2000battute

«Appartengo a una generazione disgraziata a cavallo fra i vecchi tempi ed i nuovi, e che si trova a disagio in tutti e due. Per di più, come lei non avrà potuto fare a meno di accorgersi, sono privo d’illusioni.» –Tomasi di Lampedusa

The age of surveillance capitalism – Shoshana Zuboff

THE AGE OF SURVEILLANCE CAPITALISM – The fight for a human future at the new frontier of power
Shoshana Zuboff
Public Affairs 2018

Questo libro verrà senz’altro tradotto in italiano e se ne parlerà, già se ne parla, molto. Diventerà uno dei testi di riferimento del discorso pubblico, anzi, l’espressione surveillance capitalism, capitalismo della sorveglianza, finirà sulla bocca di molti, la leggerete negli editoriali degli opinionisti, la riferiranno gli accademici, i giornalisti, perfino i politici che vorranno darsi arie di modernità.

Finalmente, e questo finalmente lo pronuncio con grande enfasi e sventagliata di mani, finalmente quando l’opinione pubblica informata e moderna si sarà impossessata dell’espressione capitalismo della sorveglianza, avrà trovato una chiave interpretativa per arginare la confusione mentale nella quale annaspa da non pochi anni quando pensa e parla e scrive di società digitale, reti, internet e mondo online. Finalmente, e vai con un’altra sventagliata di mani, c’è la spiegazione e questa spiegazione si chiama capitalismo della sorveglianza. Finalmente, e tre, si può dare tutta la colpa a Google, Facebook, i social network, la rete, l’online, senza sembrare dei poveri rimbambiti che inveiscono contro il grande cavallo d’acciaio che sfreccia nelle pianure. Anzi, ci si potrà pure dare arie di moderni, perfino di sinistra, modernamente di sinistra, sinistra capitalista e borghese, tecnologica e cittadina, s’intende.

Non sto scherzando, questo libro, The age of surveillance capitalism, può davvero diventare uno dei testi che offrono agli inesperti una scaletta per salire sul terrazzo della contemporaneità e da là poter dire che finalmente l’era digitale è iniziata e la si riesce a spiegare.

Purtroppo, pur convinto che quanto appena scritto abbia effettivamente delle buone probabilità di accadere, questo è e rimarrà sempre un saggio pessimo, fuorviante, mistificatorio, fasullo e massimamente disinformativo. Shoshana Zuboff, carica di onorificenze accademiche, ha cercato una spiegazione, forse ne ha trovata una buona per le vendite, ma non ha aggiunto niente di utile alla comprensione della contemporaneità, anzi ha aumentato ancora il già alto livello di confusione mentale. Per questo il successo di questo libro misurerà l’incapacità di comprendere se stessa che la nostra società dimostra di fronte al mondo digitale. È una falsa ricetta, surveillance capitalism, uno slogan fuorviante.

Perché usare surveillance che richiama la sorveglianza poliziesca, lo stato totalitario e le tante polemiche che si sono susseguite per anni a proposito della raccolta incondizionata di dati personali da parte degli stati? Perché strizzare l’occhio a quel ricordo facile quando in realtà di altro si parla e si teorizza? Solo per motivi commerciali e per cercare di ipnotizzare il pubblico con uno slogan facile, un ritornello orecchiabile che rimarrà impresso. Per fissare un copyright. Qui in gioco non c’è l’informazione, ma contratti di consulenza e ingaggi per conferenze. Già il titolo deve rendere massimamente sospettosi.

Si parla di capitalismo o si parla di sorveglianza? Oppure si vuole dire che il capitalismo tradizionale è mutato ed è passato dal lavoro e il capitale ai dati dei cittadini e la loro sorveglianza? Quest’ultima opzione è quella più simile al discorso, confuso e ridondante, della Zuboff. Il capitalismo è cambiato, sostiene. Come, perché e secondo quale traiettoria storica, economica e politica non lo spiega, se non in modo farfugliante. In realtà quasi nulla dice del capitalismo e della sua presunta crisi, forse delle sue molte crisi, nonostante sia almeno dagli anni Settanta che di crisi del capitalismo si parla, si discute e si teorizza. Stranamente sembra ignorarlo, eppure la Zuboff ha costruito una carriera studiando aziende, tecnologia e mercato, quindi dovrebbe saperne parlare con cognizione di causa. Eppure farfuglia cose confuse come Adam Smith e Google, poco altro. Quindi, chi cerca una critica seria al capitalismo novecentesco e una altrettanto analisi seria di come quello si è tuffato, in parte, nel capitalismo digitale, rimarrà deluso perché il materiale è proprio assente.

La prima parte è tutta dedicata a scaricare rancore su Google. Poi anche su Facebook, ma soprattutto su Google. Non che manchino le buone ragioni per accusare Google di avere in larga parte determinato il risultato che vediamo dell’industria e del capitalismo digitale. Certo che Google è massimamente responsabile, come è responsabile delle peggiori commistioni con gli apparati più torbidi dello stato americano, dei  progetti di impossessarsi di competenze che erano e sarebbe bene rimanessero dello stato, ed anche di pratiche ricattatorie e arroganti nei confronti di molte realtà industriali pre-esistenti. Google ha la coscienza sporca, senza il minimo dubbio. Ma la realtà per come si è determinata non è Google e non può essere ricondotta solo a un’accusa contro di esso, tanto violenta quanto, sembra, motivata da delusione e risentimento. Lo stesso anche aggiungendo sul banco degli imputati il compare Facebook, altrettanto pessimo, anche se fratellino minore e di parecchio meno smaliziato del primo, grossolano nella sua stolta arroganza, caricaturale perfino nell’ottusa pretesa di imporsi come sostituto alla società civile. È da questi due compari che Zuboff deduce il suo teorema del surveillance capitalism come nuova forma capitalistica dedita all’estrazione di dati dalla carne da macello rappresentata dagli utenti. C’è del vero in questa visione di Zuboff, ma c’è anche ben poco di originale, di non già detto e discusso da molti altri, magari senza essersi inventati il nome che tira bene nelle vendite, ma probabilmente con maggior profondità di analisi. L’analisi di Zuboff rimane deludente, superficiale, a tratti isterica.

Il libro si inforra poi in una parte centrale difficilmente spiegabile, una sorta di palude maleodorante nella quale il discorso si fa ridondante fino all’assurdo, retorico, ripetitivo, Zuboff oscilla tra una specie di autocoscienza e un farfugliare ricordi e pensieri frammentari. È forse un terzo di libro e non si capisce quale sia la ragione per la quale non sia stato semplicemente eliminato in fase di editing. È di una noia sconcertante e una mancanza assoluta di alcunché di utile. Zuboff non propone nulla, non ricostruisce nulla, non presenta nulla se non vaghe considerazioni personali miste a ricordi e un discorso confuso che sembra voler umanizzare l’analisi dopo la carneficina iniziale. Inspiegabile, per un’autrice del suo livello, per un testo con tale ambizione, un terzo di libro è inspiegabile.

Nell’ultimo terzo Zuboff si ravviva e riparte all’attacco. Vuole fare un passo in più: il surveillance capitalism non si limita a succhiare linfa dagli utenti in forma di dati, ma si è messo in testa di manipolarne pure le vite, le opinioni, le scelte, i pensieri, tutto quanto insomma. Per questo, ricorda Zuboff, quei maldestri di Facebook già sono stati colti con le zampe nella marmellata mentre giocavano con l’emotività degli utenti, ma peggio, molto peggio, dei maldestri di Facebook, ci sono quei gran delinquenti fanatici del MIT MediaLab che da anni stanno architettando tecniche di manipolazione di massa che vanno sotto il nome di Social Physics, fisica sociale.

Questi, dice Zuboff, altro non fanno che studiare le reti sociali, raccogliere anch’essi dati a non finire, e imporre la dittatura della statistica sulla ricchezza dell’individualità umana. Come per la prima parte, il discorso di Zuboff si fa emotivo e ripetitivo in maniera apparentemente incontrollata. Ripete i concetti decine di volte, si dilunga in infiniti dettagli per lo più chiosando a non finire un altro libro, quasi che a un certo punto avesse perso di vista il fatto che non stava scrivendo una recensione a un certo libro che le era particolarmente dispiaciuto, ma stava lei stessa scrivendo un libro. Di nuovo il discorso si fa confuso, farfuglia accuse tanto più amplificando i toni quanto più facendo una confusione terribile sui concetti, sul significato di quegli studi, apparentemente incapace di astrarre l’analisi da accuse ad-hominem rivolte a Alex Pentland, l’autore di Social Physics, il quale è senz’altro personaggio discutibile, ma supporre che il futuro del capitalismo passi attraverso questo singolo studioso-imprenditore è una fesseria senza scusanti.
Il risultato, come per la prima parte, è che si capisce che per Zuboff ci sono degli ultra-cattivi che stanno cercando di opprimere tutti quanti gli altri e che lei se ne è accorta e ora strilla come un’aquila per attirare l’attenzione.

È ora di concludere. I temi di cui Zuboff parla sono della massima importanza perché riguardano il presente e il futuro di tutti, o quasi. Vero è che gli strumenti dell’analisi sono ancora pochi e imprecisi per cui tutti, nessuno escluso, anche quelli che si danno le arie da esperti, navighiamo a vista e spesso procediamo a tentoni nel cercare di mettere in fila le informazioni che via via troviamo. In più, che la storia del mondo digitale e del capitalismo moderno abbia seguito una traiettoria parecchio originale e quindi possibilmente soggetto a una critica radicale è sicuramente vero. Sulle ambizioni di manipolazione delle coscienze, delle preferenze e dei comportamenti, Zuboff sembra dimenticare che abbiamo almeno tre confessioni religiose con esperienza millenaria nella faccenda, poi più recentemente utopie politiche che per alcuni periodi si sono dimostrate assai efficienti e un’industria della pubblicità che da circa settant’anni sta ribaltando a suo piacimento le preferenze della società contemporanea. Che ora ci si mettano pure le aziende grandi e piccole del mondo digitale non sembra essere questa grande novità e come minimo uno sforzo di contestualizzazione storica Zuboff lo doveva fare. Non lo ha fatto e anche questo contribuisce a fare del suo libro un pessimo libro.

Eppure, ancora peggiore del libro saranno gli effetti sui lettori superficiali o sui non-lettori che anche grazie a Zuboff troveranno una comoda e falsa semplificazione alla complessitá del presente.
Prestate attenzione nei prossimi mesi o anni all’eredità malsana che questo libro produrrà.

Note:

– Su The Baffler, Evgeny Morozov pubblica una fluviale e iper-erudita recensione del libro della Zuboff con la quale lo smonta e lo fa a pezzi in modo molto più dotto e argomentato di quanto sia in grado di fare io. Interessantissima la sua analisi tra la storia dalla quale viene la Zuboff e le teorie degli autonomi italiani circa le sorti del capitalismo novecentesco alla luce dell’innovazione tecnologica. Quella parte merita da sola lo sforzo di lettura del pezzo di Morozov. D’altra parte, come spesso gli capita, il narcisismo fuori controllo dell’uomo acceca il talento dell’analista e dell’intellettuale, per cui anche Morozov si dilunga in una brodaglia infinita nella quale la parti acute del suo pensiero si perdono. Anche lui si dimentica di contestualizzare il discorso di Zuboff alla luce della storia dell’industria pubblicitaria e anche lui non trova una chiave per spiegare come il capitalismo digitale sia nato e perché.

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Questa voce è stata pubblicata il 14 febbraio 2019 da in Autori, Editori, Public Affairs, Zuboff Shoshana con tag , , , .

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