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«Appartengo a una generazione disgraziata a cavallo fra i vecchi tempi ed i nuovi, e che si trova a disagio in tutti e due. Per di più, come lei non avrà potuto fare a meno di accorgersi, sono privo d’illusioni.» –Tomasi di Lampedusa

Il pane del patriarca – Raduan Nassar

IL PANE DEL PATRIARCA
Raduan Nassar
Traduzione di Amina Di Munno
SUR 2019

Ci sono libri che li senti scivolare tra le dita. Stringi, cerchi di afferrarli, ma loro continuano a scivolare. Allora ti fermi, respiri l’odore delle parole, odore di fango e foglie morte, e pensi: domani avrò la presa più salda, sarò più forte, più abile. L’indomani, riprendi la lettura e di nuovo le parole si liquefanno, questa volta l’odore è di terra e radici di alberi che vi affondano, di nuovo ti fermi, retrocedi, riprendi, con nuovo slancio, le afferri, le osservi immobili, procedi, ora va meglio, hai preso un ritmo, un passo, uno dopo l’altro, respiro, respiro, passo e respiro devono andare insieme, il ritmo aumenta, non ci sono pause, punti, virgole, a capo, compromessi, cortesie, di nuovo le parole diventano un ruscello che precipita tra i sassi. Ti devi fermare. Ancora. Così ancora, ogni volta respirando quell’odore intenso, di foglie, di radici, di sesso, di sudore, di miseria, di campi, di stallatico, di sperma, di sangue, di passione, di ruggine. Allora retrocedi, rileggi per avanzare, poi alla cieca ti butti in avanti, le parole le senti scorrere senza più presa, di nuovo ti fermi, indietro, tutto intorno percepisci il suono di quella musica, di quella poesia incomprensibile, poesia di terra, poesia di epoche essenziali, poesia naturale, di corpi e natura, natura che penetra nei corpi, di visioni, con le unghie afferri un brano, lo scandisci lettera per lettera, isolandoti da ogni altro rumore, ogni pensiero, nella solitudine estrema della prosa di Nassar. E quando finisci ricominci da capo ancora una volta e poi ancora di nuovo, e di nuovo, sempre più immerso in quella cascata di ori e spezie e incomprensioni. Pensi che sta descrivendo qualcosa che non ha nome, un animale, una creatura antichissima.

Nassar scrive una scrittura arcaica, tribale, parole antiche che risuonano da epoche lontane, da mondi remoti, arretrati, tutt’uno con la natura, le passioni degli uomini e le stagioni della terra. Nassar scrive in modo sublime e impenetrabile, con la maestria spontanea di chi è nato narratore e deve esaurire quell’impulso prima di trovare la pace che agogna. La sua è scrittura al contempo raffinatissima e spontanea, scrittura nativa, parole che cavalcano il vento e i respiri, invece di uscire da una penna e un pensiero. Non dà tregua, niente concede, della pena del lettore non si cura, il testo è fitto come una foresta pluviale, ogni passo va conquistato aprendosi un varco nella cortina di parole, di illusioni, di immagini sfocate che si aggrovigliano. È un testo da esploratori non da turisti di storie, lasciate a casa le vostre pretese, le regole di buona educazione, le false provocazioni, i tormenti perbenisti, le avanguardie cittadine, i premi, le classifiche, i generi, le categorie, le virgole, i punti e i punti e virgola. Liberatevi da tutto il fardello cigolante della vita civile oppure evitate Raduan Nassar, compromessi non sono possibili. Pensateci prima, non riducetevi alla misera condizione di chi legge Nassar poi va sul sito del venditore di libri, mette due stelline e scrive che è troppo difficile da leggere. Conservate più che potete la dignità di una ritirata silenziosa, non gettatela via in quel modo.

Il pane del patriarca è un libro difficile da leggere e meraviglioso, sospeso tra la narrazione e la poesia, quasi un racconto che si tramanda oralmente delle gesta degli avi, solo che qui le gesta sono passioni che non possono essere circoscritte, passioni che non hanno un nome e delle dimensioni, tra il sogno, la follia, la congiunzione carnale tra fratelli e la danza macabra. Nassar scrive trasportato in un fluido narrativo informe che si allunga e si ritrae, rallenta e precipita, le vicende della trama appaiono come lampi improvvisi quando, nella nube di parole, una frase, un brano si solidifica e scolpisce una sentenza. La predica del padre, la passione incestuosa per Ana, il tormento del fratello, il destino implacabile della campagna. Nella sua impenetrabilità maestosa, il libro ha passi memorabili, di purezza assoluta, dedicati a pochi, come templi nascosti dalla foresta. La predica del padre sul passare del tempo, citata anche da Emanuele Trevi nella bella prefazione, acceca per la feroce bellezza. Un ultimo pensiero va alla traduttrice, posta di fronte a un compito di difficoltà fenomenale.

[…] lei sapeva sorprendere, questa mia sorella, sapeva bagnare la sua danza, impregnare la sua carne, castigare la mia lingua nel miele liturgico di quel favo, trascinandomi senza pietà in un’insolita ebbrezza, rendendomi convulso e preveggente, facendomi vedere con spaventosa lucidità le mie gambe da una parte, le braccia dall’altra, tutte le mie parti amputate alla ricerca di se stesse nell’antica unità del mio corpo (io mi ricostruivo in quella ricerca! che sollievo per le mie piaghe, che ardore salubre in quel trasporto!), io che ero sicuro, più sicuro che mai, che fosse per me, e per me soltanto, che lei danzava (che giravolte faceva il tempo! che osso, che spina velenosa, che gloria per il mio corpo!), e io, lì seduto su una radice scoperta, in un angolo più ombreggiato del bosco, lasciai che il vento che correva tra gli alberi […]

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Questa voce è stata pubblicata il 3 agosto 2019 da in Autori, Editori, Nassar, Raduan, SUR con tag , , , .

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