2000battute

«Appartengo a una generazione disgraziata a cavallo fra i vecchi tempi ed i nuovi, e che si trova a disagio in tutti e due. Per di più, come lei non avrà potuto fare a meno di accorgersi, sono privo d’illusioni.» –Tomasi di Lampedusa

Mars Room – Rachel Kushner

MARS ROOM
Rachel Kushner
Traduzione di Giovanna Granato
Einaudi 2019

Commento di Cornelio Nepote

«Rachel Kushner è una delle più grandi scrittrici della sua generazione: allo stesso livello di Egan, Franzen e Lethem». «The New York Times Book Review»

«Uno di quei libri che ti rimangono addosso come un tatuaggio». «The Guardian»

«C’è qualcosa, come una calamita, che avvince il lettore di Mars Room. Più che averlo divorato mi ha divorato lui, morso dopo morso». «Slate»

«Kushner è ormai una maestra. Sinceramente non so come faccia a sapere così tante cose e a trasformarle in romanzi tanto avvincenti e affascinanti». George Saunders

«Mars Room merita di essere letto con la stessa quantità di passione, amore e umanità con cui è stato scritto». «Publishers Weekly»

… e infine, signore di abbacinante calura, coperte di sola garza palpitante al fiato del rovente mese, visioni di bellezza supremissima lucenti di salace umore, si concluda questa sfilata trionfale di orrori tra i più raccapriccianti, della falsità iperbolica rintanata in quarta e terza di copertina, della sagra del grottesco, della circonvenzione degli ingenui e della pubblicità ingannevole, si concluda, mie amatissime, con i vincitori per distacco, due incollature senza nemmeno sollevare il frustino sui lombi poderosi della bestia, i più spudorati tra gli spudorati, i mentitori beati delle loro menzogne, i venditori di pentole bucate, loro, i senza vergogna, loro che alzano inni mercantili all’acclamata piccola autrice di scatolame:

«Kushner fa i conti con Dostoevskij e le sue idee sull’innocenza e il male. Mars Room incede come una muscle car, rombando sulle autostrade della tua mente». «The New York TImes»

Una lettura. O per meglio dire un reading, come si pregiano agghindarsi i vanitosi.

“La conoscenza di Gordon sull’omicidio era rimasta confinata, per buona parte della sua vita, alla letteratura. Raskol’nikov uccideva la vecchia usuraia. Era una decisione febbrile quella che prendeva Raskol’nikov di distruggere la propria vita e di scivolare in un mondo onirico, in un sogno che non passa come potrebbe passare una febbre. Era un povero studente universitario, com’era stato Gordon. Era quasi divertente che nei romanzi di Dostoevskij tutto si riducesse ai rubli. Una parola che aveva il suono di un pesante oggetto d’ottone. Rubli. Li metti in un calzino, al posto del lucchetto che usano i detenuti per costruire armi di fortuna e li fai roteare.
Alla fine di I fratelli Karamazov, Alëša chiede ai bambini di ricordare sempre il bel sentimento che li unisce, per lodare e celebrare la vita del loro amato amico, il bambino perduto.”

Chisto brano acca’ è come “Kushner fa i conti con Dostoevskij e le sue idee sull’innocenza e il male”, a sentire quei mezzucci di nuovaiorchini. E se proprio volete che ve lo dica, chista è anche l’unica cosa che io voglio dire di questo librettuccio che altrimenti avrei riposto senza emettere fiato, perché la madamina Rachel Kushner per me neanche esiste, lei e tutti quegli altri, Egan, Franzen, Englander… sono tutti nomi finti, non esistono, sono come le marche dei succhi di frutta, andate al supermercato e ne trovate venti, trenta, cento, tutti diversi, e invece sono tutti uguali, hanno tutti lo stesso sapore, gli stessi ingredienti, gli stessi coloranti, le polverine per il gusto. Questi qui sono lo stesso, questi qui per me sono questi autori americani dell’industria dei libri, sono tutti uguali, non c’è differenza, dicono tutti le stesse cose, a seconda del genere. Questa Kushner qua è del genere Romanzo californiano femminile, un genere precisissimo, come lo è il gusto ACE ad esempio, l’ha iniziato credo quella Didion, quella che scrive sempre delle feste con gli ubriachi, poi sono arrivate queste Kushner, Egan, quella di Carne viva forse era un po’ meglio, ma comunque uguali, sono tutte uguali, non sono vere, cambia solo il nome della confezione, ma non esistono come creature, ci sono delle soubrette che le impersonano per le interviste, sono finte, tutte quante. Come quelli degli altri generi americani che piacciono adesso, il Romanzo east coast psicofarmaco in versione ebraica o gentile, anche questi sono tutti uguali. Poi il Romanzo midwest redneck, identici, come la musica country, tutte uguali le canzoni. Adesso va di moda il Romanzo nero gentrificato, somiglia al Romanzo californiano femminile per molti versi, entrambi grandguignoleschi ma edificanti, benpensanti, merda e puzza finte, quelle vere sono romanzate, fagocitate dalla narrativa caruccia caruccia, tutto buono per discorsi all’apericena o al festival letterario con la diretta twitter. Plastica. Tutto di plastica. Invasione di plastica, asfissiante, insopportabile plastica. Vietare la plastica. Salvare il pianeta. Anche da questa orrenda industria plasticoeditoriale americana. Salvare il pianeta dagli americani, dal colonialismo della mediocrità, dagli americaneggianti, dalla banalitá travestita che sfila in eterno carnevale.

Ne ho ancora. Mi sto agitando, lo so, fa caldo, il sudore rivola, l’ictus freme nell’ombra, ma ora che ho iniziato finisco, la dico tutta, poi mi quieto, mi taccio e mi ritiro lontano da tutte quante voi, vi osservo soltanto, bellezze incomparabili, seni trionfali, cosce incedenti, zampe rossounghiate, non m’avvicino, sto nel mio lastrico e constato.

Libri biologici, questi di questi autorucoli americani, al supermercato del biolibro, dove ogni cosa costa tre quattro cinque volte quella di un supermercato per i normali pezzenti, ma così i ricchi con le ciabatte da 200 euro pensano di fare del bene a sé e quindi, secondo logica consequenziale, al mondo tutto. Anche libri yoga, libri col tappetino e l’antidepressivo, rifugio da altoborghesi no-vax malcelati che votano per la destra che fa finta di essere la sinistra ma Non esageriamo che se no si spaventa la gente, pensiamo a mandare i figli alla scuola materna privata triligue con tata sudamericana.

Ma questa sceneggiata che sto facendo, signore imperlate di lacrime ardenti e schizzi di veleno, è solo accademia e stanca recitazione già andata in scena milioni di volte per un pubblico di ombre e lucertole paurose. È fetenzia. Non me ne vogliate, volevo scimmiottare ma non ne voglio parlare. Non è argomento. Non è sostanza. Sono solo i rantoli di un macilento.

Invece, la novità, unica e sola novità che vale la pena di considerare in questa poco augusta sede è Dostoevskij. Succede che in poco tempo, giorni, settimane, voci dal popolo delle unghione libraie e dei codariccia lettori mi abbiano più volte trasportato il divino nome di Dostoevskij accompagnandolo con parole come Questo autore ricorda Dostoevskij.
Ricorda Dostoevskij. Oppure, Fa i conti con Dostoevskij, come dicono i neuiorchini.

Solo a sentire il suono che fanno questi abomini torna a levarsi il vento di tempesta. Come osano! Le loro zampe di tafano sul nome di Dostoevskij! Infangatori! Barbari! Come osate! Alla larga da Dostoevskij! Andatevene lontano! Andatevene malviventi camorristi! Andatevene!

Signore di gloria vestite, guardiamoci negli occhi, anche se ve li siete ricoperti di rimmel glitter eyeliner impeciati incigliati e non so che altro, guardiamoci negli occhi lo stesso e per favore non sfarfallate che debole sono di fronte alla vostra trionfale bellezza, e invece ditemi un po’: come fa un finto succo di frutta a ricordare o a fare i conti con Dostoevskij? Perché è questo che si vuol dire con Fa i conti con Dostoevskij.
Di qua un finto succo di frutta che sa sempre della stessa cosa anche se sul cartone c’è un’arancia una pesca un ananasso un popone o un fico. E dall’altra Dostoevskij.
Di qua c’è un personaggio stracotto sempliciotto preparato e cucinato per finire dritto in una telenovela americana e di là c’è Raskol’nikov, ci sono i Karamazov, per non dire addirittura Stavrogin, che ci manca solo che queste piccole letterature da bar stile scandinavo abbiano l’ardire di accostarsi al demone in persona.

Guardiamoci in faccia e se avete il coraggio alzatevi in piedi e dite Signorsì, Kushner fa i conti con Dostoevskij.


Non vi alzate, eh?

Eppure, eppure, non se lo sono mica inventato i novaiorchini. Questa Kushner, e come lei anche altri, l’hanno davvero rievocato Dostoevskij, come fanno continuamente con Kafka, con Faulkner, con Brecht, con Joyce, questa pure Raskol’nikov ha scavato, tanto perché la misura non è più una virtù, ma anche il vero eccesso li turba a questi qui. Lo invocano a buzzo, a raglio. Se leggete il libro, Dostoevskij salta fuori all’improvviso, non c’entra niente. E allora perché? Perché Dostoevskij anche se non c’entra niente?
Perché sono marpioni.
Perché così i naoiorchini e altri malviventi come loro possono scrivere Fa i conti con Dostoevskij, altrimenti non l’avrebbero mai potuto scrivere perché a nessuno che non sia fuori di senno verrebbe in mente Dostoevskij a leggere quella storietta da telenovela che è Mars Room. A nessuno. E come farebbero allora i newiorchini a fare pubblicità ingannevole per loro amici dell’industria editoriale se la creaturina non glielo infila a raglio Dostoevskij dentro la sua piccola storiuccia? Dostoevskij lo usano come pubblicità ingannevole. Lo fanno apposta. Gliel’hanno messo dentro apposta per la pubblicità dei neoiorchini.

Sono o non sono dei malfattori fatti e finiti? Che intervenga il Garante, il Tutore, sua Eccellenza!
Guardiamoci negli occhi, non sfarfallate, non piangete, d’amor di rabbia d’allergia o di commozione: lo sono o non lo sono?

Amorevolissimamente,
Cornelio Nepote

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Questa voce è stata pubblicata il 29 giugno 2019 da in Autori, Editori, Einaudi, Kushner, Rachel con tag , , , , .

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