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«Appartengo a una generazione disgraziata a cavallo fra i vecchi tempi ed i nuovi, e che si trova a disagio in tutti e due. Per di più, come lei non avrà potuto fare a meno di accorgersi, sono privo d’illusioni.» –Tomasi di Lampedusa

Una passeggiata nella Zona – Markijan Kamyš

UNA PASSEGGIATA NELLA ZONA
Markijan Kamyš
Traduzione di Alessandro Achilli
Keller 2020

Sì lo so che ne hanno parlato bene. Quella dice che è un reportage da Černobyl, l’altro che non è un reportage. Uno s’inventa che è un amore tossico (ma tossico di cosa? ma che dice?)
Il fatto è che se togli Černobyl e ci metti Quarto Oggiaro o Tor Bella Monaca, il risultato letterario cambierebbe pochissimo, solo che sarebbe finito direttamente nella categoria Libri di giovinastri che vivono in posti di merda, roba da lettori sfigati.

Invece c’è La Zona e Černobyl. Il libro è tutto lì, nel fatto che chi lo legge pensa di scoprire La Zona e Černobyl, cosa che procura un certo brividino ai lettori e lettrici dai colori tono su tono. Quarto Oggiaro o Tor Bella Monaca possono anche sprofondare all’inferno che ai lettori educatini  non importa niente. Diciamolo, dai, non c’è niente di male a non nutrire nessun interesse per Quarto Oggiaro e Tor Bella Monaca, io ad esempio non nutro il minimo interesse per entrambi, a me se mi dici Quarto Oggiaro o un quartiere di Caracas fa la stessa impressione, però è brutto da dire, se si può scartare verso luoghi esotici come Černobyl si è molto più sereni, con se stessi e con il mondo, cosa di meglio per le nostre ansie quotidiane che tanto ci confortano e ci rendono la vita pregna di senso come leggere del luogo maledetto per definizione?
Già perché ormai il cratere della bomba di Hiroshima è un ricordo troppo lontano e poi con i giapponesi non si sa mai come comportarsi. Auschwitz troppo istituzionale e comunque storicizzato, ci vanno le gite scolastiche, non dà quel piacevole brividino di orrore a leggere di qualcuno che ci è andato, al massimo ci si incupisce. Stragi varie, i Balcani, il Medio Oriente, Haiti, il Sud America, c’è di mezzo la politica, roba sporca, puzza, attira esaltati che sbraitano e si insultano.

Černobyl invece è perfetto, poi con quel nome, La Zona… La Zona è bellissimo… quasi come era una volta Il Muro, cavolo che meraviglia di nomi, ti si imprimono nella memoria e nella fantasia e per tutta la vita ti rimangono davanti agli occhi dipinti di fucsia. Il Muro è un suono, non un’immagine e tanto meno un artefatto, io per decenni ho vissuto con il suono de Il Muro, leggevo sul giornale Il Muro e ripetevo Il Muro, poi sentivo parlarne, Il Muro, meglio di una filastrocca. Categoria suoni della giovinezza: Il Muro. Lo stesso con il suono di Černobyl… sento il vento pronunciare il nome di Černobyl e scatta l’interruttore del brividino post-nucleare della modernità anni ’80 autodistruttiva e ignorante, quasi l’equivalente della Disco Music paninara post-hippy narcisofascista. Tutte icone dell’immaginario pop che si sono pressofuse nel cervello di una generazione e mezza.

Capisci? Černobyl è pura cultura pop per quella generazione e mezza, li fa sentire di nuovo giovani e rampanti. Černobyl, che meraviglia! Ma te la ricordi la sensazione favolosa di quei giorni quando si pensava che forse stavamo per morire tutti quanti e ci dicevano che la pioggia era radioattiva? La pioggia radioattiva! Come in Blade Runner, ma per davvero. Chi non ha vissuto quei giorni esaltanti non può capire la sensazione di grandezza che ci pervadeva respirando quell’aria mortale. Quando mai è ricapitata un’emozione del genere? Quel senso di epica tragica, di fine della Storia, finalmente ci sentivamo protagonisti anche noi della Storia, gli ultimi, quelli morti nell’ultima definitiva catastrofe nucleare. Tutti quanti, la propaganda, i media, pure a scuola, avevano per tanto tempo insistito con la minaccia di guerra atomica, inverno nucleare, obliterazione della razza umana senza mai neanche avvicinarsi a quel brividino di piacere, solo e soltanto chiacchiere, comizi, servizi dal telegiornale. Si sono perfino inventati che con la Baia dei Porci siamo stati vicini alla guerra atomica. Ma figuriamoci! Tutte balle della propaganda per accontentare almeno un po’ quella generazione e mezza.

Invece con Černobyl, finalmente con Černobyl, io direi, tutto sembrò per un istante farsi reale, l’epica, il sacrificio, l’assoluto, la Storia finalmente diventava una creatura dotata di corpo invece di un concetto accademico insapore.

E dopo? Come abbiamo vissuto il crollo dell’Unione Sovietica e la fine del comunismo? Con emozione, per caso? Ma va, erano già cadaveri puzzolenti da molti anni, io ricordo che il pensiero più comune fu Ah bè, era ora, cosa aspettavano? Altri momenti emozionanti? Con internet abbiamo vissuto il senso epico della Storia? Ma figurati, roba da sfigati internet. I terroristi mediorientali? Sì forse se sei un rimbambito pazzoide americano. E allora? Allora niente, sono stati decenni di cupezza, senza brividi, gioie effimere e artificiali, e lo sapevamo benissimo che erano effimere e artificiali, molta cupezza, l’amore della vita era una stronza psicotica, la carriera è schiavitù travestita, ci siamo ridotti a guardare programmi con degli scimuniti di mezza età che cucinano e pontificano, quando invece, nei nostri anni ruggenti, gli uomini che cucinavano erano i cambusieri delle navi, gente rude che affettava patate o cristiani senza molta differenza, oppure rifiuti della società buoni a nulla tranne che a scolare degli spaghetti.

Černobyl è stata un’esperienza fantastica, indimenticabile! Come la prima palpeggiata di tette alla compagna di classe. Černobyl è un pezzo di giovinezza per una generazione e mezza. Aggiungi a quella generazione e mezza di lettori, quelli di generazioni successive che hanno la mania di storicizzare e finiscono per storicizzarsi pure loro, ed ecco che tutto quanto di questo libro si traduce in un suono: Černobyl. Niente altro.

Il resto è un romanzo d’aspetto giovanile ma ben confezionato per andare incontro al gusto dei lettori educatini, un libro piacevolmente adatto a una sommaria presentazione da parte di un libraio annoiato a una cliente che domanda Vorrei leggere un libro che mi dia un’emozione, però culturale, un’emozione culturale, non so se ha presente, un libro che oscilla pericolosamente tra il Prilepin delle storie militaresche cecene, il che sarebbe tutto sommato non male, e il falsissimo, fintissimo, ruffianissimo, Lilin con le sue storielle siberiane.
Anche per quelli ci fu chi diceva che era un reportage e chi diceva che non lo era, chi credeva che fosse tutto vero e chi credeva che niente fosse vero. Lo stesso vale per questa Una passeggiata nella Zona, potete credere o non credere, è data piena libertà ai lettori educatini, e come molte libertà educate non fa molta differenza come la si utilizza.

Non c’è altro da aggiungere, per quel che ne posso capire io.

2 commenti su “Una passeggiata nella Zona – Markijan Kamyš

  1. Paolo
    29 gennaio 2020

    Vedo che non hai letto Cecenia anno III di Jonathan Littell, quello si che è un libro sulla Cecenia con le controcopertine! Continuo a seguirti, ormai da anni, ciao. Paolo

    • 2000battute
      29 gennaio 2020

      Grazie! Me lo segno e lo cerco senz’altro.

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Questa voce è stata pubblicata il 26 gennaio 2020 da in Autori, Editori, Kamyš, Markijan, Keller con tag , , , .

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