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«Appartengo a una generazione disgraziata a cavallo fra i vecchi tempi ed i nuovi, e che si trova a disagio in tutti e due. Per di più, come lei non avrà potuto fare a meno di accorgersi, sono privo d’illusioni.» –Tomasi di Lampedusa

Vite immaginarie – Marcel Schwob

VITE IMMAGINARIE
Marcel Schwob
A cura di Fleur Jaeggy
Adelphi 1972

L’ho trovato galleggiante sul fondo del catalogo Adelphi, un altro degli aberranti, secondo la onettiana definizione data quando ho iniziato questa personale esplorazione. Eppure Vite immaginarie non è un libro perduto, un’opera dimenticata nei ripostigli della storia editoriale. Vive! Sopravvive da ben dieci edizioni e quasi cinquant’anni, chi lo avrebbe mai detto? Pochi, di sicuro, quei pochi che or ora ricordano di averlo nella personale biblioteca e gli ancor più rari che ne ricordano il contenuto. Il fantasmagorico e meraviglioso testo. Proprio così, perché Vite immaginarie è un libro bellissimo fatto di ritratti. Ritratti un po’ veri, ma non troppo, anzi parecchio falsi, ma non del tutto ed è proprio sul crinale del immaginazione che si percorrono uno dietro l’altro. Quanto sarà vera la storia di Frate Dolcino e di Cecco Angiolieri come la racconta Marcel Schwob? Non sembrano molto vere, ma niente impedisce che lo siano, dei frammenti, certo, eppur veri. Oppure no? Tu che dici? Tu non dici niente, perché per fortuna non hai diritto di parola, solo di lettura. Come tutti, come me, tutti, indistintamente.

Quando Cyril Tourneur ebbe saziato il suo odio per i re, fu assalito dall’odio per gli dei. Il pungiglione divino che aveva in lui lo incitò a creare. Pensò che avrebbe potuto fondare una generazione nel proprio sangue, e propagarsi come dio sulla terra. Guardò sua figlia, e la trovò vergine e desiderabile. Per mandare a compimento il suo disegno davanti al cielo, trovò che nessun luogo era più significativo di un cimitero. Giurò di sfidare la morte e di creare una nuova umanità in mezzo alla distruzione stabilita dagli ordini divini. Circondato di vecchie ossa, vole generare ossa giovani. Cyril Tourneur possedette sua figlia sul coperchio di un carnaio.

È una prosa grandiosa e un immaginario ancor più grandioso quello che permette a Marcel Schwob di dipingere i ventidue ritratti di Vite immaginarie. Oscilla come un pendolo diabolico tra cime e valli, tra la cupezza grandguignolesca di Cyril Tourneur all’epica classica, ritrae filosofi, briganti, puttane e condottieri, tutti passano dalla sua mano creatrice in un opera rigenerante.

Eccoli, tutti e ventidue: Empedocle, Erostrato, Cratete, Septima, Lucrezio, Clodia, Petronio, Sufrah, Frate Dolcino, Cecco Angiolieri, Paolo Uccello, Nicolas Loyseleur, Katherine la Merlettaia, Alain le Gentil, Gabriel Spenser, Pocahontas, Cyril Tourneur, William Phips, Il capitano Kid, Walter Kennedy, Il Maggiore Stede Bonnet, I signori Burke e Hare.

È un creatore in senso letterale, Marcel Schwob, e come tale dotato di un fascino profondo al quale neppure Fleur Jaeggy resiste. Così lo descrive:

Si abituò alla morfina. Sono i momenti della grandiosa solitudine. Dopo le visite degli amici spranga le porte e le finestre, non un rumore filtra, sono le ore perenni, è l’eternità che si stratifica nella stanza. Diventava allora veramente il Grande Sceicco del Sapere e dei Grimoires, come lo chiamò il Docteur J. C. Mardrus, dedicandogli il volume XV della sua traduzione delle Mille e una notte.

Ritorno agli aberranti, concetto che sfugge ai più perché travisati dalla propria immaginazione nella quale specchiano l’immagine di un’aberrazione qualunque. Un tricefalo, una pustola, una circe. Eppure gli aberranti non sono deformi né malvagi, un tempo erano ballerini di fila sul palco illuminato, poi sono scivolati nell’ombra, ma volontà mute li mantengono in vita e il loro contenuto non mostra segno di corruzione. Sono libri, sono opere, sono persone. Tu di certo potresti essere un aberrante. In quanti ti hanno dimenticata? Decine, centinaia, quasi tutti, negli anni, nei secoli, e tu lo stesso hai fatto con altre decine, centinaia, migliaia che hai lasciato scivolare via, sprofondare sul fondo. Quanti di quelli ancora sopravvivono? Quanti non sono stati corrotti? E tu? Tu sopravvivi incorrotta? Sul fondo, nei momenti di grandiosa solitudine con porte e finestre sprangate, senza che filtri un rumore? Vivi da aberrante le ore perenni, con l’eternità che si stratifica nella stanza?

4 commenti su “Vite immaginarie – Marcel Schwob

  1. thomas
    4 febbraio 2019

    legga anche “la crociata dei bambini”
    non sono poi libri così aberranti.

    • 2000battute
      5 febbraio 2019

      grazie del suggerimento.
      “aberrante” non ha significato spregiativo però.

  2. Alessandra
    3 febbraio 2019

    Interessante questo percorso di lettura. Del resto, cosa sarebbe il mondo senza gli aberranti? Un panorama piatto, ordinario e scontato? Senza un viluppo o un guizzo, senza un inciampo che faccia sussultare.

    • 2000battute
      3 febbraio 2019

      un mondo con solo le ultime novità?

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Questa voce è stata pubblicata il 2 febbraio 2019 da in Adelphi, Autori, Editori, Schwob Marcel con tag , , , .

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