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«Appartengo a una generazione disgraziata a cavallo fra i vecchi tempi ed i nuovi, e che si trova a disagio in tutti e due. Per di più, come lei non avrà potuto fare a meno di accorgersi, sono privo d’illusioni.» –Tomasi di Lampedusa

L’aviatore – Evgenij Vodolazkin

L’AVIATORE
Evgenij Vodolazkin
Traduzione di Leonardo Marcello Pignataro
Francesco Brioschi Ed. 2019

Qualche settimana fa, mentre scorreva il sottofondo di pettegolezzi e altri rancori, una voce isolata improvvisamente ruppe la noia della litania. Tra crepitii di rumori bianchi, bzzz.. crack crack… bzzzuttt… e profondi rutti baritonali, due parole, due, riuscii a udire distintamente: “libro” e “Vodolazkin”.
Dal divano dove, inerme, davo corso all’inarrestabile processo di decomposizione, sono scattato rovesciandomi a terra con grande clangore di ferraglia rugginosa, da lì mi sono levato agilmente molleggiandomi sulle cosce poderose e rivestitomi fino a un pelo sopra il livello della decenza, a grandi falcate ho raggiunto la più vicina libreria. Entrato, senza nemmeno sospettare per un solo secondo che potessero già disporre del pregiato volume, ho pronunciato la frase: Libro Vodolazkin ordinare presto! grazie arrivederci.

Ed eccomi qua, ora, felice, con questo libro meraviglioso disposto proprio sotto il naso, dopo averlo letto con passione, trepidante piacere, sentimento d’amore, accarezzandolo, guardando e riguardando la copertina, annusando le parole, ripetendone intere frasi, osservando con quel misto di ammirazione e senso di fratellanza il periodare raffinatissimo del grande meraviglioso autore, il cesello straordinario delle descrizioni che si inoltrano nella selva di dettagli, minuzie, frammenti di polvere che costituiscono il quotidiano e danno piacere allo sguardo.

L’aviatore è un grande libro ed Evgenij Vodolazkin si conferma quel fenomenale scrittore che era apparso qualche anno fa, spuntando dal nulla, solo, abbandonato in un angolo, con quel nome che sembra fatto apposta per essere dimenticato, quindi ignorato da quasi tutti, come fosse ovvio snobbarlo, perché sono altri i nomi e i titoli sui quali si accende il faro della notorietà. Non certo Evgenij Vodolazkin, non il suo Lauro che Eliot diede alle stampe, tanto bello quanto non letto, e neppure questo L’aviatore, sia resa eterna lode e gloria alla piccola casa editrice che lo sta pubblicando, uscito nel marzo 2019, sconosciuto a quasi tutti, pure a chi, come me, al nome di Vodolazkin si rotolerebbe giù dalle scale per l’entusiasmo, non lo trovate in nessuna classifica, non lo vedrete in nessuna lista di titoli da comprare per Natale, non verrà citato da nessun grande lettore di qualità che propone titoli di qualità per comporre le classifiche di qualità. Semplicemente, questo libro esiste come esistono i kakapo o cacapò, autarchicamente parlando, quei simpatici pappagalli verdi e tozzi, incapaci di volare e indifesi di cui ancora poche decine di esemplari sopravvivono in riserve protette, su isolotti protetti, lontani dai curiosi e dai turisti ancora più che da volpi e gatti. Così è Vodolazkin e i suoi libri, uno dei kakapo del mercato letterario italiano, favolose creature in via d’estinzione la cui esistenza quasi tutti ignorano.

Della storia de L’aviatore non rivelerò nulla perché va scoperta un passo alla volta, seguendo la traccia delle descrizioni che Vodolazkin pennella. Posso dire che è un libro sulla memoria e su quanto la memoria coincide con la propria storia o invece, da un certo punto in poi, per i casi e le bizzarrie della sorte, non sembri invece raccontare la storia di qualcun’altro. Ed è allora, mentre si osserva il proprio passato e si vede una frattura in quel tracciato immaginario, una frana che lo interrompe, una voragine che inghiotte un tratto di strada, è allora che può capitare di accorgersi che qualcosa non torna. Lo sguardo cerca si immaginare la linea di congiunzione tra i due monconi, il tratto di strada franato, per ritrovare la continuità che si è interrotta, eppure non ci riesce. Le due parti, quella precedente la frana e quella successiva, non sembra possibile congiungerle, non esiste alcuna strada o ponte che riesca a ripristinarne la comunicazione. Sembrano due vite diverse, di persone diverse, ed entrambe queste due persone stanno osservando i monconi. Ci si interroga, si dubita, si cerca conforto. Sono cambiato. Ero un’altra persona. Era un’altra vita. E se ci si accorge che la propria vita era quella del primo moncone, quella interrotta in modo tanto violento e definitivo? Se si sente di essere morti, poi resuscitati, di nuovo vivi, ma ugualmente morti, vivi nella vita di un’altra persona nella quale non ci si riconosce? Cosa succede se quella frattura che si osserva nel passato è ciò che più di ogni altra cosa ci rappresenta? Sentirsi un vuoto tra due vite, un terreno franato tra due sentieri. Io riesco a dirlo solo ricorrendo a banalizzazioni e metafore di scarsa fantasia.

Vodolazkin con L’aviatore lo dice in modo memorabile, con un atto creativo letterario (espressione che può essere spesa per pochi autori contemporanei) come solo un grande scrittore è in grado di fare. La storia de L’aviatore trascina dolcemente in una corrente che si fa impetuosa, irresistibile, si ingigantisce fino ad abbracciare tutta la Storia e l’anima degli uomini, ne mette a nudo il pensiero più remoto, più recondito, chi sta vivendo la mia vita? Questa è la domanda che sottende alla storia, ai personaggi, alle immagini, è la domanda che dà il ritmo e produce i suoni delle frasi. La domanda è pronunciata in modo profondamente, visceralmente russo, secondo la migliore tradizione di quella straordinaria tradizione letteraria, e dà corpo a un libro indimenticabile.

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Questa voce è stata pubblicata il 7 dicembre 2019 da in Autori, Francesco Brioschi Ed., Vodolazkin, Evgenij con tag , , , .

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