2000battute

«Appartengo a una generazione disgraziata a cavallo fra i vecchi tempi ed i nuovi, e che si trova a disagio in tutti e due. Per di più, come lei non avrà potuto fare a meno di accorgersi, sono privo d’illusioni.» –Tomasi di Lampedusa

Il Mulino di Amleto – Giorgio de Santillana, Hertha von Dechend

IL MULINO DI AMLETO – Saggio sul mito e sulla struttura del tempo
Giorgio de Santillana, Hertha von Dechend
A cura di Alessandro Passi
Traduzione delle parti aggiunte alla nuova edizione di Saverio Marchignoli
Adelphi 1983

Questo lavoro intende essere semplicemente un saggio: una prima perlustrazione di un regno quasi mai esplorato e registrato sulle carte.

Da tempo volevo leggere questo libro che riposava nello scaffale dei libri che da tempo voglio leggere. Ma da ancora più tempo volevo leggere un libro come questo e altri ne vorrei leggere di libri come questo. Va detto subito che libri come questo sono di gran lunga superiori alla mia capacità di comprensione e pur traboccando di erudizione, io solo da qualche schizzo riesco a farmi bagnare. Questa eclatante asimmetria tra libro e lettore è stato uno dei motivi del mio desiderio di leggere questo libro e ancora di leggerne di simili. La sensazione di essere schiacciati da quella conoscenza sterminata, addirittura capace di guardare al tempo prima del tempo, è una sensazione che incanta, come guardare ombre sulle pareti di una caverna. Cosa c’è di più straniante di cercare di inseguire, con passo goffo e pesante, un corridore che trotta leggero su un sentiero nel fosco della foresta, tra radure assolate, sopra laghi che cantano e dentro a montagne tiepide? Il piacere dell’affanno, dell’impossibilità di stare al passo, del cercare di non perdere il contatto visivo con la staffetta che si allontana. Giorgio de Santillana e Hertha von Dechend compiono un viaggio straordinario nel tempo prima del tempo, risalendo il fiume del mito fino a quando era un rivolo, alla ricerca delle sorgenti, loro stesse mitiche, come quelle del Nilo, vagheggiate, immaginate, ma da nessuno mai raggiunte. Nemmeno loro, de Santillana e von Dechend, nonostante tutta la sapienza ed erudizione, le raggiungono, nemmeno riescono a individuarne la posizione o scrutare tra le nuvole la valle lontana dove si potrebbero collocare.

[..] nelle profondità dello spazio egli perde se stesso e ogni senso della propria importanza.

Nessuno conosce le sorgenti del mito, ma loro ci si avvicinano come pochi altri, e io, piccolo lettore solitario e silenzioso, all’idea di gettare uno sguardo alle ombre sulle pareti della caverna del mito mi sento invaso dall’emozione di percepire le profondità di quello spazio.

Non provo nemmeno a fare una sintesi di quest’opera e tanto meno prenderne qualche stralcio e commentarlo. Sarebbe velleitario e presuntuoso. Cito solo due degli snodi fondamentali che de Santillana e von Dechend affrontano: per primo il fatto di conoscere poco delle culture arcaiche e delle sorgenti comuni di miti che si ritrovano sostanzialmente identici in popolazioni antiche e tra loro remotissime nel tempo e nello spazio. Uno sguardo lo possiamo gettare tramite quanto ci arriva dai testi della Grecia classica quando ancora, in modo parziale e distorto, rimaneva un’eco di quello spazio antichissimo, o da altre fonti arcaiche giunte fino a noi, come le saghe norrene, i testi vedici, le tavolette in cuneiforme, documenti egizi, e i pochi residui delle infinite tradizioni orali che si sono tramandate per secoli in ogni angolo del mondo. Volendo usare una metafora dall’astronomia, quello di cui vanno alla ricerca de Santillana e von Dechend è l’equivalente della radiazione di fondo che impalpabile ancora si propaga nel nostro universo dall’origine lontanissima e sconosciuta. La ricerca delle sorgenti del mito non è diversa, in fondo. Da qui il secondo snodo fondamentale dell’opera: la cosmologia arcaica come linguaggio simbolico a noi ormai incomprensibile, intraducibile e neppure percepibile come tale. Questo è l’elemento che davvero spalanca le porte su quello che de Santillana chiama la grande costruzione arcaica mondiale:

«Sulle rovine di questa grande costruzione arcaica mondiale si era posata la polvere dei secoli quando i Greci entrarono in scena; pure, qualcosa di essa sopravviveva nei riti tradizionali, nei miti, nei racconti fiabeschi non più capiti. Intesa alla lettera, essa fece maturare i culti sanguinari rivolti a procurare la fertilità, fondati sulla credenza di un’oscura forza universale di natura ambivalente, cosa che oggi sembra monopolizzare i nostri interessi. Eppure i suoi temi originari potevano ancora mandare lampi di luce, conservati quasi intatti, anche a distanza di tempo, nei pensieri dei pitagorici e di Platone.

«Questi, tuttavia, sono i frammenti di un tutto che è andato perduto, seducenti e sfuggenti insieme, fanno pensare a quei “paesaggi di nebbia” di cui sono maestri i pittori cinesi, che mostrano qui un masso, lì il timpano del tetto, laggiù la cima di un albero, lasciando il resto all’immaginazione. Anche quando il codice sarà stato decifrato e le tecniche ci saranno note, non potremo pretendere di misurare il pensiero di quei nostri lontani antenati, avviluppato com’è nei simboli.

Questo un brano dall’Introduzione al saggio scritta da Hertha von Dechend; raramente ho letto un’introduzione tanto potente.

De Santillana e von Dechend sviluppano l’idea che per noi, dove con “noi” si intende uomini moderni, il linguaggio simbolico arcaico sia ormai intraducibile e a causa di questa incomprensione la cultura arcaica, quella sulla quale “si era posata la polvere dei secoli quando i Greci entrarono in scena”, sia a noi sconosciuta. Una grande cultura, pre-scientifica in senso moderno ma non per questo anti-scientifica, della quale sappiamo quasi nulla, e che nel modo di rappresentare la propria conoscenza faceva uso di un linguaggio diverso dal nostro: la cosmologia, la costruzione dei miti, una simbologia che non sappiamo decodificare. Da qui le strabilianti conoscenze sul movimento degli astri e sulla precessione degli equinozi diffuse in popolazioni arcaiche, la simbologia cosmologica che si ritrova in miti e leggende provenienti dal nord scandinavo come dall’Africa centrale, culti che si ripropongono in forme analoghe, allegorie come il gorgo o il mulino che ritornano e attraversano i secoli.

Per alcuni è facile farsi prendere dalla vertigine e scivolare nelle pseudoscienze, nello scientismo e nella superstizione in chiave moderna, volendo dare una forma contemporanea a quelle profondità insondabili dalle quali escono barlumi di luce. È facile e sciocco, oltre che presuntuoso. La presunzione di avere una spiegazione e una formula per l’esistenza andando a scomodare un passato per il quale pure persone di erudizione sterminata come de Santillana e von Dechend ammettevano di non potersi avvicinare. Ma non voglio perdere tempo con il ciarpame moderno, l’ho citato solo per liberare la strada all’ultima osservazione fondamentale che voglio citare:

L’aver confuso la storia della civiltà con un processo di evoluzione graduale ci ha privato di ogni ragionevole possibilità di far luce sulla natura delle civiltà.

Su questa singola frase, per quanti significati comprime in poche parole, occorrerebbe spendere giorni, mesi di discussione, migliaia di pagine, libri. Non è solo la spazzatura pseudoscientifica e bigotta che ancora rifiuta l’evoluzione delle specie che dobbiamo disprezzare. Anche l’aver portato l’evoluzione in domini a lei estranei va egualmente combattuto. Si conoscono, tristemente, i drammi causati dall’eugenetica e dell’antropologia sociale con il l’aberrante concetto di “darwinismo sociale”, eppure sono mostruositá che non muoiono. Tornano sotto forme appena camuffate, come per certe derive della psicologia evoluzionista e il mai cessato rivangare sul concetto di razze umane. Conosciamo queste espressioni dell’ottusità umana.

De Santillana e von Dechend fanno riferimento a un altro effetto, più sottile, impalpabile, che ha coinvolto tutti, o quasi, senza farsi notare, ma cambiando il corso di molte cose. È l’idea che la civiltà si sia evoluta con gradualità ma in modo incessante, è l’idea del progresso che, nonostante alcune crisi localizzate in certi periodi, procede come una forza incontrastabile. È la convinzione che l’evoluzione delle specie significhi che tutte le specie, ma soprattutto noi, umani, stiano percorrendo un processo che le porta ad essere sempre migliori degli antenati. Esiste la convinzione, aberrante senza dubbio, che l’evoluzione biologica incorpori una dimensione morale e che tutto questo, evoluzione costante e dimensione morale, si trasli al caso della civiltà umana, o della società come spesso si dice. Le civiltà pre-scientifiche, sia quelle nel tempo storico sia quelle arcaiche, non erano anti-scientifiche. Gli astronomi e i matematici assiri, quelli di dimenticate civiltà indoeuropee o di sperdute isole della Polinesia o del Sudan sono stati scienziati raffinatissimi pur senza disporre dei metodi della scienza moderna. Usavano un linguaggio differente per comunicare i risultati delle loro osservazioni, un linguaggio simbolico, dei riti, tradizioni orali che si diffondevano di villaggio in villaggio, la mitologia e una concezione dello scorrere del tempo differente dalla nostra moderna. Le civiltà si sono sviluppate e poi sono cambiate in modi e secondo percorsi che non conosciamo, che non sappiamo interpretare, con svolte, salti, influenze reciproche, vastissime culture e linguaggi che non comprendiamo. Tutto questo spesso lo riduciamo a caricature goffe, ma è solo un riflesso della nostra ignoranza.

Il mulino di Amleto, pur con tutta la difficoltà di lettura che comporta, restituisce domande semplici ed essenziali, invitando a compiere qualche passo verso quel passato ignoto del quale osserviamo solo piccoli bagliori residui, ma al quale siamo tutti debitori.

6 commenti su “Il Mulino di Amleto – Giorgio de Santillana, Hertha von Dechend

  1. Giuseppe
    3 novembre 2019

    Stesse sensazioni, da Lei espresse come io non avrei potuto. Come del resto per altri libri ugualmente ardui ( Marius Schneider, Henry Corbin, Giovanni Pozzi, Saba Sardi…) che mi piace avere attorno ed esserne di tanto in tanto bagnato da qualche rara ma necessaria gocciolina.

    Approfitto per segnalare un libro misterioso che potrebbe piacerle, Museo del romanzo della eterna di Macedonio Fernandez, a breve in ristampa, altrimenti di non facile reperibilità.

    Un caro saluto e complimenti!

    • 2000battute
      3 novembre 2019

      Mi fa piacere che la sensazione di farsi bagnare da qualche goccia di conoscenza non sia solo mia.
      Grazie per la segnalazione di Macedonio Fernandez, lo leggerò di sicuro.
      Saluti

  2. Nicola
    1 novembre 2019

    Davvero interessante, grazie per averlo segnalato e sviscerato. Questa sensazione di essere sovrastati dalla mole di concetti e riferimenti di un libro ed esserne “solo da qualche schizzo bagnati”, la sto personalmente provando con la lettura di ‘Paradiso’ di Lezama Lima.

    • 2000battute
      2 novembre 2019

      Non ho letto Paradiso, ma da quello che so del libro capisco che sia facile sentirsi sovrastati.

  3. Enza
    1 novembre 2019

    Per compiere insieme ai due autori questo straordinario viaggio nel tempo a ritroso, con uno sforzo immaginativo più impegnativo che per una proiezione nel futuro, occorrono umiltà e spoliazione di sedimentazioni culturali presuntuose e sbagliate. Questo lei sembra suggerirci. Condizioni doppiamente ardue per la complessità del lavoro dei due studiosi e per le nostre convinzioni.
    Sugli arcaici ” pregreci”, lo stupore è immenso. Verissimo. Ne ho qualche bagliore da letture varie e per riflesso dello studio ( insufficiente ) dei filosofi ionici e degli scienziati alessandrini. Immagino quali le ” radiazioni” da questo libro.

    • 2000battute
      2 novembre 2019

      Sono de Santillana e von Dechend a suggerire di spogliarsi da certe sedimentazioni culturali o forse sarebbe meglio parlare di rigidità dovute a prospettive troppo circoscritte a un ridotto ambito culturale e scientifico.
      Io non oso nemmeno pensare di suggerire qualcosa su un tema come questo del quale riesco solo a intravedere qualche ombra.
      Riesco a riportare il mio stupore per quanto ancora non conosciamo e siamo limitati nel comprendere la storia della civiltà.
      Un amico mi fa notare che sono passati 50 anni dalla pubblicazione del saggio, eppure gran parte di quello che dicono sembra tuttora un’idea addirittura troppo in anticipo rispetto ai tempi.

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