2000battute

«Appartengo a una generazione disgraziata a cavallo fra i vecchi tempi ed i nuovi, e che si trova a disagio in tutti e due. Per di più, come lei non avrà potuto fare a meno di accorgersi, sono privo d’illusioni.» –Tomasi di Lampedusa

Cella d’isolamento – Christopher Burney

CELLA D’ISOLAMENTO
Christopher Burney
Traduzione di F. Bovoli
Adelphi 1984

Il libro promette molto, più di quello che riesce a mantenere.
Promette di raccontare dell’isolamento del prigioniero di guerra; non il solito diario del carcerato che nelle lunghe ore vuote di privazione e sofferenza trova la chiave di lettura della propria vita e del profumo di assoluto, ma qualcosa di ancor più profondo, qualcosa di sepolto sotto strati di sedimenti che solo la condizione estrema riesce a portare alla luce. Promette di raccontare la ricerca dell’isolamento, il bisogno, l’attrazione, il lento scivolare verso la necessità della solitudine sempre più assoluta.
O almeno questo io avevo capito e immaginato. Ma non è stato così e una sensazione di speranze deluse mi ha accompagnato lungo tutto il libro diventando sempre più concreta.

Il libro è autobiografico, l’autore, militare inglese, venne catturato nel 1942 in Francia e rinchiuso per diciotto mesi in carcere in condizioni di isolamento. Poi trasferito a Buchenwald. Sopravvisse e scrisse questo libro che ebbe un buon successo.

È vero che a differenza di altri libri scritti a seguito di un’esperienza di carcerazione come prigioniero di guerra, Burney sceglie un curioso registro antidrammatico seppur non ironico né leggero. Attraversa longitudinalmente le pagine un tono di quotidianità dell’esperienza carceraria dell’isolamento. L’unico episodio violento è un banale pestaggio avvenuto durante un interrogatorio da parte di sgherri in divisa, una scena che ormai non ci fa neppure sollevare il ciglio, avendola vista migliaia di volte tanto da essere diventata uno dei momenti più stereotipati della produzione cinematografica e televisiva. Non ci sono neppure momenti carcerari drammatici, niente di paragonabile, ad esempio, a racconti di prigionieri politici nord irlandesi, per citare un caso per il quale le efferatezze della detenzione sono state raccontate in maniera sconvolgente.

Burney sembra un contabile della propria carcerazione in condizioni di isolamento. Racconta scene di privazioni senza un particolare pathos emotivo, certo sgradevoli ma insomma, come dire, poteva andare molto peggio. Procede diligentemente nel diario dei diciotto mesi di carcerazione, attraversando anche la fase che per me rappresentava la grande promessa del libro. Nonostante l’isolamento, non cerca in tutti i modi di recuperare anche i piccoli contatti e frammenti di comunicazione con i vicini di cella. A volte lo fa, in certi momenti con maggiore entusiasmo, in altri momenti invece se ne sta ritirato in silenzio nella cella e non risponde. Si può immaginare. Almeno, forse chi non sopporta per niente lo stare solo e in silenzio non lo immagina, ma io immagino che chi invece sappia tollerare una situazione del genere lo riesca a immaginare senza grandi difficoltà. Di nuovo il senso di quotidianità, l’understatement della carcerazione.

Questo è quanto. Alla fine rimane un Ah! di immaginario insoddisfatto quando scopre che la realtà aveva in serbo assai meno sorprese di quello che si pensava.

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Questa voce è stata pubblicata il 15 febbraio 2020 da in Adelphi, Autori, Burney, Christopher, Editori con tag , , , .

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