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«Appartengo a una generazione disgraziata a cavallo fra i vecchi tempi ed i nuovi, e che si trova a disagio in tutti e due. Per di più, come lei non avrà potuto fare a meno di accorgersi, sono privo d’illusioni.» –Tomasi di Lampedusa

Il Pantarèi – Ezio Sinigaglia

IL PANTARÈI
Ezio Sinigaglia
Terrarossa 2019

Commento di Cornelio Nepote

Commendevolissime Marescialle di pettoruto ardore e fianchi felini,
mentre prosegue il meretricio del mondo da cui folle mercenarie sono costrette a vita infame dalle sozzure capitalistiche, e in annoiata attesa del responso plebiscitario che dal mio lastrico affacciato sull’immemore vulcano agogno subliminare nel trionfo anarco-monarchico, io pongo questioni di incerta importanza su lettere riemerse ringiovanite, rinnovate, e per questo degne di risposte ardite.

Mi chiedo: Perché Il Pantarèi riappare ora dopo decenni di oblio? – e anche Cosa ha da dire oggi Il Pantarèi che non sia brusio aggiunto a brusio? – e anche Ok il romanzo non è morto, come Il Pantarèi afferma, ma è per caso diventato uno stronzetto presuntuoso? O una vecchia riempita di silicone e altre porcherie cosmetologiche? – e anche Il romanzo è la zuppa in barattolo al supermercato letterario? – e anche Davide Stern, falso alter-ego di Sinigaglia, oggi che mestiere farebbe, lo scrittore di romanzi? – e infine Se la lettura rende migliori, perché il mondo creato dagli uomini di buone letture fa schifo?

Dubbi non ve ne sono che Céline avrebbe opinioni interessanti da esporre, se fosse ancora vivo, ma, fosse vivo, non potrebbe esporle, perché scacciato da ogni palcoscenico, festival, fiera o sagra, reietto ancor più di quanto lo fu in vita, Céline sublimato nel proprio personaggio sarebbe oggetto di odio, scherno e disprezzo. Lui, il Maestro, sublime, subliminato.

Neppure Joyce verrebbe ascoltato, troppo elucubrante nelle sue spiraliche stream of consciousness, soggetto psichiatrico al più, terapeutizzato addomesticato 50 gocce di Lexotan prima di coricarsi e alla mattina, la smetta con quei farfugliamenti signor Dedalus!

Per non parlare di Svevo, tridentino, nord-est veneto, morto di cancro ai polmoni ormai da tempo oppure svaporante di finte sigarette, Svevo sarebbe diventato un piccolo borghese professorino universitario, editorialista di colonna destra, candidato con i compari tridentini, propugnatore di ricette economiche.

Di Kafka non parlo. Solo i portatori di vergogne parlano di Kafka, sopravvivono citando Kafka, sono i più kafkiani tra la plebaglia kafkiana. Basta, ho detto fin troppo del boemo.

Anche dei francesi è meglio non parlare. I francesi non esistono più, la gran parte di loro non ha superato il valico del secolo, quei pochi che ci sono riusciti sono poi precipitati a valle nelle forre del nuovo millennio e là sotto imputridiscono spargendo un orribile olezzo di patella ammarcita. Ormai i francesi sono una razza estinta, come le rane dorate della valle di San Juan de la Cascas Madreguita.

Rimane Musil. Con Ulrich e Agathe. Alle cui spalle si intravede l’ombra arcigna di Goethe, ma sbiadita, come la foto del patriarca appesa sopra il lavello della cucina.
Rimane Musil. E da tutto Il Pantarèi è proprio di Musil la voce narrante che riprende la lettura a decenni di distanza, quando tutti sono invecchiati, le idee i cuori e la lingua per prime, poi le guance, i seni e i peni.

Nel 1985, quando uscì Il Pantarèi ancora si potevano ascoltare molte voci, alcune più forti, altre più sussurrate, ma la cacofonia imbastita da Sinigaglia ancora suonava tutta insieme come canne d’organo bucate. Ma oggi, tutte le voci si sono zittite, tranne una, quella di Musil, quella del padre assente, del maestro impietoso, del nostro signore della disperazione novecentesca, del tracollo infinito, del piano inclinato verso la palude, della premessa alla società del romanzo contemporaneo, dell’uomo moderno, di cui fu profeta.

Oggi, mentre godevo del sole specchiato sul lordume del golfo e coccolato dal brusio degli insetti giù nel vicolo, ascoltavo una dotta disanima della tradizione dei castrati italiani del Settecento, le voci più sublimi, i protetti come tesori reali dalla Chiesa e dai sovrani. Affascinante, pensavo, le voci più sublimi, che incantarono sovrani e papi, scomparse per sempre, rimosse dal nostro mondo delle infinite varianti. O delle finte infinite varianti, dovremmo dire? È stato allora che ho pensato a Il Pantarèi e alle vostre sublimi rotondità, l’uno riemerso riverginato ma ineluttabilmente spogliato, le altre impudicamente coperte. Affascinanti entrambi.

3 commenti su “Il Pantarèi – Ezio Sinigaglia

  1. Alessandra
    26 maggio 2019

    Curiosa questa ricomparsa dal sonno dell’oblio… Però non mi è chiara una cosa: le brevi considerazioni su Céline, Svevo, Kafka e compagnia bella, sono farina del sacco nepotiano o riflettono, più o meno fedelmente, il pensiero di chi ha scritto il libro?

    • 2000battute
      27 maggio 2019

      Niente di quello che blatera Nepote riflette fedelmente alcunchè, tranne la sua inaffidabilità, ma nemmeno quello è certo. Io so solo che nel libro se ne parle di quegli autori, parecchio.

    • Alessandra
      27 maggio 2019

      Ah sì, è palese la sua impostura… Quando però farnetica sull’autore del Voyage, ecco, in quel momento, forse solo in quello, possiamo anche credergli ;-)

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Questa voce è stata pubblicata il 25 maggio 2019 da in Autori, Editori, Sinigaglia, Ezio, Terrarossa con tag , , , , , .

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