2000battute

«Appartengo a una generazione disgraziata a cavallo fra i vecchi tempi ed i nuovi, e che si trova a disagio in tutti e due. Per di più, come lei non avrà potuto fare a meno di accorgersi, sono privo d’illusioni.» –Tomasi di Lampedusa

Cronache anarchiche – Denis Johnson

CRONACHE ANARCHICHE – dall’America e dai confini del Mondo
Denis Johnson
Traduzione di Giovanna Scocchera
Alet 2004

Che Denis Johnson sia un fuoriclasse del reportage autobiografico in situazione estreme è cosa nota dalla sua lunga attività giornalistica e non lo si scopre con questo Cronache anarchiche, che non è un brutto titolo, ma è inspiegabilmente inventato dall’editore italiano, forse per aggiungere un’ulteriore bizzarria al già bizzarro autore.

Titolo o non titolo, la copertina di Alet però è bellissima, leggerlo è un’esperienza di piacere multisensoriale come poche altre del genere, forse qualche grande Kapuscinski o il memorabile Hugo-Bader, più il secondo del primo direi, perché Kapuscinski sapeva conservare un’aura giornalistica rispettabile anche nelle situazioni più spiacevoli, tanto che non di rado si aveva l’impressione che ne uscisse fin troppo pettinato e immacolato, pur se armato di innegabile talento narrativo, mentre Hugo-Bader e Denis Johnson non rimangono puliti e pettinati per più di due pagine poi iniziano a rotolarsi nel fango come ippopotami insieme agli altri compari ippopotami che si divertono a frequentare.

In Cronache anarchiche Johnson svaria negli angoli più remoti e sporchi della società americana prima, poi in Africa, poi in Afghanistan. Ogni tanto ci torna, questo è insolito per uno che racconta di luoghi spettinati e non troppo puliti, invece lui ci torna e racconta di nuovo ma in modo diverso, come se fosse quel tizio che passava dall’altra parte della strada, o almeno così dice di aver fatto, che con questi bisogna sempre mettere in conto che niente sia vero o tutto sia vero o una qualche frazione intermedia sconosciuta sia vero di quanto raccontano. Fa parte del tipo di racconto l’ambigua relazione tra vero e falso, reportage e invenzione, testimonianza e millanteria. Fa parte dell’opera e del personaggio, bisogna prenderli così, senza annoiare in giro chiedendo se è vero se non lo è ma quanto lo è.

Denis Johnson parte e si trova in mezzo alla guerra civile liberiana, una di quelle carneficine africane senza senso e senza ombra di dio, in mezzo a negri pazzi e intossicati che si ammazzano senza sapere perché. Più avanti nel libro ci si ritroverà di nuovo, ma dall’altra parte, in mezzo all’altra fazione d pazzi massacratori. Non si sa quale delle due si sia inventato o tutte e due o nessuna delle due. Vai a sapere. Denis Johnson bisogna amarlo così, se no meglio continuare a guardare il telegiornale.

Poi va tra gli hippy americani, un raduno di vetero-hippy che ormai non sanno più manco loro per quale motivo sopravvivono al mondo, a parte drogarsi un po’ e perdere tempo in mezzo a un bosco. Si mangia funghetti allucinogeni e la descrizione fa ridere. Viene voglia di mangiare i funghetti allucinogeni per avere le stesse allucinazioni di Denis Johnson. La vita va presa con calma e serenità. Dagli hippy passa al predicatore cristiano con l’Harley Davidson, un altro raduno, ancora un accampamento di squinternati che perdono tempo e non si ricordano più perché sopravvivono. Non troppo diverso dagli hippy, ma meno drogati forse.

Racconta poi una storia poco credibile di lui che si era appena sposato e insieme alla giovane mogliettina decidono di andare in Alaska a cercare oro in un fiume con l’idea di raccattarne abbastanza da farci le fedi nuziali. La racconta in due o tre versioni, forse una è mezza vera, forse in Alaska c’è stato veramente con una mogliettina o magari senza mogliettina, ma fatto sta che le storie alaskane sono spassose e si leggono con vero sincero divertimento. Quindi chissenefrega se sono vere o false.

Dopo l’Alaska c’è il nord del Montana, ancora terra dimenticata dal dio dei boschi e dallo stato federale degli Stati Uniti. Sempre oltre i margini, sempre di là dal confine della routine ragionevole, della educazione formale e di un abbigliamento presentabile. Sta sempre nella zona smilitarizzata tra il sobborgo con le villette dei geometri e la trincea bersagliata dai mortai. Nessuno sa quale posto tra questi sia il peggiore per rimanere parcheggiati aspettando la fine dei giorni.

Dal Montana si sposta in Somalia, di nuovo in mezzo ai pazzi sanguinari che si sparano come se altro da fare al mondo non ci fosse. Sembra sempre poco credibile perché a leggere si ha l’impressione che ci sia capitato quasi per sbaglio, si è distratto un attimo, ha girato all’incrocio sbagliato ed ecco che si trova in vista delle rovine di Mogadiscio. In realtà Denis Johnson non la racconta mai tutta, il che può benissimo voler dire che ne racconta parecchio di più. Fatto sta che si trova a Mogadiscio e inspiegabilmente nessuno gli spara.

In tutto questo trova anche posto la storia di un ricercato dalla polizia federale per aver tirato una bomba in una clinica abortista. Questo maniaco omicida pare si nasconda in una zona impervia della Pennsylvania caratterizzata da innumerevoli formazioni sotterranee, grotte, cunicoli, forre, nessuno sa bene quante e dove e con che estensione. Non lo troveranno e la gente è tutta con lui. Anche Denis.

Bello, fa bene leggere cose come queste, sembra poi di sopravvivere meglio, anche se si continua a non sapere bene perché.

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Questa voce è stata pubblicata il 14 febbraio 2019 da in ALET, Autori, Editori, Johnson, Denis con tag , , , .

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