2000battute

«Appartengo a una generazione disgraziata a cavallo fra i vecchi tempi ed i nuovi, e che si trova a disagio in tutti e due. Per di più, come lei non avrà potuto fare a meno di accorgersi, sono privo d’illusioni.» –Tomasi di Lampedusa

Città sola – Olivia Laing

CITTÀ SOLA
Olivia Laing
Traduzione di Francesca Mastruzzo
Il Saggiatore 2018

I am glass, clear empty glass . . . No gesture can touch me. I’ve been dropped into all this from another world and I can’t speak your language any longer . . . I feel like a window, maybe a broken window. I am a glass human. I am a glass human disappearing in the rain. I am standing among all of you waving my invisible arms and hands. I am shouting my invisible words . . . I am disappearing. I am disappearing but not fast enough.

Di questo libro avevo sentito parlare tempo fa, mesi fa, direi, ora non ricordo niente di più preciso, e l’avevo preso in edizione originale, poi me ne ero dimenticato. Un po’ me ne ero dimenticato anche a causa del titolo The lonely city, piuttosto banale, quasi da compitino fatto a casa, ma molto peggio è il sottotitolo Adventures in the art of being alone, che suona minacciosamente come una cretinaggine tra il lit-chic e il self-help. Per questo ero rimasto un po’ perplesso, aggiungete la mia dichiarata pregiudiziale negativa nei confronti dell’editoria americana contemporanea e il risultato non poteva che essere la rimozione.

Mi è tornato in mente quando ho visto l’edizione italiana. Vero è che Il Saggiatore ha talvolta una linea editoriale bizzarra, per non dire capricciosa, che a me consiglia prudenza, ma è altrettanto vero che sa infilare perle di rara brillantezza. Consapevole dell’imprevedibilità dei saggiatori ho cercato di saperne qualcosa in più e quello che ho trovato raccontava di un libro insolito, ancora una volta un po’ storia, un po’ ritratto di un’epoca e un po’ coscienza dell’autrice. Soprattutto un libro che raccontava esistenze di artisti, alcuni celebri, altri neppure riconosciuti come tali, tutti con vite attraversate dal senso di solitudine, isolamento esistenziale per alcuni, anche fisico per altri, esistenze borderline, dolorose, quasi tutte vissute tra gli anni ’80 e i ’90, la coda decadente del secolo breve, magnifico e crudele.

Quello che ho letto è un libro che si avvicina al concetto di libro indispensabile, qualificazione abusata e citata ogni volta a sproposito, questa inclusa. Nessun libro è indispensabile, ovviamente. Sono amori postumi, un rovistare tra ricordi, la sensazione epidermica persistente, un giudizio a posteriori. È un libro che mi ha tenuto sveglio fino a notte fonda, mi ha commosso, ha toccato corde sensibili e smosso memorie profonde, immagini lontane e notturni di pensieri solitari.

Il brano iniziale – o è meglio dire la poesia? – è di David Wojnarowicz, lo stesso che indossa la maschera di Rimbaud nella fotografia. Non ho neppure provato a tradurlo, va letto con la sua voce originale, e mi piace portarlo come testimone dell’intero libro, che non voglio riassumere per renderlo accattivante o non so che altro. È un libro che ha un respiro, quello dell’autrice, quello delle persone che vi sono raccontate e il mio mentre lo leggo, una notte d’estate, lontano da casa, stretto nella mia solitudine, con pensieri che non verranno mai pronunciati, le sensazioni che ascolto, il lungo abbraccio delle parole stampate. Una visione romantica, o addirittura sentimentale, lo riconosco. Ma non posso qui, ora, rivelare tutta la durezza delle storie che il libro racconta. Serve addolcirla per non rigettarla. Serve l’arte, serve assolversi.

Wojnarowicz è morto di AIDS nel 1992 a New York e la sua figura attraversa l’intero libro, a volte in primo piano, altre solo riflessa, entrando anche nei ritratti che Olivia Laing fa di celebrità come Hopper e Warhol o di artisti che hanno lasciato un segno pur nella loro vita ai margini, di individui isolati, spesso mentalmente disturbati. Quelle parole di Wojnarowicz, così drammatiche e laceranti, giungono all’apice del capitolo riguardante l’effetto devastante che ebbe l’AIDS nella comunità omosessuale di New York. Un capitolo tremendo e bellissimo. Sono state spese molte parole sull’AIDS nel corso degli ultimi tre decenni, ma Olivia Laing riesce a raccontare come venne vissuto il senso di angoscia e di ingiustizia. Lo fa attraverso la figura di David Wojnarowicz, la sua coscienza politica, l’osservatore lucido, il ragazzino che si vendeva, la voce narrante del mondo sotterraneo dei pier di New York dove gli uomini si incontravano e le solitudini potevano essere rivelate.

Sì il libro racconta di solitudini, di isolamenti, fisici, emotivi, esistenziali, politici, affettivi. Sono molte le dimensioni della solitudine e tutte segnano la vita delle persone in modi a volte imprevedibili, quasi sempre inconoscibili. Ma nel grande silenzio oscuro della solitudine delle persone, l’arte e le parole talvolta permettono di aprire una finestra e osservare un mondo fatto di luci, di colori, di giochi di specchi e milioni di pensieri.

Questo è un libro sulle persone e sull’arte, sulla propria voce che da soli si ascolta, è anche un libro sul raccontare storie di vissuti che le opere rimaste molto spesso non rivelano. Non è un libro che conforta, non è lit-chic o self-help, non è cretinaggine editoriale. È un racconto commovente e triste. È un modo per conoscere persone che si sarebbero potute giudicare superficialmente, come è stato per gran parte della loro vita. Ci sono profondità che non possono essere raccontate, solitudini che non hanno parole adeguate. Ma c’è un modo di avvicinarsi con calore e con delicatezza. Questo fa Olivia Laing.

     

 

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Questa voce è stata pubblicata il 24 giugno 2018 da in Autori, Editori, Il Saggiatore, Laing, Olivia con tag , , , .

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