2000battute

«Appartengo a una generazione disgraziata a cavallo fra i vecchi tempi ed i nuovi, e che si trova a disagio in tutti e due. Per di più, come lei non avrà potuto fare a meno di accorgersi, sono privo d’illusioni.» –Tomasi di Lampedusa

Black Village – Lutz Bassmann

BLACK VILLAGE
Lutz Bassmann
Traduzione di Albino Crovetto e Ida Merello
66thand2nd

Lutz Bassmann è storico eteronimo di Antoine Volodine che pure è eteronimo di se stesso, autore matrioska che ha già dato prova di possedere una scintilla di originalità capace di travalicare le comode stanze letterarie piccolo-borghesi dell’editoria contemporanea fatta quasi interamente di premiucci, polemicucce azzimate, personaggini più da chiacchiera socialmediatica che compositori di voci, e altre lievi inutilità. Volodine ha, a sprazzi, spremuto fuori dalle viscere una voce grottesca e svolazzante con quella burla del post-esotismo. Però temo che abbia il fiato corto e un po’ mi dispiace.

Qui ha il fiato corto.
Black Village è fatto di piccole caricature di creature antropomorfe proiettate a velocità rallentata, frame per frame, come una trasposizione spazio-temporale di un peep show prodotto dal cinema a manovella, il kinetoscopio edisoniano lanciato però nel tempo futuro, uno strano futuro tuttavia, che lascia una lunga scia fetente che si può seguire a ritroso per ritrovarsi, come per magia, per gioco di ombre e lampade cinesi, comodamente seduti a marcire nella contemporaneità.

Sono ritratti, autoritratti, caricature ripetute insistentemente, ottusamente, asinamente, L’avverbio ‘asinamente’ assume sempre un sapore piacevole, soprattutto a scriverlo, più che a pronunciarlo.
Asinamente ne elenca 35, iniziando col buio e terminando col buio, in mezzo passando per nomi gracchianti, nomi che producono rumori di lamiere battute – sabakaiev! – muri presi a testate – schmumm! -, viscere che gorgogliano prima di esplodere – burduchvili!.

La scena è sempre quella volodiniana, Lutz Bassmann è soltanto più ingobbito, più corrotto, ma non è figlio di altro nido. Detriti, pustole, acque luride, giallo malarico che si mescola al grigio dei pensieri, uno dietro l’altro sfilano i mostri decrepiti, ognuno ripetendo la stessa lagnosa storia, non si sa perché venga raccontata, chissà perché vivono.
Perché li scrive?
Perché leggerli?

Forse, a voler trovare per forza una linea narrativa, il carnevale dei mostri ha di buono che non nasconde proprio queste due domande, che non vanno più date per scontate, come invece vorrebbe si continuasse a fare l’editoria contemporanea.
Perché li scrive?
Perché leggerli?

Quasi nessuno scrittore oggi è in grado di rispondere a queste due domande senza apparire un insopportabile pallone gonfiato oppure vergognandosi per l’inconsistenza delle proprie risposte. Forse solo i più reclusi tra loro o i più vanitosi riescono a rispondere oggi.
I premi poi servono come alibi per non rispondere e a perpetrare l’illusione di esotismo dell’atto letterario. Né più né meno dei romance per biblioteche di signorine di qualche tempo fa.   

Volodine ha il merito di impersonare Lutz Bassmann che impersona Volodine che sversa liquami nei fiumi della letteratura contemporanea. A volte lo fa in modo che sembra impellente, altre volte appare manierato, come in questo Black Villlage. In ogni caso è inguaribilmente snob e per questo innocuo. RImane il fatto che non c’è nessuna buona risposta alle due domande.

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Questa voce è stata pubblicata il 6 giugno 2020 da in 66THAND2ND, Autori, Bassmann, Lutz, Editori con tag , , , , .

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