2000battute

«Appartengo a una generazione disgraziata a cavallo fra i vecchi tempi ed i nuovi, e che si trova a disagio in tutti e due. Per di più, come lei non avrà potuto fare a meno di accorgersi, sono privo d’illusioni.» –Tomasi di Lampedusa

Il confine dell’oblio – Sergej Lebedev

IL CONFINE DELL’OBLIO
Sergej Lebedev
Traduzione di Rosa Mauro
Keller 2018

È un’opera prima, saperlo è un’informazione inutile, forse in definitiva fastidiosa. Meglio sarebbe stato non saperlo e anche io avrei fatto bene a non scriverlo. Sei libera di trascurarla, questa informazione, mentre ti incammini lungo il sentiero tracciato da Sergej Lebedev, sentiero certo non rettilineo, anzi tortuoso e discontinuo si dovrebbe dire subito, ma anche questo sarebbe da tacere e lasciarti sola a scoprire che inevitabilmente perderai le tracce e l’orientamento, una volta due volte più volte ti girerai intorno per cercare punti di riferimento senza trovarli, ti volgerai indietro e con sorpresa scoprirai che i tuoi passi non hanno lasciato segno, come non lo hanno lasciato quelli di coloro che ti hanno preceduto, perché il permafrost non trattiene e non rilascia nulla al momento, a volte trattiene a lungo e improvvisamente rilascia, non solo zanne di mammut o cimiteri senza fissa dimora, ma anche ricordi, che non sapevi di avere, improvvisamente riemergono, anche se il più delle volte non è vero che riemergono, ma si solidificano nell’aria torbida e febbricitante delle regioni estreme, come immagini di una terra che inghiotte il tempo, fino a che non lo sputa come storia che è facile scambiare per ricordo, quando invece è storia rimasta intrappolata nella regione estrema, fino a che un giorno, quando passi da là, incerta sulla direzione da seguire, a un tratto il tempo viene sputato in forma di ricordo in forma di racconto senza un davanti e un di dietro, perché lassù non ci sono segnali, non ci sono bandiere, nemmeno punti fermi, tutto invece si confonde nell’assenza di colore e di voce, tutto si sposta, trasla da una parte all’altra, tutto è immobile e muto eppure in continuo rimescolamento e lancia grida, strazianti quasi sempre. Sergej Lebedev sembra un nomade, una creatura  della taiga, di incerta forma, imperscrutabile e inconoscibile, non è creatura della tua specie, è fatto di terra e di spazio che si mescolano, tu pensi alla vita lui pensa alla solitudine del carceriere, tu cerchi un verso una direzione lui procede cieco per il bagliore che brucia ogni visione, tu pensi al tempo che scivola via per lui non esiste tempo ma solo rari suoni che si smorzano nell’aria pastosa per gli effluvi.

Leggilo se vuoi, con gli occhi e con il cuore, con le orecchie e con il dito che accusa. Non ti servirà a molto. Questo è un libro che striscia, negli intestini della terra, nei cunicoli delle miniere, nei frammenti di memorie indecenti, sotto la tua apprensione, sotto i tuoi piedi ferini, lontano dalle tue unghie e dai tuoi sospiri, tu sei carne lui non lo è, tu sei calore lui è inerte, tu agiti lo sguardo lui è cieco.

Un brano:

Indossavano stivali di gomma con suole spesse, cercavano di non toccare il terreno e le costruzioni, non era escluso gli avessero messo paura delle radiazioni. Me ne stavo sul versante della montagna, presso le gallerie, come un selvaggio che avesse visto atterrare un disco volante. I loro abiti appartenevano a una vita completamente diversa, piena di colori, e avrei voluto urlargli che lì non si poteva atterrare con un elicottero, non ci si poteva trattenere un’oretta per scattare foto e raccogliere i souvenir sparsi in anticipo dagli organizzatori del tour. Avessi avuto un’arma, avrei sparato, li avrei scacciati, così invece non mi restava che osservarli e capire che, a dispetto dello spirito del nostro tempo che proclama non più l’uguaglianza bensì l’identicità delle persone, ci sono dei limiti invalicabili, delle differenze incancellabili, più profonde di quelle religiose, culturali ed economiche. I giacconi sgargianti respingevano il luogo circostante, si difendevano dalla sua mancanza di colore e io mi resi conto – proprio attraverso quei colori – che eravamo nati in epoche diverse, benché coeve. E questa differenza tra nati negli stessi anni ma in epoche diverse era talmente forte da suscitare la nausea. Le due donne della ferrovia e i tre banditi del giorno precedente mi erano più vicini: e non perché fossimo circondati dalla stessa realtà, ma perché ne eravamo il prodotto, ne portavamo le stesse tare e potevamo parlare nella lingua delle tare, mentre quella gente colorata con le macchine fotografiche era intatta e in tal senso estranea.

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Questa voce è stata pubblicata il 22 settembre 2018 da in Autori, Editori, Keller, Lebedev, Sergej con tag , , , .

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