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«Appartengo a una generazione disgraziata a cavallo fra i vecchi tempi ed i nuovi, e che si trova a disagio in tutti e due. Per di più, come lei non avrà potuto fare a meno di accorgersi, sono privo d’illusioni.» –Tomasi di Lampedusa

Le femmine – Vecchio scorticatoio – Wolfgang Hilbig

LE FEMMINE – VECCHIO SCORTICATOIO
Wolfgang Hilbig
Traduzione di Riccardo Cravero e Roberta Gado
2019 Keller

Quando meno te l’aspetti, quando sconsolato resisti all’immersione nella lagna del Natale, tra Venerdì Neri e corsa ai regali, circondato dalla cretinaggine delle classifiche di libri e dei loro estimatori ed estimatrici che sembrano davvero convinti che tra una classifica di libri e i consigli di una fashion blogger plasticata esista qualche apprezzabile differenza, ecco un boato potentissimo, come di un meteorite sbucato dal nulla e improvvisamente precipitato su un centro commerciale affollato di nataliferi.

Ecco che esce questo piccolo libro, che poi nemmeno lo è un piccolo libro, ma l’unione di due librini ancora più piccoli, Le femmine e Vecchio scorticatoio, di un tal Wolfgang Hilbig mai sentito nominare prima d’ora, un tedesco, pure già morto da qualche anno, dopo onorata carriera letteraria.
Esce così, nel momento di peggiore baraonda conformista e opportunista, un capolavoro stratosferico.

Non vedo come altro si potrebbe definire questa coppia di brevi prose, entrambi sono talmente dirompenti rispetto il panorama letterario odierno, di una categoria talmente superiore a tutti i titoli citati dalle classifiche, il risultato dell’esplosione creativa di un talento così puro e potente, che si può solo rimanere sbalorditi sgranando gli occhi.

Dico pure di più. Era da molto tempo che non mi succedeva di sentire l’esigenza impellente di leggere a voce alta, in recitativo, accompagnando con ampi gesti il ritmo delle parole, atteggiando le mani a grinfie rapaci, strappando la voce per farne il ghigno e il grido di un grifo, e continuando fino a esserne esausto ma completamente sommerso dal piacere. A voce sempre più alta, serrando il ritmo, articolando le parole con uno sforzo mascellare doloroso, con lo sguardo correvo sulle frasi e dietro la voce, la mia, voce di estraneo alieno che emetteva suoni fastidiosi, inseguendo quel suono così chiaramente visibile nel testo, si staccava dalla pagina come fosse un pentagramma dal quale la musica dirompente esplodesse in faccia all’esecutore e lo trascinasse in acrobazie senza rete, io ripetevo quel mantra finale… scorticatoio, sragionatoio, scancellatoio, scorticatoio, svanificatoio, scorticatoio, scorticatoio…

Così ho letto il secondo testo, Vecchio scorticatoio. Per questo non posso non rendere onore e gloria alla fenomenale traduttrice, Roberta Gado, che ha restituito parole potentissime lasciandosi trasportare da quel ritmo indiavolato.

Nemmeno sulla via di casa tornai lucido, continuavo ad allucinare sopra di me un soccuocere invisibile di fumi appestati che gocciolavano grasso fuso… si, la miscela gassosa non fuoriusciva soltanto dalle ciminiere, l’avevo vista trapelare anche dalle finestre spaccate, svaporare da crepe e fessure nei muri, sembravano alitarla perfino i mattoni rosso cupo del vecchio ritrovo degli operai – che comprendeva bagni, spogliatoi, mense e sale per le pause – un organismo che seguitava a respirare e pulsare tossico sotto un tetto pericolante, e io immaginavo per quel ingegnosa perversione strutture un tempo ospitali erano ora asservite a un nuovo scopo… il centro di quelle rovine con i cortili divorati dalla vegetazione sembrava essere sopravvissuto a un recente terremoto, o quanto meno ai prodromi di un terremoto incombente: l’edificio si ergeva storto come un’imbarcazione colata a picco, la prua informe un po’ sprofondata, piantato tozzo e ingovernabile in una fanghiglia molle he con cavalloni vaporosi lo aveva coperto di spruzzi…

Meravigliosa potenza di parole che trascinano via, come marosi che strappano chiunque cerchi di rimanere aggrappato a una scogliera battuta dalla furia del mare, Wolfgang Hilbig in Vecchio scorticatoio dà vita a una tempesta letteraria perfetta, nella quale si possono anche intravedere figure forse umane, profili di edifici, una fantomatica fabbrica, ma niente importa realmente in quella furia di buio, acqua, ombre feroci che aggrediscono alle spalle, niente può servire da appiglio, da zattera, puoi solo allargare la braccia, lasciarti cadere, rovinare in terra e dare voce a quella furia di parole, recitare, declamare, piantarti le unghie in faccia, inghiottire tutto quel buio e lasciare uscire un ruggito di bestia leggendo quelle parole che corrono come note musicali frenetiche, come versi di una poesia sfrenata, come grida di un uomo lacerato.

Per tutto questo, Vecchio scorticatoio è un capolavoro grandissimo.

Anche in Le femmine c’è una furia roca e cupa che prende vita ed esplode. È provocatorio, è la voce di un pazzo rintanato in fuga dal mondo, la voce che guardava le femmine da sotto una griglia sudicia, prima di venire cacciato ancora una volta, scacciato, rintanato. È una voce che potrebbe ricordare la follia dirompente di Albert Caraco nel confessare verità non pronunciabili, come nell’atto di denudarsi per strada, il gesto del pazzo per antonomasia.

Ne Le femmine, Hilbig provocatoriamente si denuda, in Vecchio scorticatoio va oltre la provocazione e la verità. Ne Le femmine, l’ombra minacciosa dell’oppressione vissuta nella DDR si respira a pieni polmoni, la follia come risultato della natura labirintica della quotidianità, il futuro come malattia psichiatrica. In Vecchio scorticatoio Hilbig si lascia alle spalle il contesto e la dimensione corporea del dolore, ma raggiunge la sentenza, l’assoluto, tocca il divino ed è mostruoso.

Inizia con Era caldissimo, un inferno umido e bollente, il sudore mi colava da tutti i pori, la carne che si disfa, decomposizione del corpo, fetori e umori di bestia umana.  Finisce con dove pascolano i minotauri, il richiamo al mito che sempre rappresenta la lingua divina e alle creature mostruose mentre trascorrono pacifiche esistenze.

Da rileggere e rileggere. Capolavori dell’arte narrativa.

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Questa voce è stata pubblicata il 21 dicembre 2019 da in Autori, Editori, Hilbig, Wolfgang, Keller con tag , , , .

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