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«Appartengo a una generazione disgraziata a cavallo fra i vecchi tempi ed i nuovi, e che si trova a disagio in tutti e due. Per di più, come lei non avrà potuto fare a meno di accorgersi, sono privo d’illusioni.» –Tomasi di Lampedusa

Seeland – Robert Walser

SEELAND
Robert Walser
Traduzione di Emilio Castellani e Giusi Drago
Adelphi 2017

Avevo già provato a leggerla questa raccolta di racconti di Walser quando era uscita. Qualche decina di pagine e l’avevo lasciata per noia. Non solo per noia. Per fastidio. Ero infastidito da Walser, o dalla traduzione di Walser, ma penso più da Walser. Ero infastidito come quando si incontra qualcuno che parla in un modo fastidioso, per il tono che usa, le parole che sceglie, il modo di pronunciarle. Non credo che manchino gli esempi, in questo periodo bulimico di conferenze stampa e discorsi. Mi infastidiva il fatto di essere costretto ad ascoltare quel suo modo di recitare senza poterlo interrompere, infastidire a mia volta, spezzare quel ritmo che mi rendeva insofferente e buttare tutto all’aria. Volevo almeno arrivare a leggere La passeggiata, che ricordavo vagamente da un’epoca remota. Potevo andare direttamente a quel racconto, a pagina 99, ma invece no. Mi ero imposto che per leggerlo dovevo prima leggere le 99 pagine che lo precedevano, oppure niente. Il risultato fu niente.

L’ho ripreso ora. Walser aleggia quasi sempre, può rimanere latente per anni, ma non scompare mai del tutto dall’orizzonte, pur con i modi schivi, la vita da recluso, l’impossibilità di avvicinarlo oltre un certo punto, Walser è una nuvola che si riforma e torna ad attraversare il cielo. Mi sembrava l’occasione buona. Racconti walseriani nei quali lui cammina per boschi, prati e qualche cittadina. Non ti sembra una lettura perfetta per il momento? No, non mi sembrava perfetta, visto l’esito del primo tentativo, ma il momento mi sembrava adatto per compiere uno sforzo, una penitenza, una costrizione autoimposta.

Li detesto questi racconti walseriani, eppure mi attirano. Usciremo più rabbiosi, forse per questo migliori o forse no. Io di certo lo sono in misura maggiore, rabbioso. Come di cane con la bava alla bocca che azzanna. Ed è curioso dire ora di provare rabbia. La rabbia è un virus, trasmesso dagli animali all’uomo, passa dai nervi al cervello e si impazzisce se non curati, poi si muore. Una delle manifestazioni più note è la paura dell’acqua, che nei contagiati da rabbia, uomini o animali che siano, provoca reazioni violentissime. La rabbia virale è manifestazione di paura talmente deflagrante da portare all’incoscienza. Da un virus a un altro, forse metafisico.

Torno a Walser. Si può detestare Walser? Detto in generale è una scemenza. Si può detestare una raccolta di racconti di Walser? E se sì, perché mi ritrovo a detestarla? Non ce la si può cavare semplicemente dicendo Li detesto!, come per una qualunque dozzinale raccolta di raccontini cretini. Walser c’è sempre, aleggia, traspira dalla terra, volteggia in cielo come nuvola. Non te la cavi con poco se attacchi briga con Walser. Io mi tormento per il fatto di detestarli. In questi racconti Walser mi costringe a una lentezza di lettura estenuante. Ogni parola riletta più e più volte, ogni frase, ogni periodo. Dico Ho riletto Seeland, ma in realtà l’ho riletto dieci volte o venti, per trovare un varco nel sentimento di spiacevolezza. Come la paura dell’acqua, la paura di non trovare un varco. Varco che non ho trovato. Quelle sue maledette passeggiate di pazzo squilibrato sociopatico che si atteggia a persona felice e solare, con quel periodare dal maniacale dettaglio, la natura boscosa salvifica, l’egocentrismo che tutto risucchia, mi risultano insopportabili. A una lettura più veloce tutto si confonde, indistinguibili quei racconti se attraversarti di corsa, un rumore bianco che insisteva col suo inutile ronzio. Rallenta! Ho rallentato. Ancora di piü, fino a sentire lo stridore della penna che vergava le forme nervose delle lettere. Fino a sentire il respiro affannoso di ansioso psicotico che inventava  innamoramenti di fanciulle per l’enigmatico camminatore, provavo a cambiare ritmo nella lettura, sparpagliando parole, spostando accenti e salite e discese. Ma niente ha avuto successo. Walser, io ti detesto!

Mentre, giacendo assorto, chiedevo in silenzio perdono agli uomini, mi tornò ancora alla mente quella fanciulla tutta fresca di giovinezza, dalla bocca così graziosamente infantile e dalle gote deliziose. Rivissi acutamente il rapimento che mi dava la sua presenza fisica, così tenera e melodiosa, e come tuttavia, avendole chiesto poco tempo addietro se credeva che le fossi realmente affezionato, in segno di dubbio e d’incredulità avesse abbassato i begli occhi e mi avesse risposto «no».
Le circostanze l’avevano indotta a partire, e così la perdei. E tuttavia avrei potuto probabilmente convincerla delle mie buone intenzioni. Al momento giusto avrei dovuto dirle che la mia inclinazione era del tutto sincera. Sarebbe stato semplicissimo, e nient’altro che giusto, confessarle apertamente: «Io l’amo. Tutto ciò che la riguarda mi sta a cuore come ciò che riguarda me. Per molte belle e buone ragioni desidero renderla felice.» Ma poiché non me n’ero più dato cura, lei se ne era andata.
«Ho raccolto fiori solo per deporli sulla mia infelicità?» mi domandai, e il mazzolino mi cadde di mano. M’ero alzato per ritornare a casa: era già tardi, e tutto si era fatto buio.

Ecco perché Walser, prima o poi, ritorna sempre.

Un commento su “Seeland – Robert Walser

  1. beatrice
    3 maggio 2020

    Walser è un poeta, come Schwob,, Hamsun, Thoreau, Hrabal (!) e chissà quanti altri. La poesia è al di la della realtà, non si deve capire, si deve cogliere, ci si deve riempire l’anima e basta. La lettura in fondo non è immergersi nella acque di un fiume, inconsapevolmente? Ciò che riesce a trascinarmi, anche fosse un abisso, è questo che cerco…. una fuga (mala tempora currunt)

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Questa voce è stata pubblicata il 2 maggio 2020 da in Adelphi, Autori, Editori, Walser, Robert con tag , , , , .

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