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«Appartengo a una generazione disgraziata a cavallo fra i vecchi tempi ed i nuovi, e che si trova a disagio in tutti e due. Per di più, come lei non avrà potuto fare a meno di accorgersi, sono privo d’illusioni.» –Tomasi di Lampedusa

Gli undici – Pierre Michon

GLI UNDICI
Pierre Michon
Traduzione di Giuseppe Girimonti Greco
Adelphi 2018

Questo è il Pierre Michon autore di quel meraviglioso libro che è Vite minuscole, opera del 1984 ma arrivata in Italia solo nel 2016, un’opera che salutavo con entusiasmo per il talento che Michon dimostrava nel cesellare le parole, producendo così un’arte che nonostante il canone imperante fatto di banalità, chiacchiericcio e goffaggine letteraria, finalmente tornava ad avere una natura arcaica, inospitale, ostica, faticosa. Questo a dispetto di quanti oggi sostengono che l’unica funzione nobile rimasta a uno scrittore sia quella di testimone del tempo attuale e di una necessaria compenetrazione con l’attualità. Una sciocchezza in tutto e per tutto, a partire dalla premessa, dovuta in larga parte a una ritirata nel comodo pessimismo dell’agiata borghesia intellettuale. Certo è vero che di Pierre Michon in grado di scrivere un libro come Vite minuscole ce ne sono pochissimi e il rischio che la scansione temporale tra creazione e traduzione in quel caso producesse effetti ottici che facilmente ingannavano, era reale.

Gli undici è di molto successivo, essendo stato scritto nel 2009, e conserva alcune delle caratteristiche così preziose del Michon di Vite minuscole, ma altrettante ne perde. Rimane certamente l’abilità del sopraffino cesellatore di parole e di microvariazioni musicali all’interno delle frasi. Frasi che spesso drappeggiano come strisce di tessuto prezioso gonfiate da un’improvvisa folata di vento per poi ricadere in morbide volute appena ravvivate da leggeri refoli. Pierre Michon continua a essere un artigiano delle parole di valore straordinario. La storia stessa, quella di un quadro immaginario chiamato Gli undici che avrebbe raffigurato gli undici membri del Comitato di salute pubblica capitanato da Robespierre proprio mentre la stagione del Terrore parigino stava per deflagrare, è meravigliosamente astrusa e arcaica, avulsa dall’attualità e allo stesso tempo allegorica. Michon scrive un gioiello di stile che però più volte bordeggia con l’esercizio di stile, Giuseppe Girimonti Greco lo traduce in maniera superlativa restituendo una prosa italiana che volteggia nell’aria come una danza tra uccelli oceanici, eppure talvolta una corrente maleodorante di estetismo sembra trovare un varco. La rappresentazione che Michon produce mantiene elementi comuni a Vite minuscole anche nella finzione scenica dei protagonisti che ondeggiano tra la dimensione immaginaria e quella storica e questo intende conferire ulteriori angolature alla composizione delle parole. In Vite minuscole il risultato è straordinario perché le storie, i personaggi, le vite minuscole si mettono completamente a servizio della danza delle parole componendone il proscenio ideale. Meno ne Gli undici, dove invece questa amalgama non è così perfetta, per cui le tinte forti della storia di sfondo conservano la capacità di abbagliare il lettore rompendo l’ipnotismo delle parole.

Rimane un testo anche questo non facile, da leggere con occhio che seziona le lettere e gli spazi tipografici perché è ancora a quel livello che Michon scende ed esprime la sua arte. Tuttavia, per quanto sia apprezzabile la qualitá alta del risultato, l’entusiasmo del primo titolo non c’è.

E abbia cura di notare, signore, che quel potere era un potere fantasma, un potere insomma che non esisteva, giacché il ruolo dell’esecutivo, formalmente in cima alla piramide dei poteri, non esisteva più, era stato abolito come relitto dell’esecrabile ruolo del tiranno – quel potere dunque non esisteva, e tuttavia con la sua voce fantasma pretendeva, otteneva e faceva cadere quaranta teste al giorno. In seno allo stesso Comitato c’erano vari partiti, undici partiti forse, che la storia e le tabelle dell’atrio hanno ridotto a tre, perché tre è un bel numero, buono per tutte le occasioni: da una parte Robespierre e i robespierrots in numero di due, Saint-Just e Couthon, tre con Robespierre; dall’altra parte gli uomini di scienza, ingegneri e giuristi, capitani, che eccellevano nelle arti liberali non meno che in quelle meccaniche, che fabbricavano cannoni con i rottami delle campane e cesellavano ordinanze nel bel politichese dell’anno II con i rottami del bel gergo teologico, gergo che, per dare a Cesare quel che è di Cesare, era stato del resto inventato dal robespierrot Saint-Just: questi insigni dotti dalle mani sporche erano Carnot, Barère, i due Prieur, Jeanbon, Lindet, sei uomini di scienza. E c’erano infine due indipendenti, esaltati e imprevedibili, Billaud e Collot. Tutti costoro, questi undici, tutti scrittori come le ho già detto, avevano in comune principalmente il fatto di apporre le loro undici sigle in calce ai vari decreti relativi a cannoni, grano, ghigliottina, requisizioni ed esecuzioni.

In ogni caso, sublime è l’arte di cesellatore di Michon e bravissimo è Girimonti Greco.

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Questa voce è stata pubblicata il 20 ottobre 2018 da in Adelphi, Autori, Editori, Michon, Pierre con tag , , , .

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