2000battute

«Appartengo a una generazione disgraziata a cavallo fra i vecchi tempi ed i nuovi, e che si trova a disagio in tutti e due. Per di più, come lei non avrà potuto fare a meno di accorgersi, sono privo d’illusioni.» –Tomasi di Lampedusa

Come cambiare la tua mente – Michael Pollan

COME CAMBIARE LA TUA MENTE
Michael Pollan
Traduzione di Isabella C. Blum
Adelphi 2019

Commento forse di Cornelio Nepote

Adoratissime madame di pilucchevole incarnato,

      lecchiamo insieme il francobollo sgranocchiamo il funghetto e sbaciucchiamo il rospetto e poi partiamo insieme per il viaggio psicoplastico volando come aquiloni sulla brezza del rubino incendiati da arcobaleni che vibrano al ritmo del doppio basso e rullante dei tamburi parlanti scivoliamo lungo le cascate d’ambrosia mentre i pesci d’oro guizzano squittendo liberiamoci delle vesti opprimenti e ricopriamoci di polvere di mirra e rugiada rincorriamo i cumulonembi fin dove si nascondono le aquile dagli occhi di giada e amiamoci di amore immemore e muto unendo i nostri corpi divenuti flessibili come canne di giunco e plastici come argilla del Nilo ardenti di passione come solo l’incendio di Babele fu un tempo uniamoci madame! io e voi! infine fondiamoci intrecciamoci come aspidi innamorate godiamo inebriati da centinaia di copule i sensi esplosi fino a toccare gli anelli di Saturno e i sessi affamati come formiche di fuoco scivolando con agilità di scolopendra da orifizio a orifizio, da vulva a esofago, risalirò la lingua con unghie sciabolanti uscirò per scalare un nuovo monte di Venere e sciami di lucciole zampillanti illumineranno il sacro peduncolo…

BASTA!!!! DEPRAVATO!!! NEPOTE LA SMETTA CON QUESTE PORCHERIE E SE NE VADA!!!

Gentili lettrici, lettori, scusate, sono costernato per questa intrusione del vecchio satiro che finge improbabili viaggi psichedelici solo per cercare di ingannare animi puri e delicati.

Ovviamente niente di tutto ciò è presente e rappresenta il bel saggio di Michael Pollan Come cambiare la tua mente, il quale con molto garbo e ironia riprende un tema che fu importante fino agli inizi degli anni ’70, quello dell’uso sia terapeutico sia esperienziale, per non dire spirituale, aggettivo non esagerato in tale contesto, delle sostanze psichedeliche, che, per vicende legate agli sviluppi ideologici e politici dell’epoca, subirono un processo di demonizzazione che le portò non solo a essere bandite per legge, ma anche associate, e mai associazione fu tanto impropria, a sostanze genericamente stupefacenti, droghe per dirla in modo semplice, con le quali condividono poco o nulla, a partire, ad esempio, dalla condizione di dipendenza, assente nell’uso di sostanze psichedeliche.

Michael Pollan, talentuoso saggista sessantenne, decide di provare tali sostanze per la prima volta. Il saggio è prima di tutto la ricostruzione storica della vicenda delle sostanze psichedeliche, la sopravvivenza clandestina delle pratiche, talvolta sciamaniche, altre volte protomediche, dopo il divieto di produzione e somministrazione che perdura da cinquant’anni.
La storia della psichedelia si intreccia con la storia della cultura americana dal dopoguerra fino alla controcultura degli anni ’70, è una storia di sperimentazioni mediche coraggiose, di pratiche tradizionali arcaiche, e di slanci nel campo della psichiatria. Pollan sembra nutrire grande ammirazione per questa tradizione e le pratiche d’uso delle sostanze psichedeliche. In particolare per gli effetti esperienziali, soprattutto legati alla scoperta di nuove forme e spazi di coscienza, come se le porte di un mondo inesplorato che ciascuno di noi nasconde nella propria psiche si aprissero grazie alle sostanze psichedeliche e questa scoperta fosse, in taluni casi, rivoluzionaria per la vita dell’individuo.
Pollan si muove però in un’area narrativa di confine pericolosa, un terreno scivoloso sul quale è fin troppo facile cadere, nel suo caso cadere in illusioni new age vagamente senili. Qualche volta sembra vacillare, ma recupera sempre il pieno controllo della narrazione. Lo stesso vale per il lettore, spesso spinto su un sentiero non protetto da tentazioni esotiche e da miraggi di scorciatoie anti intellettuali. Facile, facilissimo deragliare nella paccottiglia da mercatino vintage e nelle sceneggiate da finto sciamanesimo medio borghese. Ma se il passo rimane ben saldo e non si deraglia, il percorso dietro a Pollan è a lungo agevole e divertente, oltreché interessante per l’accuratezza e quantità di informazioni, poi però col passare del tempo e dello spazio, diventa a tratti monotono, un po’ un monologo fine a se stesso specie quando racconta delle proprie avventure psichedeliche. Certo l’eleganza della scrittura non viene mai meno, però lo stesso vale per un certo manierismo.

Insomma, questa psichedelia del terzo millennio, educata, colta, iperinformata, iperconnessa, pulita, confortevole, assistita da professionisti del settore, competenti e premurosi, ha il sapore di molte pietanze attuali. Sa di igienico, di sano, di qualcosa che di sicuro non fa male, anzi probabilmente fa bene, fa dimagrire, rassoda, rinvigorisce, prolunga la durata media della vita, mantiene giovani, forti e belli. È perfetta, apre nuovi spazi di coscienza, consente il ritorno di una necessaria spiritualità, è facilmente impacchettabile in un moderno processo di business gestito da imprenditori hi-tech, già ora grandi industrie farmaceutiche hanno in moto laboratori che sfornano prodotti neo-psichedelici incartati in onorevoli bugiardini. È un mondo che rinasce e Pollan fiutando bene l’aria acchiappa al volo l’occasione e si propone come divulgatore d’eccellenza della nuova era psichedelica.

Eppure, qualcosa manca. Lo stesso che manca spesso nei ritorni e nelle rinascite o resurrezioni. Quello che manca in certi presunti amori. Anche non presunti. È una sensazione epidermica precisa, animalesca, quella della mancanza di una gamba o di movimento nell’aria. Forse è lo spirito d’improvvisazione di un tempo ora svanito. Forse è lo stato di meraviglia dovuto all’ingenuità utopica che i ritorni sostituiscono con una parvenza di esperienza confortante. Forse è solo la gioventù, quella dell’epoca pionieristica, che il saggio sessantenne cerca di sviare convincendosi che certe esperienze sia meglio farle con i capelli grigi e la stanchezza del tempo. Forse invece è un vago sospetto di fraintendimento, come se qualcuno ti stesse scambiando per un’altra persona e raccontando delle proprie pratiche tantriche.

O forse, mi viene da dire, non è nessuna di queste cose a creare quella sensazione di mancanza. Anzi, ora che ci penso meglio, mi viene proprio da dire che la ragione vera, quella decisiva, sia un’altra. È un’altra! Ce l’avevo sotto gli occhi e non me ne accorgevo. Diamine! Sono uno sciocco. Aveva ragione lui. Il vecchio maiale aveva ragione.

La vera mancanza, il vuoto incolmabile, lo spazio freddo e asettico che sta al centro del saggio di Pollan e che ne rende il sapore ordinario, di insipida ordinarietà, saporitissime madame vulvodorate come il vello di Giasone, è l’assenza di un viaggio ipersferico nel quale i colori si moltiplicano come gocce di pioggia e una scolopendra turchese scivola tra il muschio fluorescente per infilarsi in una vulva polposa, risalire zampettando fino a sporgersi appoggiata comodamente sulla lingua festosa e salutare, con le sue mille zampette dalle unghie pittate dei colori di ogni arcobaleno del mondo, i cento occhi che la osservano, le decine di bocche che le mandano soffi leggeri e baci, e il grande cuore gonfio d’amore. Manca una visione d’amore, di vulve dorate e di scolopendre turchesi.

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Questa voce è stata pubblicata il 7 settembre 2019 da in Adelphi, Autori, Editori, Pollan Michael con tag , , , , .

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