegneri di anime che fonde i due ingredienti della miscela: l’orgoglio della tecnica per le grandi opere ingegneristiche con la costruzione, anch’essa quasi ingegneristica, dell’uomo sovietico.

I protagonisti del reportage, oltre allo stesso Westerman, sono diversi: il già citato Gor’ky, gli scrittori poi caduti vittima delle epurazioni tra cui Boris Pil’njak e Osip Mandel’štam, l’isolamento di Platonov, ma anche la vicenda tragica del direttore del sito estrattivo Rubinštein e quella dimenticata di Paustovskij, l’autore di un libro censurato sul golfo di Kara-Bogaz.

È un reportage febbricitante, la voce è dolente, a ogni pagina si apre sempre più la voragine tra ambizioni e realtà, il fallimento della pianificazione e della progettazione si dimostra sempre più catastrofico, come doloroso risuona il frantumarsi di sogni e speranze. Il mondo che descrive Westerman non era solo dispotico e violento, ma anche pieno di speranze, troppo ingenue ma non per questo da condannare. Era anche un mondo per molti versi vergine, un mondo nuovo che emergeva dalla notte zarista, dal medioevo russo, sopravvissuto alla carneficina della guerra e protagonista di un nuovo ordine politico e militare. Era un mondo nel quale la prospettiva appariva inevitabilmente distorta, come investito da un inevitabile destino epico e melodrammatico.

Westerman riesce a superare i confini prestabiliti del reportage per scrivere un testo ibrido, multiforme, con una pluralità di voci recitanti e uno sguardo intimo. È un reportage a suo modo bellissimo e anomalo, ripiegato su se stesso, capace non solo di raccontare e disegnare ritratti, ma anche di mostrare un modo di guardare insolito, una scrittura che attraversa i generi e le categorie, dalla luce bianca accecante dei depositi di solfato di sodio turkmeni alla letteratura sovietica del Novecento.

Da riscoprire, da conservare, da rileggere.

Nel momento in cui una “carovana del sale” traballante e sovraccarica usciva dal quadro con una lentezza esasperante, sullo sfondo appariva per la prima volta il golfo di Kara-Bogaz. Lo spettacolo era abbagliante; lo schermo diffondeva un bagliore talmente vivo da illuminare la saletta cinematografica. Indietreggiare non era possibile, così affondai ancor più i gomiti nei braccioli della poltroncina. Sul bianco si stagliavano contorni tenui. Il golfo di Kara-Bogaz era un lago scintillante dai bordi ondulati, non per la risacca (che non c’era) ma per il sale di Glauber solidificato. Sulla spiaggia frange di cristallo brillavano al sole.

Un commento su “Ingegneri di anime – Frank Westerman

  1. PaoloG
    18 giugno 2018

    Contento ti sia piaciuto, Paolo

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Questa voce è stata pubblicata il 16 giugno 2018 da in Editori, Feltrinelli, Westerman, Frank con tag , , , , .

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