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«Appartengo a una generazione disgraziata a cavallo fra i vecchi tempi ed i nuovi, e che si trova a disagio in tutti e due. Per di più, come lei non avrà potuto fare a meno di accorgersi, sono privo d’illusioni.» –Tomasi di Lampedusa

La fila indiana – Antonio Ortuño

LA FILA INDIANA
Antonio Ortuño
Traduzione di Silvia Sichel
SUR 2018

Antonio Ortuño è messicano e relativamente giovane, come tale vive il dilemma che sta strangolando molti: davanti a quello che sta diventando il mondo, cosa dovrei fare?

È una domanda che ha attraversato la storia e le epoche, alla quale sono state date le risposte più varie, spesso incerte, schiacciate dal senso di inutilità, talvolta invece le risposte sono state coraggiose, addirittura temerarie, oppure sono state narcise, imbevute di autocommiserazione e autoesaltazione. Insomma, è una domanda che non ha nessuna risposta e ha tutte le risposte. È anche una domanda, guardando gli intellettuali e gli artisti, che ha spesso assunto i connotati della rinascita, si ammanta di destino, ha essa stessa connotati artistici e letterari, come se fosse generativa di un senso fino a quel momento rimasto sotterraneo. Si trova giustificazione al proprio ruolo e attività divulgativa e creativa. Sembra diventare un momento di rinascita morale, di passaggio dall’intrattenimento alla politica, dall’età giovane a quella adulta, dal gioco alle cose serie. Così appare spesso, nelle varie forme e con i nomi che via via sono stati attribuiti al fatto di esprimere poetica, arte, letteratura in funzione della realtà, in presa diretta sull’attualità. Questo, raccontare il presente, farsi testimone, per alcuni è l’unica opzione che conserva un senso alto della funzione di intellettuale e artista. Per altri non è così, è una possibilità e una scelta, non necessariamente opportuna e non per forza dagli esiti apprezzabili, in un contesto che sempre meno sembra comprendere il valore della rappresentazione simbolica, della concettualizzazione allegorica, della bellezza non strumentale, della disciplina anche morale che viene dal dare forma a degli stati d’animo. La questione è irrisolvibile.

Fila indiana è un libro che mantiene la forma narrativa ma vuole testimoniare l’attualità. L’attualità che racconta è quella dei migranti che dal Centro America vogliono raggiungere gli Stati Uniti e per questo devono attraversare il Messico. È un caso che io legga questo libro proprio nei giorni nei quali le cronache riportano della carovana di migliaia di migranti che stanno compiendo proprio il viaggio raccontato da Ortuño, solo che, forse per la prima volta, lo fanno riunendosi in popolo. Forse stiamo assistendo a un punto di svolta.

La storia è come tante altre storie, ha alcuni protagonisti principali, due, tre, e una corona di figure di contorno. I protagonisti incarnano ruoli ben definiti e vivono una vicenda che si conclude nell’arco attraversato dal testo. Ortuño non introduce alcun elemento di originalità nella narrazione. Questo per chi apprezza gli elementi stilistici originali induce una certa noia da ripetizione, altri più affezionati a un canone tradizionale forse apprezzeranno, non so.

Comunque sia, non sono gli elementi stilistici a essere il cuore dell’opera, quanto l’intento morale dell’autore. Il libro è funzionale alla testimonianza della ferocia umana.

La storia dei migranti di Ortuño è in realtà storia della bestialità di chi li attende al varco per predarli, massacrarli e torturarli per ragioni che, riassumendole tutte, non riescono a dar conto dei fatti senza essere costretti ad ammettere che non c’è altro da fare se non richiamare la pura e semplice ferocia umana. I migranti di Ortuño sono quasi del tutto anonimi e indistinti, un flusso di miserabili che attraversa le strade e sale sui treni merci con l’unico scopo di raggiungere il confine statunitense. I protagonisti dei quali s’impara a conoscere tratti, pensieri e pulsioni sono messicani (solo una non lo è ma è funzionale a focalizzarsi ancor più sui protagonisti messicani) le cui vite si intrecciano e si nutrono del flusso di miserabili. Ognuno, in modo diverso, assume senso per via dei migranti.

Ci possono essere molti piani di lettura, ne ho sentiti di interessanti, ma quello che scelgo io è questa forma di vampirismo dei protagonisti di Ortuño, i quali, siano essi positivi o negativi, senza la linfa che traggono dai migranti si svuoterebbero di senso, scomparirebbero in quanto personaggi, diverrebbero essi stessi dei miserabili. Anche questa circolarità di senso e nutrimento di senso da ciò che si condanna è un fenomeno che ricorre e suscita interrogativi irrisolti. In questo leggo lo scoramento più profondo e l’assenza di speranza di questo libro che dal punto di vista stilistico e narrativo è piuttosto convenzionale, ma ha la forza di uno sguardo disilluso.

Rimane da domandarsi se un’opera più esplicitamente di testimonianza, saggistica, un reportage vero e proprio non sia più adatto allo scopo. Perché la finzione narrativa? Perché l’illusione che la storia non sia reale? Perché concedere l’alibi dell’intrattenimento?

Domande per le quali non esiste risposta ed esistono infinite risposte.

«Quando andremo a visionare il nuovo centro di accoglienza. Tu starai davanti, da solo, nessuno ti può camminare al fianco. Formiamo una fila indiana. L’unico che viene da te per chiedere o spiegare sono io. Tutti gli altri vengono dietro, divisi per livelli».

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Questa voce è stata pubblicata il 27 ottobre 2018 da in Autori, Editori, Ortuño, Antonio, SUR con tag , , , .

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