2000battute

«Appartengo a una generazione disgraziata a cavallo fra i vecchi tempi ed i nuovi, e che si trova a disagio in tutti e due. Per di più, come lei non avrà potuto fare a meno di accorgersi, sono privo d’illusioni.» –Tomasi di Lampedusa

Accadimenti nell’irrealtà immediata – Max Blecher

ACCADIMENTI NELL’IRREALTÀ IMMEDIATA
Max Blecher
Traduzione di Bruno Mazzoni
Keller 2012

Leggo che fu paragonato a Kafka, cosa notevole se non fosse che i paragoni a Kafka sono una delle frasi più ricorrenti nelle bandelle o nelle fascette, quindi non conta. Il paragone a Kafka non conta niente, come quando annunciano numeri iperbolici di ristampe. Non conta niente. Poi lo paragonano a Bruno Schultz e ho passato metà libro a domandarmi che diavolo avesse a che fare Max Blecher con Bruno Schultz, fino a che non sono arrivato a una breve descrizione di un borgo con botteghe e strade malinconiche che poteva richiamare Schulz, anche se molto alla lontana. Insomma con tutti questi paragoni mi sono parecchio distratto, almeno inizialmente e non l’ho apprezzato, anzi, mi sembrava una scrittura asfittica, gracile, con la scoliosi, grigiastra e affaticata. Ah ecco, dimenticavo, annunciavano pure eros languido e penetrante e tu capisci che a forza di cercare questo eros languido e penetrante senza trovare eros di alcuna fatta uno inizia a domandarsi se ha capito bene o se magari hanno sbagliato la bandella che sarebbe dovuta finire ad accompagnare un altro libro.

Quindi, di mah! in mah!, di boh! in boh!, sono andato avanti almeno un buon terzo abbondante, per non dire metà. Come se questo stato d’incomprensione non fosse bastato, il libro mi era pure stato accoratamente suggerito da una gentile libraia alla quale, come sfortunatamente succede sempre quando qualcuno ti consiglia accoratamente un libro, avevo altrettanto accoratamente promesso che le avrei riportato le mie impressioni, giudizi, apprezzamenti e piacere nella lettura.

A metà libro stavo iniziando a preoccuparmi sul serio. Sentivo quel prurito dell’imbarazzo che si risvegliava e mi ripetevo ancora una volta che non si devono mai e poi mai accettare consigli accorati da libraie gentili perché sono una roulette russa, cinque volte ti va bene, ma la sesta sono guai.

Ora rido, anzi ridacchio. Gigioneggio in effetti, ma solo perché, come si diceva una volta, tutto è bene quel che finisce bene, e non si dovrebbe mai dimenticare la forza di questa lapalissiana verità. Anche tutto è male quel che finisce male è una lapalissiana verità secondo te? Io penso di sì, la storia dei ricordi belli e delle tante cose buone fatte prima della fine disastrosa mi è indigesta come poche altre cose. Sto prendendo tempo prima di svelare il mistero di come un libro iniziato disastrosamente sia finito, non dico meravigliosamente perché il mio senso della misura mi impone un tono controllato almeno fino alla chiusa finale, ma di certo tutto è bene quel che finisce bene.

È successo che avevo fatto 2+2 e invece si doveva leggere 22 e allora è chiaro che non capivo niente di questo Accadimenti nell’irrealtà immediata. A partire dal titolo. Il titolo conta. Come la copertina. Non sempre contano, spesso anzi non contano niente. Non so chi li decida. L’autore? L’editore? La donna delle pulizie della casa editrice? Boh chi lo sa. Ma quando contano, contano molto e se tu leggendo non te ne accorgi, bè allora non sei un buon lettore, come non sei un buon osservatore se non noti il linguaggio del corpo, in particolare dei piedi, cioè le zampe, lo sai vero che dire piedi è un eufemismo perché sono in tutto e per tutto zampe di primati, oppure non sei un buon ascoltatore se non senti il respiro del tuo interlocutore, se si sta strozzando o se si è messo comodo e cose del genere.

Non ricordo quando ho capito tutto questo (non la faccenda delle zampe, quella la so da molto prima di questo libro), fatto sta che a un certo punto del libro l’ho capito. L’ho capito da una frase, un periodo, un passaggio in una pagina. Blecher l’ha messo apposta? Ho pensato e continuo a domandarmi. Penso di sì, era troppo meticoloso e oppresso dalla vita per farsi sfuggire una rivelazione così cruciale. Ora vedo di ritrovare il passaggio.

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Eccolo qui, l’ho trovato. Ho dovuto rileggere un bel pezzo di libro. I puntini qui sopra vogliono dire che stavo leggendo e quindi anche tu hai dovuto aspettare un po’.

Nella stanza del nonno, sul quadrante di ceramica verde dell’orologio, constatavo del resto che erano passati solo pochi minuti da quando ero salito su. Il tempo diventava, probabilmente, sempre più denso, a mano a mano che “scorreva” più in alto. Provavo invano ad allungarlo, rimanendo più tempo sul tetto. Una volta giù, dovevo sempre riconoscere che ne era trascorso molto meno di quanto avessi immaginato. Questo accentuava la mia sensazione strana, a terra, di indefinito, di incompiuto… Quaggiù, il tempo era più rarefatto che nella realtà, conteneva meno materia che lassù in alto e partecipava così alla fragilità di tutte le cose, che attorno a me sembravano così compatte ed erano tuttavia così instabili, pronte in ogni istante ad abbandonare il loro significato e il loro profilo provvisorio per apparire nella forma della loro precisa esistenza…

Ma sta descrivendo se stesso! – ricordo di avere quasi gridato sgranando gli occhi. Sta descrivendo il proprio modo di immaginare, di sognare, di sfuggire dalla costrizione nella quale era limitato. Macchè scoperta della sessualità e disagio giovanile! Ma quale eros languido e penetrante!

Max Blecher sta raccontando se stesso nell’irrealtà di una vita che provava a immaginare. La storia asfittica, faticosa, questo saltare di scena in scena, come stesse leggendo un copione modesto di una rappresentazione popolare, il tentativo fallito di dare un aria di eroicità al protagonista che ha avventure amorose, vaga senza meta, entra e esce da luoghi e situazioni, non è altro che la sua immaginazione che si sgretola, che tenta come può di regalargli un mito ma riesce solo a confezionargli una commediola zoppicante. Max Blecher non ha mai potuto nemmeno sfiorare un solo momento di quella vita che descrive, ha potuto immaginarla e quello che fa in questo libro è descrivere il tragico fallimento dell’immaginazione. In quel brano lo dice apertamente, è una confessione, tende la mano al lettore: E va bene, ora basta con la finzione, te lo dico cosa sto facendo.

Mi ha fulminato. È stata una rivelazione, come se avessi alzato lo sguardo dal libro e avessi incontrato quello di Max Blecher che sorrideva amaro in attesa che si compisse il suo destino sfortunato. Raramente ho avuto un’epifania come in questo caso.

Cambia tutto. Cambia il mondo, cambiano gli occhi, il respiro e i movimenti del corpo.

È un libro doloroso, un libro denso di umanità che soffre e non s’illude con il mito. È la storia dell’irrealtà dell’immaginazione, che forse è anche peggio della realtà del destino.

Una perla, che va estratta a fatica e con pericolo.

3 commenti su “Accadimenti nell’irrealtà immediata – Max Blecher

  1. Alessandra
    9 marzo 2019

    Bello come l’hai descritto, con tanta schietta naturalezza, con quel domandare e domandarsi, con le pause d’effetto e gli attimi di smarrimento e di illuminazione… Sei riuscito ad emozionarmi, ora non mi resta che andare avanti da sola.

  2. H.G.
    9 marzo 2019

    vero. Grande libro che mi ha fatto pensare per certi versi alla grandissima Clarice Lispector e di conseguenza al modernismo.

  3. glencoe
    9 marzo 2019

    L’ha ribloggato su l'eta' della innocenza.

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Questa voce è stata pubblicata il 9 marzo 2019 da in Autori, Blecher, Max, Editori, Keller con tag , , , .

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